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Concorso in 20 gg - I gatti non sbagliano mai sulle persone - i vincitori

gatti
 
 

Mi basta minimizzare la luce © Hanna

 
Mi basta minimizzare la luce,
vedere bene il funambolico
gioco delle mie vite.
 

Saltare da un tetto all'altro
invidiando forse qualche
divano ed un pasto caldo.

 

Allora dovrò conquistarmi
con brevi moìne,
almeno un pranzo
che mi basti
per la giornata.

 

Se dovessi sbagliare poi
qualche atterraggio,
confiderò ancora
in qualche altra vita.

 
 

Mondogatto ovvero dal Miao al Mao, salutando a zampa chiusa. © Giuseppe Pittà

 

Gi è il mio gatto grande preferito. Peccato non riesca a salire sugli alberi con me, né zompare addosso alle cornacchie e neanche acchiappare al volo le mosche ballerine. Non ci riesce, semplicemente perché non appartiene propriamente alla razza gatterina, la mia razza. Lui è quello che, come sghignazzano i randagi che sostano attorno alla chiesa, “è il tuo Padrone”, mettendo enfasi e sfottimento in quella P maiuscola della parola. Ma non è il mio Padrone, né di nessun altro, semplicemente perché non sente di esserlo: è soltanto il mio migliore amico.
Un amico coi fiocchi, sincero, speciale, che spende un patrimonio in mangime per gatti, umido e secco, di buona marca e qualità. Ma è giunta l’ora di presentarmi: io sono Rossy, ho una sorella che si chiama Rosa, tre nipoti: Carlettomaxx, Leontrosky e BattaglieraBum. Come è facile capire siamo tutti di pelo fulvo. Non potrebbe essere altrimenti, in questa casa. Abitiamo, però, nel giardino, sistemati in 5 cucce di plastica colorata, a forma di Casa di Snoopy. Abbiamo cuscini puliti ogni settimana, cibo abbondante 3 volte al giorno: colazione, pranzo e cena. Gi ci tratta alla grande e noi siamo consapevoli della fortuna che ci è toccata. Noi e lui. Per via di questa sintonia che ci fa sereni e tranquilli. Noi due ranocchiette siamo state vaccinate ed operate. Lui, Gi, ci ha pensato molto, non voleva crearci problemi, attentare alla nostra natura, ma entrambe noi femminucce abbiamo, un giorno, sussurrato lui, attraverso fusa e miagolamenti vari, l’esigenza di provvedere a limitarci delle attività sessuali, che, ne eravamo certe, avrebbero portato solo guai, gravidanze indesiderate, rotture di scatole e dolorosi morsicamenti sui nostri colli e sulle schiene. Dunque alla fine si decise e ci portò dal Dottor Martino, giovane e valente Veterinario, che, in men che non si dica, provvide a sbarazzarci dell’estro maleficio. La nostra vita si regola con le stagioni e con la capacità superiore d’affrontare le giornate. La nostra occupazione principale è giocare. Essa è alternata con l’altra occupazione principale, il dormire. Come già immaginerete, tra il gioco ed il sonno, intervengono le pause pasto a rallegrarci lo spirito e lo stomaco, permettendo il ripristino delle energie perdute. Un po’ del tempo lo passiamo con il nostro amico. Gi scende tra noi, al mattino, e ci coccola con il solito fare coccoloso, mentre ci rinnova l’acqua nelle ciotole, ci ravviva i cuscini e fornisce la quotidiana razione di cibo. E’ bravissimo ad alternare i sapori e a concedere ad ognuno di noi il gusto più appropriato e richiesto. Tra noi c’è una sorta di linea telepatica, per via del fatto che Gi è perfetto nel donarci quello che in realtà vogliamo in quel determinato momento. Un esempio? Stamattina il mio solleticante appetito avrebbe voluto pasteggiare in pezzettini di salmone in salsa. Bene, la ciotola blu, la mia, si è subito colorata di rosa. Dalla bustina il contenuto è sceso: il salmone è stato mio. Olè. La sorella va ad altri gusti. Lei è golosa di carni bianche. Dunque per lei pollo a straccetti. Felice ci si butta. I nipotastri sono di gusti voraci. Per loro manzo a volontà, non ci si sbaglia mai. Gi ci osserva e ci controlla. La sua attenzione è proverbiale. Basta un raffreddorino e ci trita la pilloletta, basta una lacrimucce e son dolori di collorio. Insomma ci cura, ci tiene ben messi e vuole che il nostro sia un pelo sempre lucido e pulito. Davvero un tesoro d’amico. Peccato non sappia saltare, con un balzo, il recinto, peccato non sappia tagliuzzare a strisce il tronco dell’albero grosso e neanche piantare gli artigli nella zampa di Alfredo, il cane zombie del vicino. Sarebbe fantastico avercelo a nostra disposizione per tutto il giorno. Ma lui va a lavorare, lo schiavo , e non capisce il grande valore della Libertà. Eh no … ma un giorno, chissà. Intanto stiamo cercando un mago che gli faccia un qualche incantesimo e ce lo riporti ad esser gatto, che, siamo più che sicuri, tempo fa Gi era un Signor Gatto e può esserlo ancora. Eh si …

 

Mimì © Antonella Iurilli Duhamel

 

Mi chiamò Mimì dal giorno in cui mi trovò morente ai bordi di un marciapiede. Un bruto, un attimo prima, aveva tentato di scaraventarmi con un calcio nel bel mezzo della strada; a detta di lui, la mia carcassa insozzava il marciapiede. A lei però, non erano sfuggite le cicche che il balordo spegneva con tacco della sua scarpa, arrabbiata per la sua ipocrisia e addolorata per le mie condizioni non esitò a scagliarsi contro l'uomo:
"Se osa toccare ancora una volta questo povero animale, le garantisco che questo sarà il giorno più brutto della sua vita; anche la vita di un animale ha valore. Si vergogni ! " Urlò con una furia pari a quella di noi gatti quando siamo veramente arrabbiati.
Avevo la febbre altissima, un dolore lancinante in bocca a causa di una terribile ulcera sulla lingua che non mi dava tregua; capivo a mala pena quello che stava accadendo, e soprattutto non potevo credere ai miei occhi: la mia sorte improvvisamente interessava a qualcuno disposto persino a mordere e graffiare pur di proteggermi. La mia salvatrice ebbe la meglio sul bruto, in qualche modo le sue urla indignate e piene di furore lo avevano intimorito inducendolo a rientrare di corsa nel suo ufficio. La donna non perse tempo, telefonò ai vigili per avere soccorso, costituivo un pericolo per il traffico e ciò nonostante, i vigili risposero che non erano attrezzati per il soccorso felino, allora la donna rimarcò:
"Dunque i gatti non hanno diritti?"
"No signora... ne hanno e come!". Risposero falsamente, ma nessuno venne ad aiutarla.
"Il solito menefreghismo! "
Commentò tra sè e sè la donna.
Era più che evidente che non avremmo potuto contare sull’aiuto di nessuno, tuttavia non perse la grinta, mi raccolse rapidamente dalla strada e mi adagiò delicatamente nel bagagliaio della sua auto. Ero un mucchietto d’ossa, pesavo quanto una piuma, ma lei aveva deciso che avrebbe tentato in ogni modo di salvarmi e mi portò dal veterinario.
In tutta la mia vita non avevo mai visto un luogo simile, mi misero su uno strano e alto lettino e sebbene mi facessero cose insolite , come bucarmi le zampette con degli aghi, o prendermi la temperatura in un modo che la vergogna mi impedisce di riferirvi, piano piano mi sentii rianimata; le cure facevano effetto, cominciai persino a fare le fusa, era da tanto tempo che non che facevo e avevo dimenticato come fanno star bene!
La mia salvatrice e suo marito mi curavano amorevolmente tenendomi isolata nel bagno, le varie analisi alle quali mi sottoposero, rivelarono che ero affetta da immunodeficienza felina: una malattia che si trasmette solo da gatto a gatto, la loro casa ospitava altri gatti e dunque non si poteva rischiare una epidemia.
Dopo quattro settimane di cura avevo superato i miei problemi iniziali e messo su un bel po’ di ciccetta; a detta di tutti ero diventata veramente bella e profumata. All’inizio, quando stavo male, mi facevo persino la pipi addosso, ma con tutte quelle attenzioni ero diventata molto carina, avevo solo due dentini, ma a lei piacevo lo stesso.
L’amore mi aveva aiutata, ma non bastava a restituirmi un nuovo corpo logorato da anni di maltrattamenti e denutrizione, a volte la febbre diventava alta, e la bocca si ulcerava. Con pazienza mi curavano ogni volta, ma un giorno non ebbi più la forza di reagire: una polmonite a tradimento mi riempì i polmoni di acqua e respiravo a malapena. Lei non voleva che morissi soffocata, sapeva che era una morte orribile, i dottori impotenti scuotevano il capo e fu così che si risolse di fare quello che in vita sua non aveva mai fatto e mai avrebbe voluto fare.
Lo ricorderò sempre il suo tormento; la decisione da prendere era troppo grave, il suo cuore straziato, non voleva perdermi, mi avrebbe voluta anche se mi fosse caduto l’ultimo dentino, mi avrebbe voluta per sempre con sé in qualunque modo e di questo ero certa. Ma arriva il momento in cui anche un grande amore non basta a trattenere chi si vuol bene; la sua disperazione era infinita, e ancor oggi mi rattrista pensare che probabilmente attraverso le sue copiose lacrime non potè vedere la mia gratitudine per quel suo ultimo dono, mentre leggera volavo in cielo.

 

Ma le persone sbagliano sui gatti! © Girolamo Savonarola

 

Ma le persone sbagliano sui gatti! ... " su quel gatto chiamato Grigione".
Questa sera mi accingo a raccontare una storia legata a doppio filo con la mia vita: un filo di vita che si è intrecciato con il filo della mia esistenza, fino a formare un sottile ed indelebile collarino ..di ottone.
Chi è il protagonista? Eccolo! Nacque in Abruzzo, una terra felice, celebrata nei più felici canti popolari. Ed anche io sono nato lì, in quei posti. E lì ho assimilato un idioma antico che oggi chiamano dialetto. Quel dialetto che non mi ha mai abbandonato nonostante il sagace sforzo di intere generazioni di maestri.
Ogni anno torno in terra d’Abruzzo, come un orologio svizzero, l’otto agosto. Non ho mai mancato questo appuntamento e non lo mancherò per tutto l’oro del mondo. Parto ogni anno dalla Toscana e, dopo aver attraversato amene valli, maestose montagne e terreni umidi di aratro fresco, giungo ad Alvi, un ameno paese posizionato sul versante occidentale dei monti della Laga.
Un angolo di paradiso custodito dalla non facile accessibilità del luogo; un angolo di paradiso che invita alle lunghe ed estenuanti passeggiate, stancando dapprima il fisico per raffreddare poi ogni bollente spirito.
Così, anche quell'anno una volta giunto ad Alvi ripresi a passeggiare, poi ad un tratto, oibò! Incontro una ragazza seduta su un sentiero boscoso. Chiesi: " Cosa ci fai tu qui ?" La ragazza dagli occhi gonfi di lacrime quasi fino alla cecità, mi rispose in tono sommesso: " Mio padre vuole farmi sposare ed io non voglio" e nel frattempo continuava ad accarezzare un gattino di colore grigio, che teneva tra le mani.
"Scusa, se tu non vuoi sposarti nessuno te lo può imporre" risposi con una certa sicumera. "Tutto facile per voialtri" disse la ragazza;" ma non è così semplice la vita per noialtri!" E dopo aver detto queste cose, la ragazza si alzò di scatto, mi guardò, fece un cenno di inchino con gli occhi e fuggì via, abbandonando il gattino che si rifugiò subito tra i cespugli.
"Cribbio!!" esclamai. Era meglio se fossi stato zitto. Dovevo stare zitto e farmi gli affari mei.
Rintronato da questo insolito evento, passai l’indice ed il pollice sulle mie labbra e continuai la passeggiata.
Certo! Potevo starmene zitto e mi sarei risparmiato questo triste epilogo.
Tornai a casa pensando al muto singhiozzo della ragazza ed alla cruda realtà delle situazioni paesane.
Ma poi, cena e fumi di vino appannarono la mia mente e mi donarono un sonno ristoratore.
“Alvi” deriva il suo nome dall’alba mattutina, che dona ogni giorno dei colori bellissimi. Avvezzo a questo gioco di colori, mi alzai di buon mattino ed anche quel giorno fu propizio di bei ed indimenticabili colori. Dopo colazione preparai i panini, le bibite, lo zaino, il bastone da passeggio e mi avviai per le mie solite e lunghe passeggiate.
Girai quasi tutto il giorno e verso sera passai nello stesso sentiero, dove il giorno prima sostava la ragazza triste.

Mi tornò in mente il turbamento nuziale e mi sedetti sopra una pietra. I miei occhi vagavano quasi senza controllo tra la fitta vegetazione, quando, all’inprovviso, scorsero una nidiata di gattini.
Alcuni di loro, appena incrociarono il mio sguardo, cominciarono a sbuffare.
Guardai meglio e riconobbi il gattino grigio che la ragazza teneva in mano; notai che mi guardava senza sbuffare, ma non dissi niente.
Presi del cibo sopravvissuto al mio vorace appetito e lo lasciai lì, davanti al cespuglio. I gattini non osarono avvicinarsi e protetti dal cespuglio si rintanarono sempre più in profondità.
Niente da fare, i gattini non uscirono, timorosi che io volessi abusare della loro tenera età. Nel pensare questa cosa mi sentii un miserrimo, misero, misero uomo. Mi voltai dall’altra parte, mi alzai e ripresi il cammino.
In quella breve vacanza, le giornate scorrevano serene una dopo l’altra. Nelle mie diuturne passeggiate avevo preso l’abitudine di passare ogni giorno nel castello di rovi, dove albergavano i gattini. Ma loro niente, non si avvicinavano: non volevano proprio saperne del cibo che distribuivo loro.
Cibo che, non so per quale arcano motivo, durante la notte scompariva. Continuavo a ricevere solo sbuffi e sguardi intimidatori. Però, lo sguardo di quel gattino grigio sembrava diverso: forse perché la ragazza lo aveva tenuto in mano ed era abituato alla presenza umana. Il gattino grigio continuava a guardarmi senza sbuffare, ma non si avvicinava.
Ohi tu! Cos’hai da guardare? e lo fissai negli occhi. Pensai! Caro Grigione, te ne stai lì nel tuo beato castello di rovi, ed io sono qui che parlo con te con il mio linguaggio muto, desistetti dal pensiero e mi zittii.
C’era ancora un po’ di chiaro, lasciai del cibo per i gatti, mi alzai e tornai a casa. Dopo cena andai nel mio comodo giaciglio: un caldo e soffice lettuccio, animato dal “bruscherio serale” che saliva dalla piazza, per cullare il mio sonno.
Il “bruscherio” è qualcosa di indicibile per chi non conosce questi posti, è una sorta di ninna nanna antica, che ti culla in un limbo posto sopra i sogni; e su questa ninna nanna mi addormentai.
La mattina successiva mi alzai prima del solito, volevo godermi il piacere di una passeggiata, al freddo tepore estivo dell’alba di Alvi.
Prendo lo zaino e quel giorno faccio il percorso montano al contrario; così, di buon mattino mi ritrovo davanti al cespuglio dei gatti. Non volevo fermarmi, ma poi vidi il Grigione e mi sedetti sul solito sasso.
Quasi pietrificato, per un attimo fissai lo sguardo sul gatto. Mi ricordai che nello zainetto avevo una scatoletta di tonno, la presi, l’aprii e sbriciolai con pollice e indice un po’ di tonno al Grigione. Questa volta il Grigione venne, mangiò il tonno e poi si mise a leccare le mie dita bagnate d’olio, mentre gli altri gattini rimanevano sempre lontani dalla mia persona.
Nei giorni successivi presi l’abitudine di passare ogni giorno davanti ai gattini: “il Grigione era sempre più affettuoso, ora si faceva accarezzare ed emetteva un insolito rantolo quando si strofinava sulle mie gambe”.
La vacanza stava per finire e la mia ultima passeggiata segnò in modo indelebile la mia vita e quella del gattino chiamato “Grigione”.
Il Grigione mi stava aspettando e quando lo vidi pensai: “Quasi quasi lo porto con me, starà sicuramente meglio in casa mia, che in questi aspri anfratti della natura". Presi in braccio il gattino, accorciai la mia passeggiata e tornai a casa.
Il giorno successivo preparai la macchina, sistemai il Grigione in una vecchia scatola di scarpe precedentemente bucata, e mi avviai verso la Toscana.
Giunto a casa cominciarono i problemi: non avevo la preparazione giusta per poter gestire un animale.
Quindi chiusi il gatto in appartamento e chiesi aiuto ad una vicina di casa che, con spirito audace, provvide a svuotare il mio portamonete in un negozio per animali. Il gattino crebbe bello e armonioso e non lesinava di dimostrare il suo affetto. Ogni giorno, quando tornavo dal lavoro, mi salutava con le sue fusa e non aspettava altro che io mi mettessi sul divano, per dare il meglio di se stesso.
Era un gatto fantastico, riusciva a camminare come un equilibrista sopra la ringhiera del balcone; non contento cominciò saltare su un muricciolo prospiciente al mio terrazzo, fino a quando non imparò a scendere da solo nel giardino. Notata questa inusitata agilità, gli lasciavo aperta la finestra del terrazzo per le sue scorribande. Così il Grigione invece di aspettarmi in casa, prese l’abitudine di aspettarmi davanti al portone di casa.
Passarono i mesi ed il “Grigione dal pelo lucido” era sempre più bello. E vi dirò di più! Inorgoglito dal suo aspetto possente e sospinto dalla audace insistenza della vicina, comprai anche un collarino di metallo e lo misi al gatto, con la piastrina di riconoscimento.
Poi arrivò quella fatidica sera: il Grigione non c’era davanti al portone; ed io pensai alla sessualità felina ed al suo vigore. Chissà come, ma nel pensare queste cose mi tornò in mente la ragazza triste che non voleva sposarsi. “Facile per voialtri!" Disse quella ragazza, con amara costernazione. Ed io ricordo ancora quell’espressione. "Chissà cosa avrà fatto quella ragazza" esclamai con voce bassa, quasi sommessa.
Ma, stordito dalla calda giornata di giugno, fui preso da altre faccende domestiche e tutto finì lì.
I giorni passarono in fretta ed io continuavo a non vedere più il Grigione; preoccupato chiesi consiglio a quella gattofila vicina di casa. Anche lei non sapeva niente e mi disse che i gatti conservano sempre una certa indipendenza; che non c’era da preoccuparsi; e che prima o poi il Grigione sarebbe tornato.
Ma una sera, appena tornato a casa, venne a bussare alla mia porta la vicina di casa:"posso salire?" chiese con tono quasi dimesso. "Certo!" risposi, " vieni accomodati". La mia vicina entrò in casa ed appena mi vide disse: “ Sai sulla strada per Lecchi c’è un gatto morto, ho paura che sia il Grigione”. Un tonfo sordo fece perdere al mio cuore un battito: un battito perso dal computo generale dei battiti cardiaci . Questa fu la sensazione che ebbi nell’apprendere la notizia.
Prendemmo la macchina e ci avviammo verso Lecchi: era lui, era proprio il Grigione o quel che restava di lui; spiaccicato sull’asfalto dove solo il collarino di ottone era rimasto integro: non guardai più di tanto e chiesi alla mia amica se conosceva qualcuno per farlo sotterrare. "Si! " rispose la mia amica, lo chiederò al contadino che abita in quella casa, e voltò lo sguardo; non riuscii a seguirla con il mio sguardo; lei capì e ci avviammo verso casa.
L’otto agosto di quell'anno, come al solito, tornai in montagna, ripresi le mie passeggiate ma non passai più per il sentiero dei gatti. Una sera incontrai di sfuggita la ragazza triste che non voleva sposarsi, aveva in braccio un bambino e sorrideva di fianco al marito: guarda un po’ le vicissitudini della vita, esclamai. Chi doveva stare meglio è morto; chi era triste ora è felice.
Per un attimo pensai al Grigione; pensai al cespuglio di rovi; pensai al voialtri, pensai alla vita migliore e mi abbandonai in un indesiderato ricordo: “il Grigione … non sbuffava”. Chinai il capo e proseguii per la mia strada. Questa è stata la grigia vita di un Grigione.

 
 
Opere pittoriche di Antonella Iurilli Duhamel
 

Progettazione grafica e web editing: Anna De Vivo

 
 
 

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a cura di Ezio Falcomer

♦Compagnia di teatro sul web Accademia dei Sensi♦

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