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-la forchetta- © sellyselly

 
la tenerezza della cena
si attorciglia ai muscoli della lingua
 

la forchetta raccoglie fili alla risata
e stasera è un bene
innaffiare il vino al rosso del labbro

 

attendo il risveglio della voce
una salita d'ossa, un bavero di luna
brividi sottotovaglia

 

nella semplicità delle ore
si slegano attimi sulla lunghezza delle costole

 

un giro di disco si appunta all'unghia
appena stondata, liscia al polpastrello

 

erano dodici i minuti di cottura:
la pasta odora quasi di gelsomino e sandalo
ora

 
 

Il cuscino © Grizabella1

 
Andavi via
ed io
affondavo il viso
nel tuo cuscino
a respirare l’odore
e quel tepore vago
lasciato
da te.
 
 

torreggiante  © Winston

 
torreggiante/tu la vuoi turrita la città
io ingolfata di finestre, di porte/
scarpe cui dare senso/ pei vichi
umidi una città universale/i grandi
prostituti di un tempo cui il corpo
sfrenava il sangue e chiese e campanili
non li distinguevi.
Di dolce, doloroso morire si andava fieri/
bastava uno sguardo astuto sguardo e le mani
poggiate a terra.
 
 

Playstation © Pinotota

 
Lancio l'anatema
a misura del mio fiato
per inventarmi scuse
ma del gioco
non posso farne a meno
solo per me consumo
il tempo avanzato
all'esistenza
quest'esistenza che si compie
muta
nel vivere ancora mascherati
col timore di non poter
resistere.
Così con fantasia contendo
il campo alla morte...
 
 

La Sedia © rinaldo ambrosia

 
Era una sedia.
La prima volta mi aveva provocato una sensazione strana. Vertigine e una leggera nausea, ma era solo una mia impressione, mi sembrava che il tempo fosse tornato indietro. Si fosse arrotolato su se stesso. Non ci avevo fatto molto caso, preso da come ero con il pensiero fisso sulla rata da pagare.
Poi era successo nuovamente, e poi ancora.
E la storia era partita. 
Vedevo quell'affresco sbiadito dagli anni. Ci passavo davanti tutti i giorni quando uscivo dalle elementari. Era dipinto su quella parete della vecchia villa adibita ad asilo. Avevano aperto una strada che tagliava un segmento del giardino, quello destinato all'orto, e l'affresco ora era visibile per chiunque passasse da lì.
E io ci passavo ogni giorno. 
Ora, a distanza di anni, mi sembrava che alcune cose fossero cambiate, ma forse era solo una mia impressione.
Eppure...
C'era il pescatore, un omino del settecento, forse un contadino, con quei buffi calzoni al ginocchio fermati con un nastro. Un cappellaccio in testa e una casacca che gli fasciava il corpo. Poi c'era il lago e sul fondo le montagne.
 
Avevo preso la pialla dalla cassetta degli attrezzi e mi apprestavo a riparare il telaio di una finestra dell'asilo, rovinata dalle intemperie. Mi sembrava strano, a distanza di anni, ripercorrere quella ghiaia del giardino che avevo calpestato da bambino. Ricordavo le suore con quella enorme cuffia, sempre immacolata, che sembrava ricordare le ali dispiegate di una farfalla.
 

La sedia l'avevo trovata abbandonata nel capanno degli attrezzi, tra vanghe e rastrelli dismessi. Ora il giardino lo curava una ditta che ne aveva ricevuto l'appalto. Avevo appoggiato le aste di legno su quella sedia dalla paglia sfondata, le cui parti in legno erano realizzate a mano. Una sedia antica, di fattura grezza ma solida.

- Era del vecchio giardiniere – mi aveva detto Maria, la custode, poi aveva aggiunto – al termine del lavoro si sedeva un paio d'ore lì, a fumare e a guardare l'affresco del lago.
E così avevo ripristinato la sedia e ripreso l'abitudine del giardiniere. 
Al termine della giornata, ritirati gli attrezzi, mi sedevo su quella sedia a guardare l'affresco e il lago. No, fumare non fumavo più da anni. Mi infilavo tra i denti un filo d'erba e stavo lì a trastullarmi e stemperare il resto della sera, vagando con i pensieri.
E più guardavo quel muro dipinto e più mi sembrava di vedere un paesaggio reale. Quella sera era salita anche la nausea, tutto sembrava ondeggiare, come la calura estiva. 
E il paesaggio del lago mi si era presentato reale lì davanti ai miei piedi. Il pescatore era scomparso. 
Avevo guardato attorno al masso e poi sul lungo lago.
Nulla e nessuno. 
La mia mano era scivolata a lambire l'acqua e una sensazione di freschezza era stata la risposta del lago. Un pesce era guizzato tra i sassi. Tutto era reale. 
Reale ma strano, privo dei tipici suoni della campagna. Sembrava che un silenzio totale avesse preso possesso di tutto. 
Un silenzio glaciale.
Ora avrei voluto rientrare nella mia casa e invece ero entrato in una storia. 
Mi ero voltato ma era scomparsa la realtà di un istante prima. Mi ritrovavo prigioniero in un luogo e in un tempo diverso, almeno a giudicare dalle vesti e dagli attrezzi di quei contadini che stavano venendo verso di me.
Mi ero voltato ma la soglia tra le due unità temporali, ammesso che ne fosse mai esistita una, era scomparsa.
I contadini avanzavano brandendo forconi e falci. Erano bellicosi.
Alla paura iniziale si era associato in me l'istinto della fuga. 
Correvo, correvo, ma verso dove?
Vedevo che la folla dei terrazzani guadagnava sempre più terreno.
Il lago mi sbarrava la strada.
 
Poi tutto si arrestò.
 
Lentamente, l'immagine come era comparsa, si attenuò e svanì del tutto. 
Mi ritrovai seduto a fissare l'affresco. Lo spavento iniziale era stemperato, mi sentivo meglio. Guardavo l'affresco e c'era qualcosa che non tornava.
Osservai meglio. 
Il pescatore, quel curioso omino del settecento, ora era in piedi e voltato di spalle. Dietro di lui, capovolta a terra, c'era una sedia, la sedia sulla quale stavo seduto io.
 
 
 
 
Progettazione grafica e web editing: Anna De Vivo
 
 
 

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a cura di Ezio Falcomer

♦Compagnia di teatro sul web Accademia dei Sensi♦

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