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Non poteva essere che un uomo © ferdigiordano

 
Non poteva essere che un uomo. Non avrei voluto essere altro che “quell’uomo”. Non diverso, non sovrapposto, né contemporaneamente, ma: o io o lui. Certo, io essere lui. Quindi lui non più come era, come si manifestava e come nell’intimo desideravo avesse me, non se stesso. Sembra quasi una dichiarazione di amore profano, tanto intensa da farmi apparire omosessuale, e forse lo sono a cercare bene le prove, ma poco importa: desideravo essere lui. Un “lui” inalterato, senza spostare virgola né dal cuore né dalla mente né dalle scarpe… Le scarpe! Quelle le avrei cambiate. Perché no? Non mi piacevano così alte e robuste. Di quel colore, poi! Chissà che calzini usava. Penso calzettoni, a quel punto. Fantasia malvagia! Magari anche i pantaloni, che non erano di mio gusto: ampi, cadenti; vita bassa e tasche al ginocchio quasi… Sì, i pantaloni li avrei cambiati. Del maglione che dire? La camicia, della quale intravedevo solo il colletto piuttosto svolazzante, bianca e orecchiuta, non mi convinceva troppo. Dirò di più: me la sarei stracciata addosso. L’avrei fatta a brandelli e poi pezze per spolverare, solo pezze o forse neanche. Ma il maglione, il maglione mi piaceva non poco. Di lana grezza, ampio e di due misure più abbondanti, caldo a ben vedere, con una “G” maestosa e bianca su sfondo verde marcio, il maglione mi attirava e mi respingeva ad un tempo… Che fare? Nella più totale indecisione, avrei scelto un rosso vivo, ampio uguale, ma a misura confacente al corpo… il corpo, ecco, il suo corpo che sarebbe stato il mio! Beh, qualcosa non mi convinceva in quella struttura: saranno state le spalle cadenti e sopra un collo sottile, oblungo, una testa rotonda e rubiconda, quasi enorme solo più grande di grande, portata come un segno di frazione, o sarà stato il tronco come un cono poggiato sulla base e, sotto, il bacino stretto e le gambe malamente ad arco dall’anca alle caviglie, però quel corpo tutto sommato avrei dovuto provvedere ad una sequela di allenamenti per rifondarne l’aspetto…
Non poteva essere un uomo. Non avrei poluto essere “quell’uomo”. Diverso, sovrapposto, contemporaneamente: io e lui. Certo, io non essere lui. Quindi lui rimasto come era, come si manifestava e come nell’intimo non desideravo avesse me, ma se stesso. Sembra quasi una dichiarazione di odio animale, tanto intensa da farmi apparire eterosessuale, e forse lo sono a cercare bene le prove, ma poco importa: non desideravo essere lui.
È per questo che non sono riuscito ad andargli dietro mentre tirava il guinzaglio fino a farmi sanguinare il collo e scalciava e bestemmiava e malediva il creato e dio e d’un balzo l’ho azzannato al collo e sto qui ad aspettare che Natale passi nella gabbia e mi porti la siringa letale…
 

Che dire delle mie scarpe sformate © Rinaldo Ambrosia

 

Che dire delle mie scarpe sformate,
dell'usura del tempo, dei passi mancati.
Alla lavagna, il computo del mio destino è quasi terminato.
Saggia cosa sognare.
Ripartire creando un istante nuovo, una nuova modalità di desiderio.
Vorrei... vorrei, vorrei essere...
Ma poi la mano ricade stanca sui tasti del computer.
Che senso ha un remoto sogno adolescenziale mentre la vita incalza, morde i fianchi?
Famoso, fumoso, fangoso lo sono nelle notti dove il sonno dilata l'architettura dell'istante,
dove fugge incalzato dagli improperi del giorno.
E io lì, come faro nella notte, alimento le sinapsi in quel flipper che porto in capo.
E il pensiero rimbalza stordito, piroletta facendosi largo tra miei istanti.
Rido dei miei attimi, dei miei giorni, di tutto il mio essere.
Cammino su frammenti di riflessi colorati, miscela collosa di gioie e dolori.
E allora non più sogni di gloria, non più l'eccesso per tappare il vuoto di una esistenza priva di luce e suono.
Ciò che è desiderio oggi è già storia, cucita su istanti compiuti.
Vorrei essere terra e vento,
fuoco e acqua, mare e cielo.
Confuso e catalizzato tra questi elementi porto avanti il mio fardello genetico,
stemperato nel sorriso della moltitudine delle genti.
Perchè ogni istante è davvero vita nuova.

 

Volevo offrirti farfalle © LeopoldBloom

 
Si stanno allungando le giornate, ancora due ore e spunta il sole, Laika riesce ancora ad alzarsi e fare due passi a venirmi incontro, devo chiedere a Giulio di tirargli una schioppettata, vive solo per senso di dovere, non muore solo perché non glielo ancora chiesto, non riesco a dirgli di andarsene, ma adesso l'egoismo sta diventando crudeltà.
Il fiato secco e stanco di quelle ossa, la volontà di una fedeltà ignorante, fare trovare l'ordine a mattino, diciotto anni di interposto amore, l'orgoglio del comando delle poche ore del mio sonno, delle assenze durante il pranzo; Gli faccio assaggiare che sapore ha la carne cruda, prima di...
Voglio che sappia com'era, che risalga un rigurgito di ricordi, insieme al sugo rosso, la sua vita precedente.
Una morte è come una amputazione, non esiste chirurgo tanto abile da ritrovare tutte le connessioni, resta una nostalgia nella rinascita, nessun cavallo mi farà venire voglia di risalire ai monti, il colpo di fucile dalla parte dell'occhio guercio, poi rimane la carne dura, da frollare al freddo del congelatore e si chiude uno spazio con il portello a pressione.
Non esiste altro cane, non sarà lo stesso, un tempo che si chiude, il mio corpo a preso gli stessi suoi dolori, la schiena, le spalle, le mani, una morte l'ho anch'io, nelle ossa, nei nervi.
Non le dico queste cose, mi rimangono tutte nel mio sguardo, questa festa che si prepara sempre buia e malinconica, corta di luce, priva di religione, accorda il tempo presente e futuro, quando con le gambe sotto il tavolo mi riempirò il piatto sarà finita, tornerà ad essere vita spicciola. Ho poco tempo per contare le differenze e i dolori, la voglia di vita che ancora c'è, le cose per cui devo restare e quelle per le quali devo fare posto.
 

Vorrei essere un conduttore © Pinotota

 
Vorrei essere un conduttore e intervistatore radiofonico, stimato, conosciuto, popolare, per tener fisso il mio sguardo sull'uomo, non sull'idea di lui astratta, teorica, ma sul suo essere singolo, concreto, immediato, sull'individuo e sulla persona che si presentano a me nel rapporto di ogni giorno: io dentro uno studio radiofonico davanti ad un microfono, e lui da casa, dall'ufficio, per strada, in macchina, da un altro luogo qualsiasi, davanti al telefono e con l'apparecchio in mano: io conduttore e lui interlocutore.
Mi piacerebbe conoscere un numero incredibile di uomini e donne leggendo le schede delle loro telefonate, parlare con migliaia di loro in migliaia di ore di trasmissione, proporre migliaia di argomenti ogni gior
no uno diverso dall'altro concernenti gli ambiti più vari: dalla religione alla politica, dal diritto alla società, dalla storia alla cronaca, ma sopratutto indagare nel “vissuto”degli italiani, nelle loro esperienze di cittadini, padri, mariti, mogli, fratelli, sorelle, figli e figlie.
Vivrei così intensamente, se vita è aprirsi all'altro, parlare con lui, rischiare la propria identità fisica e psichica nell'agone dialogico che è meno frequentemente gioco ed invece più spesso lotta ed agonia. Mi sentirei veramente completo con questa incessante, incalzante, defaticante, spasmodica coabitazione di parole, perchè la radio non è la televisione perlopiù costruita su un “copione” che prevede le battute, i tempi delle battute e indica già il canovaccio delle risposte.
Mi muoverei su esili tracce che vengono stravolte, che devono essere stravolte se si punta a cercare e ad ottenere che si sprigioni una scintilla di autenticità umana affidandoci alla sola drammatizzazione che è consentita, quella di scavare nel profondo delle coscienze e delle sensibilità al fine di fa emergere il mai detto, l'indicibile che esplode nella tensione della comunicazione reciproca.
Non pretenderei mai comunque di conoscere l'uomo nella sua immediatezza esistenziale e tanto meno l'altra metà del cielo, la donna.
Vorrei però poter incontrare il dolore, la sofferenza fisica e morale, la solitudine, la disperazione.
E' una banalità pensare che l'uomo è misterioso e inafferrabile, inconoscibile nella unicità della propria condizione ed esperienza, che, per un segno, un tratto, una connotazione, una denotazione lo fa irripetibile, esclusivo prototipo irriproducibile in serie. Ma l'uomo può sorprendere anche per la sua pazienza, generosità, disponibilità, per la tenacia con la quale affronta il rischio e tiene testa alla sfortuna, alla disgrazia, al dolore e per il bisogno che ha di raccontare e di ascoltare.
Vorrei parlare con i giovani, che vivono nella precarietà del lavoro incerto, ma non solo di quello.
Sono questi giovani, in ogni parte del mondo, che hanno impresso alle vicende un radicale segno di rinnovamento. Sono solo loro la speranza per poter immaginare nuovi cieli e nuove terre, e forse gli uomini potranno tornare a parlare e magari anche a poetare.....
 
 
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a cura di Ezio Falcomer

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