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Antologia dei Soci di Rosso Venexiano - Presi in parole

Chissà se per noi qui, ma anche per voi nel luogo in cui ci accogliete, è possibile questa considerazione di Vinko Möderndorfer: “Essere poeta è uno stato d'animo. Un modo di vivere. (…) La poesia ti trova da sola, spontaneamente, non occorre che tu vada a cercarla.”

Se questo corrisponde, e posto che dentro non ci stia tutto (certo non il tutto espresso, quanto il solo comunicante la dimensione creativa personale del mondo-vita) e fuori, tanto fuori che non sia possibile mischiarsi a quella imperscrutabile legione di corpi, masse mobili, pulsioni contaminate, grida di sangue e borbottii di battaglie - in poche parole: umanità transumante al declino -, si avrebbe, grado meno grado più, la posizione di questa raccolta antologica degli autori presenti nelle pagine virtuali di Rossovenexiano.

Pagine a mezz’aria in cui si incontrano e dimorano, ma più logico è dire si segnano, sensibilità liriche di cui qui le sillogi. Tra esse e il dentro-fuori è possibile far rotta a latitudini cartografiche personali, misure a grado di singolarità straordinaria, che portano a confluenze espressive, temi poetici e sublimazioni collettive provenienti da esperienze formative diverse, e tali, che per ognuno possa notarsi la differenziazione compositiva necessaria perché la lettura sia varia ma, se ben attenta, consenta la comune esigenza di esternare il proprio mondo o posterizzare il mondo già visibile, auscultabile, tattile, con la pupilla, l’orecchio, le mani e tutte le vene di ognuno.

La scrittura poetica è un gesto ricco di stimoli ricevuti da un universo di segni diretti a un fine, pur non avendo scopo; c’è perché c’è e il suo obiettivo è creare un'alternativa lessicale, una strada capace di comunicare oltre il consueto che si riceve dal tempo. Mercato, pubblico dovrebbero essere non contestuali ad un poeta, o presunto tale, soprattutto se giovane. Egli evapora da essi come similmente fa l’acqua sulla presa del fuoco.

La poesia non ha bisogno di interrogarsi sulla sua esistenza, dice Eliot, noi aggiungiamo che neppure è necessario chiedersi chi è il poeta: si riconosce e matura solo attraverso il coinvolgimento pulsante del lettore in qualsiasi tempo, benchè l’avvento e la diffusione di Internet ponga facilità alla propagazione di quel respiro versificato che solo poco prima rimaneva dimenticato, perso nei meandri di scatole di scarpe, cassetti, segnalibri ingialliti di libri mai editi. Pure non può dirsi che disporre di un ampio prato consenta ai fiori una emersione più efficace al sole: quantità fa solo rima con qualità; eppure noi qui stiamo ad attendere che un vento - del quale la direzione ci è sconosciuta - passi e sparga semenze; e ugualmente da quell’aria traiamo lo sguardo che disseta il nostro bisogno di testimoniare una sensibilità complessa che vuole - deve - estrinsecarsi.

La poesia è senza meno pigmeo che sogna altezze da uno spazio autoctono dell’anima in cui confluiscono le visioni elaborate inconsciamente e, in modo poi consapevole, estroflesse dal sé privato a quello pubblico - in rari, rarissimi!, casi aiutata ad evolversi e sempre più autoprodotta, fagocitata da pseudoeditori, vuoticoncorsi, falsicritici - tentando, a guisa di megafono, il coinvolgimento delle emotività dei pochi che poggiano i loro polsi al suo davanzale; ma non è sempre vero che tali esposizioni abbiano radici pure e non di sola mostra. Così il poeta spoglia la propria singolarità per renderla approccio collettivo e tentare un abbraccio che altrimenti non riuscirebbe se non spinto/penalizzato dalla vorace macchina della ragione alla vetrina/mercato. Dirò perciò che il suo lavoro - il nostro lavoro - attraversa il segno educato a tale compito (la parola è ad un tempo sangue e pensiero e veicolo, dovrebbe però ricevere in molti casi conforto dall’alfabetizzazione lirica o, se si vuole, l’abbandono della mera redazione diaristica) per spargere i detriti di noi stessi ancorchè non ci fu possibile renderle reliquie per evidenti limiti anche nostri. E se l’arco dovremo essere noi, non solo noi vorremmo essere bersaglio. E’ la speranza, il velato desiderio di luce, che piccole ombre celano nel movimento minimo che quest’opera inizia e anela più ampio.

 

Ferdi Giordano

 

 

 
 

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a cura di Ezio Falcomer

♦Compagnia di teatro sul web Accademia dei Sensi♦

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