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Considerazioni sui testi creativi facenti parte del n. 241 (2014) di “Fermenti”. di Raffaele Piazza

 
POESIA
 
         Nella sezione dedicata alla poesia, nel numero 241 di “Fermenti”, ci soffermiamo su Anche se sconosciuti i versi di Milton (epigrammi, lapidi, tracce d’impresa) di Domenico Cara,  Un lettore della domenica (la complessità prima della catastrofe)  di Donato Di Stasi e Le due ville di Giuseppe Vigilante.
 
         Anche se sconosciuti i versi di Milton (epigrammi, lapidi, tracce d’impresa) di Domenico Cara è  una silloge composta da trentasei testi brevi e compatti, quasi tutti ben risolti in un unico respiro.
         E’ molto raro leggere su rivista un numero di componimenti così considerevole di un singolo autore.
         Le poesie che il poeta ci presenta, dal tono vagamente epigrammatico, possono essere considerate singolarmente come tasselli di un mosaico più vasto, frammenti di un poemetto il cui filo rosso si può identificare in una scrittura visionaria e anarchica.
         Nelle composizioni il ritmo è incalzante e produce una suadente musicalità nei versi armonici,  ben cesellati e controllati.
         E’ da mettere in evidenza che, nel complesso delle immagini, si realizza una felice fantasmagoria di quadri, spesso irrelati tra  loro, al punto da sfiorare l’alogico.
         Alcuni dei componimenti hanno per protagonista l’io-poetante, mentre altri possono considerarsi descrittivi.
         Il poiein di Cara è icastico, armonioso e leggero e i sintagmi, interagendo tra loro, spesso si dilatano, provocando accensioni e spegnimenti.
         Le figurazioni affascinanti procedono per accumulo e scaturiscono le une dalle altre.
         Il tono delle poesie (tutte provviste di titolo) ha un afflato gnomico e il complesso dell’opera, nella sua scrittura, si può considerare tout-court un consapevole esercizio di conoscenza.
 
         Un lettore della domenica (la complessità prima della catastrofe) di Donato di Stasi, può essere letto come una plaquette, composta da diciannove parti, disomogenee tra loro per estensione e contenuti, tutte sotto il comune denominatore di una forma sorvegliata e articolata.
         Il titolo dell’opera pare contenere una certa dose di ironia e la dizione è connotata da una notevole originalità.
         Significativo l’incipit dell’intera sequenza (frammento 1):-“La poesia facile è un inganno…/-”.
         La suddetta frase è molto densa e può dare luogo a varie considerazioni.
         Nel secondo verso il poeta riprende il discorso sulla poesia, che riflette su se stessa, affermando che non è di breve uso la poesia.
Le due  affermazioni ci fanno intendere che, quando la scrittura poetica è  “facile”, come attualmente spesso avviene, non raggiunge la dignità di vera arte, anche se, eticamente, anche poesie semplici possono avere un senso come mero  mezzo per superare la solitudine.
La poesia  riuscita esteticamente, contrariamente a quella facile, è un valore profondo degno di stima e di considerazione e dura nel tempo nell’immaginario di chi la produce e dei suoi lettori.   
         Nei primi due frammenti il poeta s’interroga sull’essenza della pratica creativa, il suo etimo, il suo scopo e i suoi destinatari.
         Ottima la tenuta dei versi lunghi che sono molto frequenti.
         Poetica del tutto antilirica e antielegiaca, quella dell’autore, caratterizzata da una forte componente intellettualistica e da un grande spessore culturale.
In essa vengono toccati, infatti, temi sociali, storici, di politica e di costume, oltre a quello della poesia che si ripensa, al quale si accennava.
Anche un certo sarcasmo si ritrova nei testi, raggiunto spesso in alcuni passaggi carichi di nonsense.
Il poeta afferma di essere conscio di scrivere per un numero ristrettissimo di lettori, come affermava Alessandro Manzoni.
Linguaggio spesso oscuro quello di Di Stasi che pare avere una forte componente anarchica.
La sua poetica ha per cifra essenziale una notevolissima originalità, che ne fa un modello unico nel panorama odierno e la scrittura è connotata a tratti da un forte scarto dalla lingua standard e, in altri passaggi, da un andamento narrativo e lineare.
 
Giuseppe Vigilante ci presenta sette poesie dal ritmo elegante, che crea un effetto di musicalità;  le prime tre (Le due ville, David Rubinovic e La tregua)  sono dei sonetti armonici.
Si può affermare che il poeta recuperi la forma antica del sonetto con abilità e che  le qualità essenziali di questa riattualizzazione di un genere si riscontrano nell’icasticità e nella leggerezza dei componimenti.
 Sono presenti chiarezza e nitore in questi versi scattanti e la poetica del Nostro si può considerare neolirica tout-court, connotata da magia, sospensione e luminosità; frequente è l’aggettivazione che crea sfumature di significati.
L’esistenza di una linearità dell’incanto, sia che il poeta descriva atmosfere dolorose, sia che s’immerga in visioni idilliache, è costante in queste composizioni.
Un senso struggente per qualcosa di indefinito, che non tornerà mai più, legato ai luoghi, è spesso presente e si avverte una forte tensione verso una memoria, che può essere anche produttiva e felice, e che non è mai nostalgia fine a se stessa.
Particolarmente interessante il componimento Infermiera di guerra, pervaso da una suadente aurea di bellezza.
Nel suddetto l’io-poetante si rivolge ad una donna, creando un’atmosfera di sogno ad occhi aperti e, con un tono quasi profetico, afferma che rivedrà l’amato come se fosse ancora vivo e l’amato stesso rievocherà con tenerezza i suoi anni d’infanzia, portando le sue bende.
Si assiste nelle poesie di Vigilante ad una serie frequente di slittamenti temporali che creano un forte fascino e pare che il poeta ricerchi l’attimo nel senso di Heideger, come feritoia atemporale tra passato e futuro. 
Lo stile in queste liriche è controllato e le descrizioni e le ambientazioni sempre precise e particolareggiate.  
Molto bella ed alta La purezza del lago, insolita nell’affrontare il tema del peccato e della redenzione.
In essa vengono detti i peccatori che brindano al Dio della loro infanzia, forse nella ricerca di un’innocenza perduta.
Il lago stesso, per antonomasia luogo di pace, con le sue acque, in una forma di misticismo naturalistico, diviene luogo di espiazione.
Varie e intriganti queste poesie dalla forma ben strutturata.
 
 
NARRATIVA
 
 
Molto interessanti nella parte di “Fermenti” dedicata alla narrativa i racconti Il giuramento di Gemma Forti, Famiglia focolare chiuso di Velio Carratoni e Diario dall’isola di Marmara di Enzo Villani.
 
Il giuramento di Gemma Forti è un racconto breve scritto in terza persona, che potremmo definire, in una certa misura, per certi aspetti delle vicende, come appartenente al genere surreale.
Protagonista è Daisy, ventenne attrice teatrale, una provinciale ingenua appena uscita dal college.
All’inizio della diegesi siamo immersi nell’atmosfera di un festa di Capodanno, durante la quale, la ragazza, elegantemente vestita e molto sexy, prova disagio e depressione, nonostante sia ammirata dagli uomini e invidiata dalle donne.
Altro motivo di gioia per Daisy dovrebbe essere il fatto di essere riuscita ad ottenere un contratto vantaggioso per una parte tanto desiderata in una commedia, strappandola alla sua rivale Amanda, quarantenne boriosa, che era stata amante del produttore.
Il forte turbamento della ragazza è causato dal fatto che è dovuta scendere a volgari compromessi per ottenere il ruolo ambito nella piece teatrale.
Durante la festa balla appassionatamente un tango con Alfred, il ganzo del regista, ma, quando rimane da sola con se stessa, prova una forte sensazione di vuoto e di angoscia.
Questo la spinge ad eccedere con champagne e whisky, motivo per il quale è costretta ad andare a vomitare alla toilette.
Daisy decide, allora, di lasciare il ricevimento ed esce all’aria aperta, fredda e corroborante, che le fa passare il cerchio alla testa e il malumore.
La strada è deserta e sui suoi tacchi alti s’incammina.
Elemento centrale della narrazione è l’incontro con una barbona vecchia e puzzolente di alcool e di orina, nonché paralitica, che, incredibilmente, la chiama con il nome Daisy, senza che le due donne si siano mai conosciute.         
 La figura spettrale si rivolge alla ragazza mostrandole uno specchio e le dice di avere avuto le identiche sembianze di Daisy da giovane, aggiungendo che la fanciulla assumerà, quando sarà vecchia, il suo stesso orribile aspetto.
Poi la tetra apparizione scompare inghiottita dalla nebbia e, sotto una pioggia torrenziale, l’attrice comincia a correre piangendo copiosamente e terrorizzata.
Improvvisamente ha un’intuizione e comprende di poter essere felice perché non farà mai la triste fine di quella megera e in quanto, nel suo ambiente di lavoro, non accetterà mai più sporchi coinvolgimenti in futuro, costi quel che costi.   
Anche il tempo atmosferico entra in sintonia con la nuova condizione morale ed emotiva di Daisy.
Infatti  smette di piovere e la ragazza sente solo la gioia fisica dell’aria fredda sul suo viso.
Addirittura, ancora per una sospensione di eventi naturali, la fanciulla si scopre compiaciuta in abiti caldi e morbidi, ottimo antidoto contro il gelo e pensa stupita che la vita, a volte, riserva piacevoli sorprese.
Alla fine riflettendo con ironia, nel bianco ovattato della notte, rassicurata, pensa che tutto muta in un attimo, si modifica, si consolida, si trasforma,  muore. Niente è eterno Nemmeno i giuramenti.
 
Famiglia focolare chiuso di Velio Carratoni è un racconto connotato da un crudo e amaro realismo.
In esso l’autore descrive alcune scene di un gruppo familiare nel suo interno, composto da Marta, quarantenne casalinga, dai figli in età adolescenziale, Sandra quattordicenne, Leo dodicenne, magro trascinato dallo stimolo del movimento e dal marito Leandro.
Uno squallore e un forte decadimento morale e fisico dominano nell’appartamento dove abitano, sottesi alla nevrosi che pare attanagliare i quattro personaggi, che risultano essere veramente privi di slancio vitale.
Carratoni descrive efficacemente una quotidianità quasi sordida, che è la protagonista tra le pareti domestiche.
Sembrerebbe un nucleo piccolo borghese, con il marito sempre davanti al televisore a vedere film violenti, uomo che svolge solo lavori occasionali.
La moglie Marta è la figura sulla quale sembra focalizzarsi maggiormente l’attenzione dell’autore.
La figlia Sandra passa il tempo a leggere fumetti e il figlio Leo, che attraverso la gestualità del corpo, tenta di relazionarsi con la realtà senza riuscirci, sembra immerso nel suo mondo, prigioniero del suo film.
Come dicono gli psicologi, il modello positivista di famiglia non esiste, e, inevitabilmente, in ogni gruppo parentale di marito, moglie e figli sussistono difficoltà e disarmonie.
Nel caso di queste persone, i disagi, dovuti specialmente alla convivenza, sono accentuati in modo preoccupante.
Se il quotidiano ha un risvolto epico, con le bollette della luce, del gas,  del telefono e del condominio da pagare e con tutte le altre incombenze giornaliere, i protagonisti descritti, pur non arrivando alla disperazione, non sono affatto sereni.
Marta fuma continuamente sigarette, senza le quali non riesce a trovare concentrazione e sintonia con la realtà circostante e, per esempio, il momento del pasto comunitario è disarmonico, all’insegna della disappetenza e dello scarso amore per se stessi.
La donna è insoddisfatta del marito e medita di riallacciare legami con amici del passato, ma poi decide di rinunciare a questi progetti, anche per un senso d’indolenza.
Si parla di una proprietà, di una casa ereditata che forse dovranno cedere.
Il quadro di una famiglia che si rivela come un focolare chiuso, come dice lo scrittore nel titolo, dal quale, oltre alla solitudine a due dei coniugi, trapela un senso di autocompiacimento e di apatia di tutti i membri del gruppo.  
 
Diario dall’isola di Marmara di Enzo Villani è un racconto che ha per tema l’omosessualità maschile, argomento scabroso quanto mai nella nostra contemporaneità, nella quale, ai due opposti, ci sono la rivendicazione del matrimonio da parte dei gay, da un lato, e, dall’altra, da parte di esponenti di una mentalità retriva, una lotta feroce, che sfocia anche nella violenza, proprio nei confronti dei gay stessi.
La scrittura è in prima persona e lo stesso io-narrante è un omosessuale che compie un viaggio in un’isola esotica con l’amico Nicodemo, che da poco ha passato la cinquantina, e il suo giovane amante Erol ventiseienne.
Il motivo conduttore della diversità è trattato con delicatezza e anche con una velata e dolce ironia.
Nicodemo è un uomo molto intelligente, che ha pubblicato per tutta la vita studi e ricerche e ha scritto libri.
Ha avuto molte relazioni brevi e occasionali e ora è preoccupato perché il suo amore per il ragazzo sembra una cosa molto seria e coinvolgente ed è iniziato con un’intensissima intesa sessuale; ma l’amico ricorda a Nicodemo che il sesso non è tutto.
Entrambi i partner gioiscono e soffrono molto per il pathos dell’eros e cercano sintonia attraverso la ricerca di un miglioramento della loro capacità d’amare.  
All’inizio della narrazione i tre protagonisti si trovano su un battello diretto verso un’isola e l’io-narrante stesso rivela di essere stato fino alla fine indeciso se imbarcarsi o meno con la coppia, in quanto si sente a disagio nel recitare il ruolo di balia asciutta.
 
Da notare che le raffigurazioni dei luoghi stessi sono molto accurate e spesso vengono detti cimiteri che evocano immagini di un funereo ma anche sereno misticismo.
Il racconto è suddiviso in microframmenti di varia lunghezza, che rendono la lettura intrigante, fornendo al lettore la possibilità di concentrarsi sulle varie parti.
Anche le descrizioni della natura lussureggiante dell’isola sono inserite nella diegesi come sfondi dei tormentati amori dei protagonisti. 
Il narratore vive anche lui una storia amorosa con un nativo del luogo, un ragazzo timido e sensibile.
Alla fine della storia l’io-narrante, che si potrebbe definire onnisciente dal suo punto di vista, diviene il confidente del ragazzo Erol, che, con la voce straziata dal pianto, gli rivela di avere un forte timore di non essere veramente amato dal suo compagno.
Riesce a infondere nel ventiseienne tranquillità e fiducia e viene ringraziato dal ragazzo.
Belle le parole finali: l’affermazione che, anche se tutte le cose prima o poi finiscono, si deve lottare per l’amore, non abbattersi per le difficoltà ed usare intelligenza e passione nei rapporti amorosi.
Nicodemo è una persona perbene, come ce ne sono poche, ha bisogno di credere in se stesso e anche nella felicità che Erol può offrirgli con sincerità.
 
 
                                                                  Raffaele Piazza

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a cura di Ezio Falcomer

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