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Piergiorgio Branzi


 
Piergiorgio Branzi
 
 
Il principio fu la fotografia del bianco e nero denso, materico, sensuale. L’ispirazione del 1953 dopo “l’illuminazione” per aver visto una mostra di Henri Cartier Bresson a Firenze, ha fatto di Piergiorgio Branzi uno dei testimoni più autorevoli dei nostri tempi, considerato ”il più europeo tra i fotografi italiani del dopoguerra”.

 


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L’incontro con Cartier svela che con la fotografia si poteva anche raccontare. Protagonista della vita artistica e culturale della sua epoca, Branzi ha saputo coniugare sapientemente il talento con la dedizione ai temi sociali, ponendo sempre al centro della sua ricerca visiva, l’uomo e la sua dimensione esistenziale ma si definisce “scarsamente interessato a fotografare il cielo e mai le nuvole”. Ogni sua immagine ha il dono di suscitare emozioni ancestrali.

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Capostipite del realismo formale tra i fotografi italiani. L’assessorato alla cultura del Comune di Bolzano ha ospitato alla Galleria Civica di Piazza Domenicani, la mostra: “Piergiorgio Branzi. Fotografie 1952- 2007, a cura di Paolo Morello direttore dell’Istituto Superiore per la Storia della Fotografia di Palermo e docente allo Iuav di Venezia. Una rassegna di “ritratti ambientati” tra cui il “Ritratto della Signora Ada T.”, “Ritratto di Giovanni S.”, “Venezia. Campo San Polo” del 1954, pubblicati nel catalogo dell’I.S.F: “Maestri della fotografia italiana del Novecento”. Per Bolzano si aggiungono scatti del 2007: “Occhio per Occhio”, dove Branzi ritrae teste e occhi di pesce che definisce “la forma perfetta più rappresentativa del Mediterraneo”. Il nome di Piergiorgio Branzi, nato a Signa (Firenze) nel 1928, rimanda anche al giornalismo televisivo di cui è stato uno dei protagonisti assoluti negli anni ’60, allorché fu inviato a Mosca dal direttore del Telegiornale della Rai, Enzo Biagi.

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Il primo corrispondente televisivo occidentale inviato a Mosca, autore d’inchieste e documentari in Asia ed Africa, corrispondente da Parigi durante il Maggio del ’68, città a lui cara anche per avere conosciuto di persona Henri Cartier – Bresson.

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La fotografia cede il posto al giornalismo, ma in Branzi entrambe le esperienze sono speculari per la straordinaria capacità d’osservatore sensibile alle trasformazioni sociali. Collaboratore della rivista Il Mondo di Mario Pannunzio e Le Ore di Pasquale Prunai, in Rai è stato anche direttore delle attività cultuali e segretario generale del Prix Italia. Lo abbiamo incontrato a Roma dove ci colpisce la sua cordialità e disponibilità nel raccontare la sua straordinaria carriera.

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L'intervista con il maestro PIERGIORGIO BRANZI
a cura di: ROBERTO RINALDI

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C’è una ricerca sociologica e antropologica nella sua fotografia che emerge con una prepotenza espressiva. Come si è originata?
“E’ stato spiegato che l’ambiente crea l’impronta antropologica. Usciti dalla guerra c’era la necessità di conoscere e io provenivo da un ambiente cattolico toscano politicizzato, quello di Giorgio La Pira sindaco di Firenze. L’attenzione si è indirizzata verso il sociale, matrice culturale iniziale. A quei tempi non c’era l’omologazione del consumismo, ma il bisogno di capire”.

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La fotografia come necessità di avere delle risposte. Lei ha realizzato memorabili viaggi al sud dell’Italia e all’estero. Dal viaggio in Spagna cosa l’ha colpita?
“In Spagna volevo conoscere un mondo cattolico inquieto, reduce da una dittatura fascista e capire com’era riuscita a non essere coinvolta nella guerra. Quale era l’ambiente sociale, economico, culturale che lo aveva determinato”.

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Ogni suo scatto porta con sé una storia da raccontare. Un aneddoto curioso?
“La fotografia del Ragazzo dell’orologio del 1955 scattata a Comacchio. Ero rimasto affascinato dal film Paesaggi di Rossellini ambientato sul delta del Po. La cultura dell’immagine rappresentava all’epoca solo l’ambiente della casa e del cortile. Il ragazzo che io ho ritratto oggi ha 61 anni ed è stato riconosciuto dalle scarpe e ha un nome. Partecipai anche alla campagna fotografica Itinerari Pasoliniani a Casarsa, paese della sua giovinezza, con Gianni Berengo Gardin e altri importanti fotografi. La foto più bella l’ho scattata io nella casa di Pasolini. Ho trovato un suo ritratto vestito da avanguardista”.

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Come inviato in Russia lei divulgò immagini inedite per la televisione.
“Fino al 1962 si conoscevano solo due immagini da Mosca, le sfilate sulla Piazza Rossa del 2 maggio e 7 novembre. Realizzai un documentario sui giovani russi per il programma TV 7. Non era facile fare delle riprese in Russia, ma riuscii a restarci per quattro anni. Ho scattato migliaia di foto che solo dopo 25 anni ho accettato di sviluppare. Volevo evitare speculazioni politiche. Un impianto immaginifico. Ho una memoria visiva molto forte e ricordo tutte le immagini, anche se conservate come negativi. Erano come degli appunti personali”.

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Dalla macchina fotografica Leica alla Reflex. Utilizza anche il digitale?
“Mi trovo bene con questa tecnica, anche se non abbandonerò l’analogico. Faccio un paragone con la pittura: la possibilità di dipingere con i colori a tubetto permise di far nascere gli impressionisti. Senza quell’invenzione non sarebbe stato possibile. Lo strumento è un messaggio. Si apre un alfabeto diverso. Il problema è che oggi siamo affogati d’immagini”.

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Quelle scattate in Unione Sovietica sono un patrimonio di oltre tremila foto da cui Piergiorgio Branzi ha poi scelto quelle per il “Diario Moscovita. 1962-1966” ritenuto un “importante documento storico – sociologico” vincitore nel 2001 del Premio FotoPadova “Ramo d’Oro Editore” per il miglior libro fotografico dell’anno. Dice il maestro: “Dal 1966 al 1995 smisi di scattare. Non avevo niente da dire con la fotografia”. Nel 1997 la F.I.A.F lo nomina “autore dell’anno”. Branzi crea “Muro nero” nel 1954, “il primo nero della storia della fotografia italiana”. Le sue foto sono state esposte nel 1995 al Guggenheim Museum di New York, anno in cui ha anche partecipato alla Biennale di Venezia. Nel 1998 espone al Carrousel du Louvre di Parigi.
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PIERGIORGIO BRANZI E IL MAESTRO
Piergiorgio Branzi rievoca l’incontro a Parigi con il “mito”, della fotografia: Henri Cartier – Bresson. L’emozione è forte anche nel ripensarlo dopo tanti anni.
 “Con il cuore in tumulto salgo le rampe di un palazzo parigino dalla facciata grigia e scortecciata. Al lato della porta che vado cercando una targa di metallo con una lapidaria indicazione: Magnum. Sono introdotto in una stanza, alle pareti, senza soluzione di continuità, una scaffalatura carica di scatole di carta da stampa. Una scenografia che sembra predisposta per un set cinematografico sul mondo dei reporters, che avevo fantasticato e sperato di trovare. Non poteva essere altrimenti. Ma cosa cerco? Non so proprio, e ancora oggi ancora non lo so. Fulminea illuminazione avvenuta due anni prima sulla strada che invece che a Damasco conduce a Palazzo Strozzi di Firenze (era il 1953 ndr) dove era stata allestita una mostra del nostro vate. La prima esposizione fotografica che visito! La prima che approda a Firenze! Le ricordo tutte, quelle immagini, sono quelle del nucleo innovativo, rivoluzionario della sua opera. Tutte scattate entro il 1933! Ma non mi scoraggio. Come tanti altri, cerco di afferrarne il messaggio: sguardo di benevole critica sui comportamenti della società, temperata da un retrogusto di sottile humour, equilibrata struttura compositiva, rigorosa architettura delle linee portanti e delle masse. Henri mi si rivolge cortese e disponibile, inaspettatamente devo dire, nei confronti di uno sprovveduto giovane dilettante giunto da Firenze. Tremebondo cavo da una busta alcune mie stampe, che osserva con attenzione e le commenta. Su di una in particolare indugia a lungo chiedendo spiegazioni. Quella di un muro nero con al centro una cappa vuota di camino, con sul fondo, raggomitolato mio fratello. Immagine surreale ben lontana dagli intendimenti della sua opera. Mi riserva una cortesia che molto più tardi vengo a sapere essere rara: da una scatola prende un paio di provini a contatto, tutti sullo stesso soggetto, segnati con una matita grossa rossa. Mi spiega con pazienza il perchè delle scelte. Ed io che ero rimasto allo scatto unico!"
Roberto Rinaldi
Intervista pubblicata sul quotidiano ALTO ADIGE di Bolzano
 
   
- Fotografie:  Fonte web
- Testi ed intervista: Roberto Rinaldi
- Associazione Salotto Culturale Rosso Venexiano - Rosso Foto
- Direttore di Rosso Foto:  Paolo Rafficoni
- Supervisione:  Manuela Verbasi
- Editing:  Paolo Rafficoni, Anna De Vivo
 

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