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Seven - Erato

...eppure colavi la mia pelle di immota pioggia
venuta da chissà dove a uncinarmi i fianchi
che pure ti danzavano
dentro l’abbraccio muto della notte...

Devo mettere tra me e il cuore questa maledetta distanza. Lo aveva detto, sì…lo aveva creduto forte nell’arroventarsi della lingua sul palato, nella secchezza della gola, nella diga che premeva dietro agli occhi. Devo andare via – ripeteva al suo cuore – devo andare via e dimenticare di averti ancora una fottuta volta. Odio il tuo battito tutte le parole che sgrava. Se ne stava spenta, adagiata sul divano blu, nessuna voglia di muovere nulla, nessuna voglia di articolare suoni, nessuna voglia di vivere… Anche le parole, il suo bene immacolato, le erano venute a mancare e avrebbe voluto avere un buco dove rintanarsi finalmente a piangere. Pensò al colore che le era rimasto impresso, a quel nero che nulla invidiava alla notte, al lampo giallo sinonimo del ghiaccio di una lama d’amore forte. Pensò che oltre a quella ferita profonda non desiderava null’altro: la sua condanna neroblu, il corvino stendersi sulla pelle, il sublime dischiudersi dell’orchidea delle sue labbra a morderle i fianchi e la ragione. Chiuse gli occhi e dietro al sipario delle palpebre ascoltò il riassunto dei sensi archiviarle il senso d’impotenza e cedere il passo alla voluttà del ricordo. Non si era risparmiata nulla quella notte, tutti e sette, in fila indiana, in ordine sparso, in colonna e in riga a reggerle il peso di una mente icaro, bellissima, spregiudicata ed effimera come un volo a testa in giù, come fumare a metà , come colare amore dalla bocca e raccogliere umori e vento dalle mani, senza lavarle mai. Gli occhi incollati a quella bocca che arrotolava verbi, frasi, periodi e sorrisi come fossero perle, il nodo scorsoio della poesia a un passo dal suo collo, fragile, di burro e sognarsi i baci umidi sull’anima, a rubarle il respiro , ad insegnarle a fare a meno del pensiero. Schiuse di silenzio, pretenziose, a indovinarle l’attimo a venire…e lei tra le sue mani, ad avvolgerle dita d’incanto, a sentirla forte, dentro. Ingoiarle i polsi , vestirla della sua stessa carne, cavalcarla amazzone…solo un preludio d’attimo, i petali sparsi a tracciare il percorso di una via sacra o da consacrare, da immolare su are di meraviglioso, purissimo peccato. Fuori piove, incessantemente ; questa città quando piove è come una donna bagnata….Bellissima.
E io intendo farla mia.
Dov’è la colpa? Dove….dov’è l’inganno di questa follia che mi vuole a ringhiare versi che graffiano i crateri alla luna. Dov’è il senso di tutto questo? Dove era la mia mente quando il suo grecale è venuto a cercarmi?
Non mi sottraggo al vizio, che nutre le parole più d’ogni prelibato cibo. E Tu mi sei trama e ordito d’ogni perversione, lungo percorso di peccato, delizioso ardere tra il guizzare della tua lingua e il profumo inafferrabile di spire di zolfo. La tua testa tra le gambe mi analizza il senso d’ogni vizio. Seven. Capitali. Miei.

Gola
Insaziabile : la fame della tua carne da mordere, straziare, gustare sotto al palato, trattenuta tra i denti; la voglia di mangiarti. Tutta. Di aprire la mia bocca sulla tua e riempirmi di ogni tua pelle, di ogni tuo umore, di tutte le tue labbra. Avarizia
Nel vano tentativo di non concederti che il sesso, crollano i miei propositi assieme alle certezze. Avara solo di sogni, per non morire del tutto. Accidia
Nel silenzio. Dell’immoto resisterti dentro i giorni senza muovere parola, senza progettare, senza credere che esistano i domani.
Superbia
Nell’arrogarmi il diritto di volerti bella ad ogni costo, di crederti mia. Di essere tua.
Ira
La bellezza che m’era lontana e che comprendo nell’impeto, nell’irruenza, nello sbattere del sangue contro le pareti dei polsi e sulle tempie. Nel ruggito dell’anima compressa dentro i vincoli dell’autocontrollo. Invidia
Di ciò che ti vive. Di ciò che ti sfiora. Di ciò che tu sfiori.
Lussuria
Che entra, prende, rende, sbatte, violenta d’amore, taglia il fiato, accorcia la carne su altra carne. La mia lussuria è un pentacolo che parla in versi.

Seven. Io dentro te. Di mente e di cuore. Di peccato e senso.
La sacralità pura di un istante ombra in cerca dell’identità della tua carne, onirica o reale.
Ti penso.
E nell’attimo intenso in cui ti bevo dagli occhi, sento sotto le dita il profilo che ha l’amore.

Sgranano vermiglie bacche
le dita in verticale suono
In alto ad accogliere le note
d’alabastro peccato
le tue lingue brune
che m’afferrano di circonflesso piacere
gli angoli nudi del cuore.


A.M. 2008 © - Racconto edito - Tutti i diritti riservati

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-Direttore di Frammenti: Manuela Verbasi
-Supervisione Paolo Rafficoni
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