Arthur Schopenhauer: La paura ci impedisce di vedere....- i vincitori | Rosso Venexiano -Sito e blog per scrivere e pubblicare online poesie, racconti / condividere foto e grafica

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Arthur Schopenhauer: La paura ci impedisce di vedere....- i vincitori

La paura ci impedisce di vedere e di cogliere

Sto male e ho paura © Pinotota

 
 
Oggi non è venuto nessuno a trovarmi.
Da quando hanno saputo che sto morendo gli altri sono come svaniti.
Non c'è più il solito balletto di tutti i giorni, non c'è più niente...anche se ancora qualcuno ogni tanto si fa vedere o sentire, ma così, solo per un attimo, giusto perché poi non si dica che se ne fregava.Giusto un attimo, poi...via.
Sto male e ho paura. Penso a Monica. Lei era tutto, era la gioia, l'antitesi del Nulla. Sembrava vivesse ogni attimo come fosse il primo o l'ultimo. Non frenetica, ma viva...e bastava guardarla per capirlo, da come si muoveva, come sorrideva, la sua bocca. Mi accarezzava, mi baciava, mi toccava...Nessuno mi tocca più adesso. E godeva, godeva ad essere accarezzata, baciata, toccata..
Sto male e ho paura mentre il Nulla mi fa un inchino profondo.
Monica ora non è più la mia ragazza,non è più mia. Mi sembra non lo sia stata mai. E l'estraneità assoluta, figurina di carta. Ed ora è così per tutto. Mi sembra di non aver mai fatto niente, non aver vissuto niente, non essere mai
stato niente.
Stamane è entrato il dottore nella mia stanza. Ha ancora parlato di una nuova cura.
Basta cure, basta dottori e sopratutto basta speranze che ormai sono solo marionette.
Sto male e ho paura. Qui esiste solo la morte e basta.
Vita, qualche volta io piango pensandoti. Così crudele ora è diventato il gioco della battaglia navale; acqua, colpito, affondato. Ho paura di me assente, delle mie spoglie abbandonate, composte nel letto e della morte dilavata sui muri nella luce opaca della lampadina appesa al soffitto e ondeggiante silenziosa come il rintocco di una campana in un film muto.
Mi porto in feretro nelle stanze chiuse dell'immaginazione. Guardo nello specchio il viso pallido e immoto nella sua ultima definizione ora che l'inquieta vita mi sta lasciando.
Ora so che del corpo posso celebrare la certa fine...l'anima non so se abbia un fine.
Ho tessuto la trama di sottili intese coltivando amicizie che speravo eterne mentre irrompeva nel mio mondo la voglia di vita e progettavo radioso l'avvenire. E ora cosa rimane?
Dopo i tentativi falliti, le attese di eventi prodigiosi, cosa mi rimane?
Rantola ora l'anima in vista di misteriosi soggiorni su terre ignote.
Sto male e ho paura.....
 

Pensiero malinconico ... scivolando dentro il dipinto di Hayez ©raggiodiluna

 
 
Smarrita, confusa, tra le infinite probabili soluzioni, cerco ad una ad una di scegliere la soluzione meno violenta alla mia morte.
Immagino mille sentieri oltre il limite del mio sguardo, strade sconosciute che si sovrappongono e non riconosco nessuna sensazione amica. Il vuoto lo associo alla nausea, un fastidio che non parte da nessuna causa certa.
Mi osservo e vedo l'immagine della morte ancora viva. Che scempio di ornamento ho scelto per vedermi bella per l'ultima volta?
Le mie guance non reggono più nessun sorriso e le mie spalle si stanno piegando al peso incontrollato di catene che tirano giù le mie braccia all'abbandono.
Il buio s'avanza, come una macchia d’ombra, lo sento lungo le vesti salirmi addosso, avverto un brivido.
La mia vanità è scesa, si sta spogliando della mia persona.
Comincio a sentirmi nuda dentro le vesti sbagliate. Qual’ è il mio vero abito? Nessuno può saperlo!
Indossiamo sempre gli abiti di circostanza, abiti che coprono le nostre nudità e ci fanno sentire estranei allo specchio, tutte le volte che ci cerchiamo, che ci vorremmo vedere riflessi.
Chi si riflette per vedersi nudo? La nudità ci sbriciola ma ci mostra veri e senza inganni.
Le mie mani hanno lasciato la presa, sono sole a se stesse, il tatto è torpore che immobilizza le dita , ferme, in quel rincorrersi, operose nel ricordo di prendersi e toccarsi.
Sento l'odore vecchio delle mie rose che hanno allietato i giorni delle gioie, aspettare Maggio per baciarle tutte e spargerle al vento ad una ad una ritornandole alla terra che all'anno me le offriva generosa.
Che triste la morte!
Non riesco a trovarle nessuna luce!
I miei capelli scendono come velo, come sipario ad un'opera incompiuta.
Le scene erano pronte, anche la sceneggiatura, i costumi addosso alle comparse, gli attori con le parti a memoria, la protagonista piange, ha dimenticato il personaggio.
Chi sono? Chi mi aspetta dietro le quinte?
Sono forse io dietro le quinte?
E di là, c'è la scena?
Non sono più in scena! Sono un costume vuoto, una nuvola di emozioni che si sta svuotando.
Ascoltami!
Tu che mi vivi per l'ultimo respiro!
Lasciami almeno gli occhi aperti per abbracciare, nel mio ultimo sguardo, le bellezze del mondo. La terra intera come un unico giardino, il mare amico, il cielo sapiente e il sole e le stelle.
Per ultima, fammi guardare la luna e con lei chiudere gli occhi nell'ultimo raggio.
 

Per delega alla Luna ©francesco

 
 
Troppi gli anni passati a cercare finalmente di sbarcare il lunario. Che poi, perché per sentirsi felice, un uomo dovrebbe prendere come pietra di paragone, la luna? E' felice, lei? O si adatta fatalmente al suo destino di satellite? Vasco non voleva più saperlo. Servivano i soldi, e in fretta.
***
«Mamma, ti ho preparato la colazione; scendi che si fredda tutto.»
Tania Verandi, il suo pianeta. Orbite strette, assennate, dove giravano solo lei e la pensione che ogni ventotto del mese Vasco le andava a ritirare.
«Bevilo, su; caffè d'orzo, bollente, come lo volevi tu.»
Una distanza rilevante tra lei, e quel figlio di cui si rincorrevano voci maligne; scommesse, corse private, truffe ai danni di aziende assicurative per incidenti che egli stesso andava a procurare.
«Non mi piace l'orzo! Voglio quello americano, quello che piaceva a tuo padre...» La donna restava spesso con la tazza sporgente sul tavolino, mentre il figlio chiudeva l'imposta, prima di lanciare un insulto verso quel miserevole Dio che li aveva fatti gravitare insieme.
***
«E' la tua unica salvezza, Vasco; fidati di me.»
«Non lo so, Dacio; e se qualcosa va storto?»
«Con queste niente può andare storto.»
Dacio consegnò a Vasco la capsula con le placchette già selezionate.
«Falle sciogliere in una bevanda molto calda; avvertirà di meno l'azione del pesticida.» Si, l'avrebbe uccisa. Continuando a riscuotere lui quelle pensioni, di cui aveva goduto,fino ad allora, le cifre atte a garantirgli una normale sopravvivenza.
«Chissà dove tiene quel maledetto gancio...ma prima o poi lo sfondo quel pozzetto.»
Vasco doveva al più presto ripianare i suoi debiti; fuori, nel cortile spianato dove la madre faceva crescere le sue ortiche, era sicuro di trovare il vaso bombato pieno di contanti.
***
“Sangue freddo, non avere paura, basta un sorso e tutto passerà...”. La cantilena che quella mattina andava ripetendosi, gli aveva spezzettato in più parti l'anima. Finse di avere un decente autocontrollo, prima di chiamare, come suo solito, la madre al tavolo della colazione.
«Ma-mamma, scendi, è pronto, dai che si fredda.»
Posizionò le placche del pesticida in fondo alla tazza, vi versò dentro il caffè appena infuso, e mescolò il tutto con un cucchiaino di zucchero.
«Allora? Non scendi?» La signora Tania si fermò pensosa sull'uscio, ad appurare ciò che il figlio avesse combinato.
«Guarda, guarda qui; me l'ha prestata Dacio. Una Tristar all'avanguardia. Ti ho fatto il caffè americano, mamma.»
Ciò che distingueva la signora Verandi dal resto delle madri ormai in pensione, era la sua constatata presenza di spirito; qualità che i dirigenti dell'ufficio delle imposte le avevano sempre tacitamente accordato. «Però, gli sarà costata tanto...e come mai non la usa?»
Vasco non si era preparato nessuna risposta. Gli ronzava sempre quella cantilena, a intimargli che ciò che andava fatto, non poteva subire intoppi.
«E' un regalo, mamma; ecco, una tazza bella calda, tutta per te.»
Come accadono certe cose? Come si sviluppa quel sesto senso che ti fa intuire la presenza di un pericolo imminente? Tania Verandi aggrottò le ciglia dietro le lenti biforcute, e si adoperò ad annusare per istinto la tazza. « Buono...aroma ben filtrato; tieni, bevilo tu, dimmi com'è.» A Vasco sembrò di avere udito male. «Ma no , mamma, io l'ho già preso, e poi a me non piace il...»
«Bevi immediatamente questa tazza o, lo giuro in nome di tuo padre, se non lo fai, avverto la polizia.»
Vasco fu stupito nel notare che, a quelle parole, la cantilena si era improvvisamente arrestata . In fondo, aveva sempre obbedito a sua madre; perché ritirarsi ora ? «Si, certo; lo beveva anche papà, e io quindi...» Bevve di getto il primo sorso, accorgendosi subito che la lingua gli si era leggermente paralizzata.
«Buono, eh?»
La madre lo invitò a finire la tazza, mentre il figlio si agitava in uno stato confusionale. «Aiu...aiuto!»
Poco prima di smettere di parlare, il sole era già affiorato alla porta-finestra, mentre la luna ricadeva a corpo morto sul pavimento.
 

Verso il limite © Max Ruvini

 
 
Il circolo delle voci
attanaglia l’ansia
e il corpo si erge,
baluardo illogico,
verso il limite
della paura.
La sfera dei sentimenti
valica l’ultimo orizzonte,
non indietreggia, animosa,
gode delle voci diafane,
nuclei incorporei,
che spezzano i limiti noti.
Serpeggiano struscianti
desideri affannosi,
mete pur raggiungibili
di mani sapienti, calde,
onde lievi di amore e follia.
Quiete sincera spinge avanti,
senza lacci che annodano,
fascia le mani protese,
vibranti escrescenze,
stringe e alita dolcezza
in un silenzio che ode,
presenza di volontà.
 

L'incidente © Rinaldoambrosia

 
 
E sì eri disgiunto tra quel clacson e la ragione del tempo che uccide la lentezza. Certo, correvi schiacciando su quel pedale dell'acceleratore tra il pavè e le lancette dell'orologio. La strada è una bizzarra fuga di pietre di un nucleo storico confuso tra chiese e campanili. Un soffio, un respiro tra quei muri di ville antiche che racchiudono e comprimono la tua visuale. Sì, anche quella dello stop dalla segnaletica verticale che quello specchio parabolico - un minuto francobollo abbagliato dai riflessi del sole- non può visualizzare. La tua è un'inutile frenata persa nella toponomastica urbana. È quel centauro nero, del colore della sua BMW, che tu non eviti sull'abbrivio della frenata, dove il pavè e le lastre di pietra fanno slittare anche il piombo.
E nell'istante dopo che un uomo con una tuta nera e un casco è immobile, muto a terra fianco della sua moto. Vedi girare la ruota anteriore che morde per inerzia l'aria e senti che dal tuo vuoto interiore (ti sembra di assistere la scena di un film, dove tu sei spettatore distaccato del momento) sale un pensiero: L'ho ucciso. Ho ucciso un uomo. E non hai attimi di considerazioni etico- filosofiche-sociali, ma solo un pressante vuoto, un grande enorme vuoto.
E sì che l'uomo è immobile, nel silenzio più assoluto dell'istante, nella scena priva di passanti, in quella strada dalle case con le finestre sbarrate. Ti avvicini a quel casco con la visiera che riflette il tuo volto. Nella mano destra hai il cellulare che le tue dita tremanti ma piegate dalla forza di volontà hanno già digitato il 118. Hai chiesto aiuto. La cavalleria sta arrivando. Ti stai avvicinando all'uomo, lui si alza ed è di fronte a te. Un guizzo, un riflesso, senti una puntura allo stomaco. Porti la mano e un liquido appiccicoso cola bagnandola. Non ami i gerundi, ma la tua mano è sporca di sangue, come la lama del coltello dell'uomo che ora sta raddrizzando la moto. Ti senti sempre più debole e ti sembra di essere distante, lontano. Ora l'uomo ha acceso la moto ed è ripartito. Senti freddo e il suono di una sirena lontana che si sta avvicinando. Hai paura dell'ignoto, di ciò che si sta spegnendo in te, di ciò che hai accumulato in anni di sogni. Brilla un raggio di sole nei tuoi occhi mentre ti accasci a terra. Vedi, da una diversa prospettiva, un cubetto divelto della strada che ti sembra enorme come un muro.
Poi il buio. Un grande buio.
 
 
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Progettazione grafica e web editing: Anna De Vivo

 

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