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Bacco, tabacco e Venere

Bacco, tabacco e Venere
 
Siedo ad un tavolino metallico che al sole d’agosto risulta rovente, la calura nel tardo pomeriggio non accenna a scemare. La piazza che si apre davanti a me è vuota, solo il suono delle campane la riempie e increspa la superficie levigata del liquido rubino che colora il mio bicchiere; resto intento ad osservare queste piccole onde concentriche che dal bordo accompagnano il mio sguardo verso una spirale di ricordi che mi ipnotizza catatonico.
 
Tra le dita della mano sinistra stringo il sigaro, non un sigaro, il! Quello della settimana, l’unico. Me ne concedo solo uno, un capriccio. Le volute di fumo salgono timide, come consapevoli del danno che provocano; il sole che cade di taglio le penetra creando giochi di luci e ombre tra le zone più o meno dense. Stacco lo sguardo dal bicchiere e alzo il capo per seguire il fumo catturato dal suo nuovo padrone, il vento, che lo disperde nascondendolo alla mia vista. Permane soltanto l’odore acre che solletica la mia gola e mi ricorda che forse dovrei smettere del tutto. Coerente coi miei pensieri mi porto il sigaro alla bocca per un ultimo tiro: assaporo, trattengo, mi pento, rilascio.
 
La mia attenzione viene rapita da una macchia gialla indistinta che attraverso il fumo noto avvicinarsi sempre più, è accompagnato da un ritmico tacchettio, veloce, deciso. Il fumo si dissolve e la macchia gialla si rivela essere un vestito, giacca e gonna, che copre le forme di una creatura divina. Chiudo gli occhi, la sua immagine è impressa sulla mia retina, mi concentro sui suoi passi e nel frattempo la ‘fotografia’ che le ho fatto comincia a sbiadire; ne perdo i dettagli, i colori, ma la mia immaginazione compensa rifornendo la silhouette con parti specifiche prese dai miei ricordi: gli occhi di quella ragazzina alle superiori che mi faceva impazzire, il naso sottile e nobile di Jennifer Connelly e via via così. L’assemblaggio non è male ma l’originale era meglio. Riapro gli occhi per guardarla di nuovo, per catturare ancora la sua immagine per la mia memoria, ma contemporaneamente mi accorgo che non ne sto più sentendo i passi. La cerco, mi volto, troppo tardi, ha voltato l’angolo. 
 
Sento del caldo tra l’indice e il medio della mano sinistra, il sigaro sta per scottarmi; decido di compiere tre azioni insieme, poi le donne dicono che noi uomini non ne siamo in grado: mentre mi alzo spengo il sigaro e afferro il bicchiere per finire il vino. Mi aggiusto i pantaloni in vita, sono dimagrito, cadono; ‘ho pagato?... si’,  inforco gli occhiali da sole e mi dirigo verso il centro della piazza. Perlomeno non sarà più vuota.

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