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blog di Franco Pucci

Ciao, Alda

Ciao, Alda. Ci mancherai.

Foto ricordo

Lento l’anello d’acciaio scorre lungo il mio corpo,
rumori metallici di ruote che scivolano su guide
come rotaie che indirizzano treni per mete lontane,
rimbombano nel silenzio irreale della stanza blindata.

Led colorati danzano nel buio di palpebre chiuse,
ti legge vestito, ma ti interroga nudo, implacabile
fruga cercando gli errori che una natura fallace
con indecenza compie senza rendersene conto.

Ecco, il tour è finito, resto in attesa delle foto ricordo
del viaggio che un alieno ha fatto dentro di me.
Le applicherò sul passaporto della vita sperando
che venga rinnovato, pronto per il prossimo viaggio.
 

Fondi di caffè

giro e rigiro la tazzina tra le dita
poi tamburello nervoso sul tavolo
il cameriere accorre equivocando
ti aspetto da ore, hai toccato il fondo

forse conviene soprassedere
abbiamo confuso entrambi il responso
e la gitana che ha letto il futuro
ha solo mentito, l’ha data da bere

(immagine da web)

Filastrocca per una notte sciocca

muoviti  piano non far rumore
perché la notte si può svegliare
respira piano ferma il tuo cuore
ché anche il sangue si può gelare

danzan le ombre lungo il selciato
tremano fioche mille candele
notte di streghe, mondo incantato
nella città che sembra Babele

danza con noi, dai entra in scena
bolle sul fuoco ormai il pentolone
il nostro passo si sente appena
tu non resisti, hai già il fiatone

ma se ti fermi tutto scompare
a mezzanotte di già l’ora scocca
rimani solo in strada a cantare
tutta la notte la sciocca filastrocca

(immagine da web)

 

Ah!..Monsieur de Lapalisse!

“Nonno, ma tu sei vecchio?”
“Perché mi chiedi questo, piccola?”
 
“Hai i capelli bianchi, e anche la barba bianca,
sembri Babbo Natale…”
“No, Agata, io non sono vecchio sono loro,
i capelli e la barba, che sono invecchiati”
 
“Non capisco, nonno…”
“E’ semplice, piccola,
tu non sei come gli altri ti vedono,
tu sei come ti senti di essere,
così può capitarti di essere tristissima,
di avere invece il sorriso sulle labbra,
e tutti pensano che tu sia contenta…”
 
“Comunque tu per me sei vecchio,
se no che nonno sei?
“Certo, Agata, certo…”

Tolleranza zero

 

Nessuna pietà, nessuna giustificazione o alibi verso te stesso
se mentre spingi il carrello pieno delle scorie della tua anima
lungo le corsie del supermercato della vita rovesci una pila di desideri
ammucchiati a bella posta per attirare i consumatori ingordi del tempo.
 
Nessuna pietà, nessun perdono possono essere concessi
a chi non ha fatto tesoro delle ferite che l’esperienza infligge.
Non può esservi condiscendenza o comprensione per chi reitera errori
e poi vigliaccamente si nasconde incolpando il destino ingrato.
 
Nessuna pietà, tolleranza zero, ma è poi questa la via per diventare uomo?
Riprendo il cammino stancamente, la schiena curva sotto il peso degli errori.
La tristezza che vela ogni mia parola è intolleranza che provo verso me stesso.
Ma sono sereno, tutto sommato. Ho pagato il conto alla cassa e ho buttato il carrello.
 
(immagine da web)

Partire é un po' morire?

 

Anonima, decisamente anonima, una valigia come tante.
Attende aperta che rimasugli della mia vita
vengano stipati nel suo capace ventre.
Ora è lì, sul letto, vuota, in attesa. Non mi va di riempirla,
sono stanco di questi continui andirivieni.
Sto raccogliendo di nascosto pezzi di memorie felici,
con questi riempirò la vecchia valigia.
Partirò e sarà dolce morire.

(immagine da web)

 

 

Notte di Halloween

Quella notte dormii male. Un sonno agitato, convulso, abitato da presenze, sogni, incubi. Mi giravo e rigiravo nel letto ansiosamente, come in attesa di un evento ineludibile. Nel dormiveglia contavo le ore scandite dalla luce fredda del led della radiosveglia sul comodino. Assurdo, pensai, alla mia età vivere queste sensazioni di timore latente, paura dell’ignoto. Improvvisa una luce rischiarò la stanza, o almeno così a me apparve, senza minimamente incidere nel sonno di chi mi stava accanto, mi catturò e sprofondai in una sorta di coma profondo, sospeso in un limbo tra ragione e follia, consapevolmente inconsapevole dell’incubo che stavo vivendo. Eppure mi piaceva, un sottile senso di libidine interiore, quasi fisica, mi attirava verso la scoperta di quella strana forma di malia che mi attanagliava. Ombre danzanti dapprima indistinte, viepiù precise col tempo pullulavano la mia mente impedendone un percorso logico. Con uno sforzo, che a me apparve immane, distolsi il mio sguardo dalla rappresentazione e mi vidi. Sì, mi vidi. Disteso su un piano di marmo. Nudo, immobile, gli occhi chiusi, dormiente. Vittima sacrificale in attesa di un verdetto che sancisse finalmente la fine della dicotomia che da sempre aveva caratterizzato la mia vita. Perché assistere alla fine di una parte di me stesso? E poi, chi aveva organizzato questa messa in scena? Perché? Scientemente mi ribellai, utilizzando una vecchia tecnica: svegliandomi. Il led azzurrino della radio sveglia disegnava ombre rassicuranti sul muro della stanza. Il respiro regolare accanto a me rassicurava il mio ansimare calmandolo. Solo un particolare, un piccolo particolare stonava in questo quadretto rassicurante: in un angolo della stanza, per terra, un cappello da strega stagliava irridente un’ombra incerta sul muro.
 

Ho visto...

 

Ho visto sotto di me ammassi di carne umana
scomporsi e ricomporsi in orgiastiche forme.
Trasvolando il tempo come Icaro incanutito,
le ali ormai stanche appese ad un filo di cera,
fotografo nei miei occhi scene immutabili
che solo gli stolti credono rinnovarsi nella storia.
E’ ora che io smetta le ali ormai consunte
e incida con le unghie il tempo che mi rimane.
Schiavo della mia innata inquietudine
convivo con me stesso nonostante i sussulti
dell’anima che anela libertà ormai irraggiungibili.

(immagine da web)

Aspettandomi

Raggomitolato fuori e dentro, accucciato come un cane in un angolo con lo sguardo perso dentro me stesso, attendo indifeso che passi la tempesta. Tra gli sguardi indifferenti del mondo alieno c’è chi ancora sa leggere tra le rughe inespresse sui fogli di carta e questo mi dà la forza di resistere. Quando l’acqua avrà calmato le ansie dell’anima tornerò sulla mia nuvola e guarderò con distacco di lassù quell’ammasso informe accucciato in un angolo.
 

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