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Pietà e Speranza

 
 
Da mesi, la notte non era  un letto morbido in cui dormire,
ma un materasso di spilli disteso sotto gli incubi; e l'alba non era un nuovo domani, ma l'inizio del giorno prima.
Donne e bambini erano accampati in montagna, nelle baracche di legno e di lamiera, nel villaggio dei pastori. Con loro, stavano gli uomini non più buoni per la guerra. Gli altri erano soldati, in trincea o sul campo di battaglia, se ancora vivi, oppure foto da mettere dietro ai lumini. Sopra ai versanti rocciosi, svettava una massiccia, nuda e solitaria croce di ferro,  forse delle aquile una torre di avvistamento.
C'era legna da ardere, ma essa non scaldava i muti e gelidi  pianti di una vita ferita, distrutta o persa; nè c'era la speranza di averne un'altra migliore.
«Nulla è più triste di una falce che recide  il pensiero che possa avverarsi un desiderio»
mormorò la Speranza che, agli autunni della vita  la linfa teneva viva,  facendo intravedere, a chi l'ascoltasse, una possibile primavera.
La bella signora aveva viaggiato senza sosta, muovendosi dal luogo in cui era, per raggiungere dove ella non c'era.

Il soldato era rimasto a terra, con il petto bucato, ma ancora vivo.
Per Francesco, fino a quel momento, il nemico non aveva avuto un volto , ma era stato solo un'anonima sagoma, con divisa ed elmetto e con un dito sul grilletto, come lo aveva tenuto e premuto lui, in quel pomeriggio grigio di quella giornata grigia. 
Ora, ce l'aveva davanti che chiedeva di bere con un refolo di fiato. Gli  guardò la faccia, che era come  la sua, e gli guardò gli occhi che non erano rassegnati a morire. 
«Acqua, acqua» ripetè il soldato sconosciuto.
Francesco non se ne curò.
A gambe veloci, si allontanò, prendendo uno dei sentieri del bosco di larici.
Ma dopo una ventina di metri, rallentò il passo, perché una flebile ma incisiva eco aveva preso a parlargli nelle orecchie:
«Non ci saranno orizzonti nuovi, se vuoto diventa il sentimento della compassione».
«Ma cosa dovrei fare? Tenergli la mano, mentre muore?» 
«Potresti aiutarlo a non morire!»
«Non sarei vivo, se l'altrui vita avessi tenuto 
in considerazione!» 
«Quando l'arco è puntato su di te, va bene lanciare tu per primo, o scansarti e colpire a tua volta; ma ora, che non sei bersaglio, ma giudice della sua sorte, apri il pugno, per svuotarlo di morte!» ribattè l'eco.
«In guerra,  non ci sono nemici da salvare. Questa è la prima regola, se vuoi sopravvivere!»
«Anche quando il nemico
sconfitto  ti appare come uomo ferito?»
«Per aiutare quell'uomo dovrei rischiare la vita, perché questa è zona nemica!» tagliò corto  Francesco, allungando di nuovo il passo.
«Ma non ci sarebbero uomini giusti, se la paura di farsi male battesse sempre il coraggio di fare bene» gridò l'eco che della pietà era voce.

Maria era immersa in uno stagno di  fango, in cui si sforzava di rimanere a galla, per badare al bimbo nato  da un amore a cui la guerra aveva tolto la metà. 
Sarebbe affogata, senza  speranza di un futuro diverso, se la bella signora non le avesse fatto cadere una foglia di rovere sul seno.
Arancione era la foglia, come il cielo dopo certi temporali. Arancione come un tramonto da guardare, senza il timore che la sera potesse scendere a fare danni. 
«Arancione è bello!» si disse, commossa.
«Anche se sono in pieno inverno, perché non guardare oltre, dove la neve non mi sotterra?» si chiese, senza bisogno di rispondersi.
«Oltre questo tempo, ci sarà un altro tempo, con morbidi prati verdi su cui muoversi a piedi scalzi; oltre questo tempo, ci saranno fiori sui davanzali delle case; sorrisi  e mani aperte che sapranno solo abbracciare!» sussurrò, infine, al suo cucciolo che, poppando poppando, si era addormentato, come non accadeva da tempo.
La Speranza sorrise, proseguendo il viaggio, in una pioggia di foglie arancione.

Nel bosco, i camosci bevvero alla sorgente del ruscello; dopo sparirono per gli anfratti rocciosi della montagna.
Il soldato era con l'espressione bianca di chi aveva perso già troppo sangue. Francesco si chinò per sollevargli la testa, così che dalla borraccia potesse bere con meno fatica; lo mise con la schiena appoggiata ad un albero, perché respirasse meglio; gli  bagnò la fronte, per dargli qualche sollievo. 
Poi, si mise di vedetta, sperando di scorgere, presto!, divise nemiche.
Dopo un po', al di là del ruscello, apparvero  quattro soldati. Erano abbastanza lontani da potersene scappare, ma, prima di tutto, voleva farli venire a soccorrere il loro commilitone. 
Allora, prese a calpestare con forza il sottobosco, affinché il rumore li attirasse da quella parte. Quando vi riuscì, si affrettò a correre via.
«Resisti che i tuoi amici stanno arrivando» disse al soldato ferito, per incoraggiarlo, e si mise a correre che gli sembrava di volare, leggero e senza affanno.
La Pietà sorrise, volgendo altrove la flebile eco della propria voce.

In una sera di marzo, durante il viaggio per le terre del mondo, la Pietà si distese pensierosa su un filo di vento.
«Cosa hai?» le chiese la Speranza.
«A quella povera gente che guarda al futuro, per superare il presente, 
darei la certezza di un domani migliore, 
se sapessi fabbricarne le ore». rispose sottovoce la Pietà.
«Se tu ne fossi capace io non sarei più Speranza che lenisce il dolore e  fa andare avanti!» replicò la donna dalle lunghe chiome.

Intanto, la luna allumava la notte, sotto l'oscuro universo
pieno di luminose stelle.

 

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