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Maria Teresa Liuzzo Non dirmi che ho amato il vento Recensione

Maria Teresa Liuzzo – Non dirmi che ho amato il vento!
A.G.A, R. Editrice – Reggio Calabria – 2021 – pag. 207
         Maria Teresa Liuzzo, l’autrice del romanzo che prendiamo in considerazione in questa sede, è nata a Saline di Montebello e risiede a Reggio Calabria (Italia). È presidente dell’Associazione Lirico-Drammatica “P. Benintende”, giornalista, editore, Direttore Responsabile Rivista Letteraria “Le Muse”, scrittrice, Dr. in psicologia, Leibnitz University Santa Fe, New Messico, USA, prof. filosofia e lettere moderne, USA, corrispondente de: “Il ponte italo – americano” – USA, Nuova Corvina, Europa (Hinedoara).
         Non dirmi che ho amato il vento! presenta un’introduzione di Mauro Decastelli intitolata Figlia di sé stessa dall’abisso, scritto sensibile, acuto e ricco di acribia che, per le sue dimensioni notevoli, si può considerare un vero e proprio esauriente saggio, una particolareggiata analisi e ricognizione del testo.
         Lo stesso contenuto del volume, scritto in terza persona, per la sua forte complessità strutturale, richiederebbe da parte di chi scrive, un lavoro che dovrebbe andare ben oltre le dimensioni di una recensione, per entrare nel merito complessivo di quelle che potrebbero definirsi le travagliate e dolorose vicende di Mary e c’è da notare che gli ultimi capitoli del libro appartengono al genere della poesia. 
         Si deve sottolineare l’originalità del romanzo per la materia trattata che ne fa un unicum nel panorama letterario di tutti i tempi e non a caso il libro dell’autrice sullo stesso argomento …E adesso parlo! è stato tradotto in inglese e i due volumi hanno avuto successo nelle vendite, la diffusione e a livello della critica.
         Il volume si può intendere come connesso al romanzo precedente della Liuzzo …E adesso parlo! 2019 ed è possibile che al libro Non dirmi che ho amato il vento! con le stesse tematiche, ne seguirà un altro per quella che si potrebbe definire la trilogia de La saga di Mary, che è la protagonista indiscussa nella scrittura in prosa di Maria Teresa e che si può considerare un’eroina dei nostri giorni.
         Ad avvalorare quanto suddetto non a caso il titolo di questo volume della Liuzzo era già scritto nel primo libro quando Mary diceva a Raf, che sembra essere un angelo anche se l’amore tra i due ha anche una forte carica di vaghissima sensualità ed erotismo: “Se devi lasciarmi attenta a non ferirti mentre mi trafiggi. Continuerò a donarti il mio amore mentre mi addormento nel tuo cuore. Non dirmi che ho amato il vento! “, pag. 196 del romanzo …E adesso parlo!
         Mary aveva previsto tutto con largo anticipo a conferma della cifra misteriosa e magica che connota il plot stabilmente creando atmosfere veramente suggestive e non mancano passaggi in cui Mary tramite le parole di Raf si apre all’ottimismo.
         Il tema del vento, vocabolo nominato nel titolo, fa venire in mente il notissimo assunto di Pascal L’uomo è canna al vento ma canna pensante e in un contesto religioso oltre che laico nella narrazione il vento simbolicamente è la somma degli eventi negativi che travolgono Mary, lei e tutti quelli che sono sotto specie umana, e quindi le parole del titolo significano che la protagonista nega decisamente, colloquiando con Raf di amare il male che porta all’infelicità e che può essere lo stesso male di vivere metaforizzato dal vortice di un’aria che soffia violenta.
         Ovviamente il vento per Mary è particolarmente gelido e tagliente per il destino ingrato che il caso le ha assegnato a partire dalla constatazione del fatto che i bambini sono generalmente amati con affetto da genitori e parenti mentre Mary da bimba subisce solo violenze fisiche e morali non solo da parte dei suoi congiunti.
         Quello della presenza del male subito da Mary sembra essere in infinite sfaccettature il filo rosso della diegesi a partire dal primo capitolo Lettera a mia madre nel quale il personaggio urla affermazioni gravissime nei confronti della genitrice alla quale rinfaccia di averla maledettamente costretta ad uccidersi almeno mille volte.
         E così ritornano in questo romanzo i temi dell’infanzia negata con la distruzione dei sogni di una bambina maltrattata anche dal padre nella sua anima in formazione e quindi vulnerabilissima.
         Anche la corporeità ha un ruolo importante nella storia di Mary per esempio quando sente nel sonno le mani della madre soffocarla ad ogni respiro e subisce le violenze del padre, ma tra i due genitori la più snaturata è proprio la madre.
         In un accadimento dolorosissimo ma in fondo realistico e verosimile alla morte del padre Mary deve rinunciare alla sua quota di eredità e, davanti alle lusinghe dei beni materiali ereditati, la madre riesce incredibilmente a diventare ancora più arcigna nella vita della figlia, una vera aguzzina.
         Veramente inquietante la sequela di fatti descritti nel libro come la vicenda della sorella indemoniata e anche fratelli e sorelle sono contro Mary e sue fedeli compagne sono la notte e la Morte oltre Raf.
         Non mancano descrizioni di tetri paesaggi notturni che hanno qualcosa di gotico e che bene s’intonano come scenografia all’esistenza di Mary nei suoi tragici accadimenti. 
         Caratteristica saliente dei tessuti linguistici della Liuzzo è la loro densità semantica per la quale il lettore ha l’impressione di affondare nella lettura nelle pagine seguendo i toccanti episodi della vita di Mary.
         È una scrittura magmatica e densissima quella di Maria Teresa e Mary passa da un successo letterario all’altro attirandosi l’immensa invidia dei familiari e trova la sua salvezza proprio nella pratica della poesia.     
         È fondante sottolineare che Mary pur vivendo in una società, nel mondo con il ruolo di moglie e di madre oltre che di letterata, è una mistica e che le scende copioso dalla fronte al seno il sudore freddo dei mistici di chi vuole parlare con Dio e la sua relazione con Raf avvalora questo aspetto della sua personalità che si rivela anche in espressioni come Mary sfogliava il diario dell’anima.
         C’è sicuramente una relazione tra la letteratura attività di Mary come sublimazione del dolore e raggiungimento dell’estasi e la sua personalità di mistica e non a caso la poesia stessa è spesso preghiera che viene dal profondo dell’inconscio come fatto catartico.
         Mary diviene simbolo universale della persecuzione e come una donna rinchiusa in un lager nazista trova la forza proprio nella scrittura come testimoniato storicamente da vittime scampate alla Shoà.
         Raffaele Piazza
        
        

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