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Guareschi

Oggi si “clicca”, neologismo in pegno alla modernità. E appunto, cliccando su un motore di ricerca il nome di Guareschi, immediatamente pizzicate un florilegio di encomi malposti e reazionari. Dal che naturalmente lo scrittore va dispensato. Chi si spertica a incensare l’ingegno di Giovanni Guareschi lo fa in un certo senso contronatura, ossia contro la sua natura, cercando di intrupparlo nella reazione infida e predona contemporanea. Così la sorte della sua saga padana diventa la bussola della diffamazione cialtrona della stampa serva di un solo padrone, che tramuta la fama un po’ oscurata dello scrittore in colpa manifesta del comunismo baby-fagico. Cercano ovviamente una rivincita della loro visione sub-culturale al secolare dominio della cultura indirizzata a sinistra che nel Belpaese, coincide in sostanza alla totalità della cultura. Ovviano così alla constatazione di fatto della pressoché totale assenza di un sostrato culturale ad un movimento, il loro, pasciuto soltanto di egoismo, sfrenatezza e sete di potere, ribaltando l’accusa alla loro propria perversione sui comunisti immaginari che ostracizzano un “grande scrittore” (e non gli par vero di potersene arrogare uno!) dalla scena culturale nazionale- e magari paragonandolo assurdamente a quelli sovietici, spediti nei gulag 
Ora, tutto ciò è falso sin dalla premessa, cioè dalla pretesa di arruolare lo scrittore nella ciurmaglia fascista e sventolarlo come una bandiera contro la presunta “cultura di sinistra”. Guareschi era uno che amava l’italietta ottocentesca aggiogata alla corona del re. Ne amava il perbenismo un po’ rurale, la moralità candida e ruspante, inzeppata di pregiudizi e di superstizione. Un’Italia crepuscolare che lui osservava lucidamente decadere, incalzata dalla Techné e dal progresso. Con lo stesso sguardo, nei suoi primi film e romanzi, Pasolini aveva visto e scritto di questa umanità un po’ primordiale che avvizziva nello squallore sub-urbano delle città. Guareschi, che aveva persino conosciuto i famigerati Lager nazisti, non stava certo dalla parte dei “neri”. Credo che lui, in un suo sogno “tardo-antico” era per un re, per un signore aristocratico che governasse come un papà la grande famiglia dello Stato. Una visione un po’ liberty, un po’ pre-raffaellita, rivolta da chi guardava con simpatia umana e un pizzico d’ironia al mondo semi-analfabeta del suo feudo sentimentale e formativo. I suoi personaggi sono visti dall’alto, pur ammiccando al fatto di non conoscere più di duecento parole, ammissione che  nella sua furba modestia non può che esser fatta da chi conosce tutto il vocabolario e sa quindi di non sapere. E, a parte il fatto di amarli, li immortala nella chiara consapevolezza di ritrarre una razza in via di estinzione. Così, persino il “comunismo” di Peppone, sto parlando di “Don Camillo e Peppone”, si annacqua in quello spirito gentile che asperge tutta l’umanità colà illustrata. E questo non è fascismo, non è minculpop.
In più, per l’esattezza, i monarchici, quelli autentici, non eran mai di destra. La Destra è una delle categorie borghesi: l’aristocrazia, sin dai tempi della rivoluzione francese, aborrì sempre di farne parte. Anzi, bisogna osservare che l’aristocrazia, essendo la classe colta, fornì alle sinistre europee alcuni dei suoi massimi pensatori. E i re detestarono le destre: Franz Josef disprezzava il nazismo nascente, Vittorio Emanuele detestava Mussolini, Juan Carlos cancellò dalla sua terra la vergogna del Franchismo, eccetera, eccetera. Monarchia e aristocrazia  sono alieni al concetto di destra e sinistra. Ecco perciò dove punta chi si dichiara “né di destra, né di sinistra”.
Torniamo all’adorabile souvenir ingiallito che ci scorre fra le dita. Il libro, i libri, di Guareschi sono piccoli capolavori che l’autore non riconosce neanche per tali. Come un Collodi d’eterni ragazzi, non pensa neanche alla grande letteratura. Gli basta descrivere le traversie e i talora comici malestri di un Paese innocente, nella sua arretratezza, in un quadro potente di rappresentazione che lo accomuna ai grandi della commedia umana: Boccaccio, Rabelais, un po’ Hugo. Il suo limite semmai, coincide con uno dei suoi vanti: la frammentarietà. Questi racconti uscivano a puntate, come appunto il Pinocchio di Collodi, per il che si presentano come frammenti, lampi, schegge di un universo che si ricompone solo sulla base del quadro storico, che è rappresentato indefettibilmente, nonostante le sole duecento parole usate. L’arguzia e la verve dell’autore ci rimanda un pochino a Simenon, mettendoci il suo Maigret sulla medesima prospettiva di Peppone e Don Camillo. E non è un caso che su versione filmica lo stesso attore interpreterà sia Peppone che Maigret. I quali ci illustrano lo stesso mondo, dalla sua più grande e vivace metropoli, la Parigi degli anni ’50, alla provinciotta più periferica e dimenticabile, se vogliamo, la civiltà contadina che va da Piacenza, a dire dello stesso autore, fino all’Adriatico.
Insomma, un capolavoro “tascabile” che ci riporta all’essenza dello scrivere, che è darsi fuori, sparare tutte le cartucce, senza star lì a domandarsi se si è Dante o Dostoevskji. Narrare con la forza e la bellezza evocativa delle parole, ciò che si sa e nel modo in cui lo si sa. Con buona pace della Gloria.
 

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