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Il mondo ovvio

Il mondo ovvio. Il mondo traslucido, verista, che come un quadro di Canaletto specchia un’unica volta; una sorta di tautologia o di deja vu che non lascia adito a confidare in variazioni, ne possibili, né punto. Un mondo icastico, il cui realismo è un diktat senza assoluzioni. La condanna è a ciò che si vede, senza nessuna pietà per l’invisibile.
Sì, il mondo intero galleggia su questa visibilità, senza minimamente preoccuparsi oramai più se si tratti della sola pelle, senza l’anima, solo il contenitore, senza il contenuto. Chissenefrega, recita l’oggi. Non c’è costruzione, non m’importa un cavolo fritto del futuro, di domani, di fra cinque minuti. Devo sbrigarmi a godermela, subito. Non c’è tempo per l’avvenire… Ecco, l’estinzione di un tempo oltre quello corrente, va a braccetto con l’altrettanta estinzione di un io oltre quello agente. Cose come il futuro, o la speranza di futuro, defungono a rotta di collo e i secondi schiattano allo scadere di ogni secondo, senza tracce e senza memoria; parimenti la storia e il profondo si “asciugano” dalla crosta terrestre come un acquazzone ontologico che una volta, per una sola volta, abbia fertilizzato le coscienze per poi indietreggiare e ritrarsi nel buio dell’insensatezza. Così, è la verità a rimetterci. Perché la verità non è ciò che si vede. Anzi, la verità è refrattaria, dura a cavarsi dall’apparenza. E in più è relativa, transeunte, imprendibile. Come fai a dire: ecco, questa è la verità…
Madre natura, tuttavia, ci ha la sua deontologia e, nonostante i paradossi che viene manifestando- e forse questi non sono che conferme della sua regola, altrimenti di che sarebbero paradossi? – si muove rigorosamente. E noi umani non disponiamo che di una qualifica per tale “muovere”, che è quella della logica. Così è, la natura si muove secondo logica. A una data premessa fa seguire la sua impeccabile conseguenza. Di modo che, se anche perseveriamo nel privilegiare la sola apparenza, la verità naturale, quella, non si discosta un millimetro dalla propria inderogabile disciplina, e al nostro errore, ossia alla ovvietà troppo ordinaria della nostra lettura del suo ostendersi, risponde con un cratere, sotto di noi, in cui farci sprofondare con tutto il nostro presumere e il nostro almanaccare intorno ai nostri desideri e agli artifici più baldanzosi per tradurli in realtà. Un gioco che non riesce mai, perché noi siamo appunto giocatori, per altro avventizi e arroganti, mentre la natura, è lei che tiene banco…  
Così, pur con tutto il nostro zelo a ridurci soltanto al mondo “emerso” e nitido, il mondo solo “ottico” che ci sembra di contemplare, la verità, da par suo, agisce in incognito, fino a rovesciarcisi addosso a cascata, all’improvviso, sorprendendoci dolorosamente come un’alluvione. Una liquida colata d’inconscio e di rimosso che, come uno Zunami, travolgerà ogni nostro compromesso col reale volto a ingannarlo e tradurlo nella favola dell’ovvietà. 
 

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