La città rubata. RimBaud-elaire blues. | Prosa e racconti | Hjeronimus | Rosso Venexiano -Sito e blog per scrivere e pubblicare online poesie, racconti / condividere foto e grafica

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La città rubata. RimBaud-elaire blues.

 
C’era una volta una città, antica, illustre, onorata. Vagabondare tra i suoi nascondigli  più remoti poteva improvvisamente spalancarvi agli occhi panorami imprevisti e sorprese incantevoli. Sotto le sue pietre guaste e i suoi architravi infranti, sovente l’ardire di un qualche folle poteva rinvenire reliquie di una gloria incalcolabile, affreschi di una intelligentsia estinta e immortale al contempo. Cosa si celasse sotto la città sgretolantesi e putrefatta, era così, incalcolabile e incredibile, sepolto dalle polveri millenarie che ne ostacolavano la visione e inaccessibile agli occhi del mondo, volti altrove.
Così me ne andavo, i pugni nelle tasche, a zonzo quasi senza meta, essendo questa colà ubiqua, onnipresente. Già, meta era ovunque, era ogni cosa. Ovunque girassi lo sguardo, quello sembrava ciò che stavo cercando. Era un hic et nunc totale, avvolgente, commovente …
Poi svoltai in una via già nota e iniziai a percorrerla in vista di una di quelle mete. Una meta dipinta, grandiosa, mitica. Un certo sconforto mi colse già ai primi passi. Vedevo ovunque arrampicarsi l’odierna eppure atavica fame di pecunia, oramai globale, sotto forma di spelonche dilagate da una pletora di luci e suoni intesi a calamitare e quindi abbindolare avventori facili facili, onde affibbiargli cibi e cianfrusaglie pessime, massime cinesi, a prezzi bancarottieri. Non vedevo più un solo pertugio nelle mura antiche che non rigurgitasse musiche e flash tutti uguali. E inutili, reboanti, ottusi …
Ma va bene. Chissenefotte. Mi va bene uguale, penso. Non  mi riguarda la società. Mi fermo e scambio due chiacchiere con una conoscente. Cerco Palazzo Lancellotti, le dico. Sì? Fa lei, conosco bene il padrone di casa. Non riesci a entrarci. Lui è un asino volgare e non lascia passare nessuno, aggiunge più o meno. Beh, ci vado uguale, attraversando quell’universo becero di micro-fastfood e suk mediorientali in cui il “Blade-Runner” contemporaneo ha trasformato ogni comunità antropica. C’è una piazzetta oscura, con una bella fontanina al centro. Il Palazzo gli troneggia da una lato, cupo, marmoreo, muto. Il rumore e la luce sono appannaggio di quei loculi junk, penso. Qui, a pochi metri, tutto tace. Tace troppo, considero. Tutto chiuso, sprangato. Non mi azzardo neanche a cercare un citofono.
Già, c’era una volta una città grande, altera, orgogliosa. Ora, solo il sempiterno supermercato diffuso e uguale in ogni canto del globo terracqueo. Con il medesimo “rumore” straziante d’insulse cantilene ripetitive, col medesimo sfondo luminescente di vetrine tutte uguali e video tutti uguali, dappertutto. E io me ne andavo, coi pugni stretti nelle tasche sfondate, cercando mete sprofondate nelle tenebre dell’indifferenza in mezzo a tutta quella plebaglia ignobile, non più di padroni e operai tutti uguali, ma di cloni deliranti, teleguidati da un inconscio di chips.
C’era da qualche parte una arciconfraternita cui persino il divino Michelangelo aveva aderito. Mi metto a cercarla e trovo in un vicolo “sgarrupato” una specie di edificio che ricorda una officina in demolizione. Nessun segno. C’è un portale chiuso, dal legno scrostato. Accanto un citofono con due pulsanti. Su uno, trovo scritto “Arciconfraternita” e quindi suono. Niente. L’altro dice “convento”. Suono lì e la voce di una suora mi dice di telefonare ad una segreteria. Telefono: la segretaria mi dà un indirizzo mail: si deve scrivere colà e giustificare il motivo della visita. Grazie. Lascio perdere. Non dispongo che di qualche giorno e mi risponderebbero chissà quando … Dietro quel “garage” semi-distrutto si apre un ambiente oratoriale, completamente ricoperto di affreschi cinquecenteschi (ciò che ambivo di vedere) nonché un celebre chiostro rinascimentale, ahimè ...
Vado ancora al Palazzo Sacchetti il cui salone superiore è soverchiato da un enorme affresco dal Salviati. Le finestre appaiono sprangate: l’intera ala sprofonda nel buio. In portineria mi dicono ciò che so, cioè che i discendenti hanno venduto quel tesoro a un collezionista parigino; e quello che non so: il collezionista è morto immediatamente dopo. Non si sa che fine farà il monumento. È questo lo stato delle cose.
In giro domina il caos. Ovunque incalzano show menomi e minime aziende ambulanti. Chiunque vi vende qualsiasi cosa. Una Babele semantica vi bracca in ogni cantuccio insensato, con l’unico imperante caposaldo dell’unica divinità restata in auge. Appunto, la pecunia.
Tutta questa umanità, si dirà, cerca in qualche maniera soltanto di assicurarsi un vitto e un tetto ancora per oggi. E, certo, non possiamo biasimarli. Perciò non giudico, non emetto sentenze contro questa “Beggar’s Opera” di diseredati che arrancano con stracci, chitarre e bazzecole varie fra strade e pietre che non c’entrano nulla. Ma l’essere è ciò che si dischiude come orizzonte dell’esistere davanti a io, qui e ora. E se questo “io” sono proprio io, in questo momento, allora lasciatemi gridare il mio “al ladro” per la città rubata e venduta ai bagarini, ai ricettatori, ai mercanti di mediocrità. A tutti coloro che hanno ghermito il suo oro e l’hanno mutato in fango.
 
 
 

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