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Salvacondotto per idioti

C’erano una volta le brigate rosse. Un gruppuscolo di estremisti, esecutori di sentenze estreme in nome di Marx e del comunismo. Oggi, abbiamo le “brigate nere”, estremisti invasati che dicono di agire in nome di Dio. La differenza la andiamo a stanare: sebbene ambedue agissero in nome di un bene assoluto – tale solo ai loro occhi -, i primi selezionavano le loro vittime fra quelle figure, massime della politica, veramente colpevoli, e quindi beneficiarie, delle contraddizioni e delle ingiustizie della loro società. Individuavano dei colpevoli, di massima reali, e li colpivano. Le brigate nere dei neotrogloditi dell’isis, invece, colgono a caso le loro vittime tra gli innocenti. Sta qui la macroscopica differenza: le brigate rosse uccidevano i colpevoli, quelle nere gli innocenti.
Quello che invece si rassomiglia era l’humus umano donde cui ambedue pervenivano: la disperazione ordinaria e senza vie d’uscita di un’adolescenza periferica, abbrutita dal senso d’inutilità, attenuato a tratti col vizio. Così, la frustrazione e l’impotenza di tanti giovani nel pieno delle loro forze, si traducevano in smania di vendetta, il che, nei soggetti più lacerati, scivolava fatalmente nel sadismo.Perciò sotto i nostri occhi, si spalanca oggi lo scenario di una crudeltà bestiale e oramai deprivata di ogni qualsivoglia requisito linguistico. Ossia, è illeggibile. È soltanto uccidere in nome di uccidere, che vale a dire: disseminare il campo di indici di autodistruzione, finché non arrivi la morte del seminatore. Insomma, si tratta del nazismo, come l’apice di una sequela impressionante: il denaro, il potere, l’(auto)annientamento.
Che la scusante sia chiamata Dio, o addirittura Marx, non conta. L’amante del terrore crede di volere, in sequenza, prima il malloppo, poi il dominio, e infine la morte. La propria morte, come suggello della stessa impossibilità di vivere da cui era partito… Il contenuto di tutto questo ha un nome: il nichilismo. Altro che Allah… quando il nichilismo investe una civiltà strutturata ed evoluta, si finisce con una ordinata ed efficiente produzione di cadaveri (Auschwitz). Quando invece si tratta di genti arretrate, si va sulla macelleria spiccia. Ma il coefficiente resta invariato e non è l’ideale, né tanto meno il Dio. È solo il nichil in veste di Satana, che avvolge nelle proprie tenebre le menti più deboli, vuote, disperate. E mostrando loro lucciole visionarie, gli fa intendere il male come bene- e come bene assoluto, il male assoluto del loro sacrificio. È la morte, la propria morte, la punta di diamante di questa loro forsennata nevrosi; è perché vogliono morire che vogliono uccidere…
 
Il bene è un argomento sconosciuto alla razza degli emarginati, massime delle banlieu. Hanno conosciuto soltanto il malessere, i vicoli ciechi e quella noia speciale che matura all’ombra della nullità. La noia di chi è povero, incolto, disoccupato e non ha un cavolo da fare. Brutti, sporchi e cattivi, questo popolo di indigenti intellettuali cresce sotto la sola spinta della vendetta, della revanche. Immaginando che gli altri, noi, vivano invece sotto la stella imperitura della felicità. Ebbene, miei cari trogloditi, non è così. Noi non siamo mai stati felici.La sofferenza ha avvolto le nostre vite, così come quelle di tutti gli altri. Forse non è neanche giusto essere felici. Forse, l’idea stessa della maturità e della realtà è vincolata necessariamente a quella di dover soffrire, quale unica chance per uscire dallo stato di souffrance. Si può soffrire un po’ meno, come diceva Mitscherlich. Solo che va accettato. Così è ciò che è. Chi tenta invece il gioco d’azzardo di scappare dal dolore, precipita nell’odio e invece di provvedere al proprio male, va a cercare di placarlo attraverso il massacro di quello degli altri, come se questi ne fossero scevri. Il benessere non esiste, miei cari scemi. Ciò che vi fa così invidia, odio e sete di vendetta, non è il bene. È soltanto una minima struttura un po’ più razionale della vita comunitaria, per cui i cittadini soggetti appaiono più organizzati e quindi benestanti di quelli che, per esempio, affidano agli dèi le loro sorti…
Ma non sono, non possono essere perciò felici. La felicità forse non esiste neanche, ma è comunque un concetto alieno ai sistemi totalizzanti. La felicità è un problema dell’uno, e non l’unità totalizzante del molteplice. Nessun dio salverà, né mai ha salvato, intere masse di credenti dalla infelicità. Né sarà la politica, qualsiasi politica, a intercedere per gli imbecilli! 
 

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