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Memorie E Analogie: La Donna BIanca

L’ora era tarda.(l’ora e l’allora… pessimo accostamento! E una via non veglia! Fai vegliare i muri della via, al limite! O i cani! O gli alberi!)
L’allora via D’Annunzio vegliava sul sonno delle poche famiglie agglomerate ai suoi lati.
Una folata d’aria insita e misteriosa bussò al numero 3.
Onil, non foss’altro che per il fastidio, si rese conto che il rumore proveniente dall’anticamera non apparteneva all’emisfero onirico, ma era una vera e propria realtà.
♪Braccia penzolanti lungo i fianchi♪
Il vecchio si trascinava pesantemente verso l’ingresso. L’azione sembrava infinita in una dimensione spaziotemporale del tutto finita.
Pochi secondi.
Incurante dei vari perché e percome, Onil aprì la porta, quasi fosse una normalità la presenza di qualcuno a quell’ora della notte ed in quel determinato periodo
“C’è Elisabeth?”
esordì la donna. Estremamente bella, archetipo della donna angelo acclamata e descritta nei classici, musa ispiratrice di arte e pensiero; capelli ricci e aurei le contornavano il viso corteggiandone gli zigomi, e lo sguardo spettrale si irradiava con diafano inganno di occhi verdi. La cute rischiarava l’ombra della notte con il suo biancore candido e fantasmagorico, di completa assenza cromatica, esangue… Irradiava un’aurea limpida e tersa tutt’intorno.
Lei sapeva…
Portava un lungo vestito opalescente, anch’esso di lucentezza vitrea. Non si intravvedevano i piedi, sembrava aleggiasse nell’aria.
♪questo triste spettro sono io…♪                                                                                                                                    Chiedeva di Elisabeth..
“Posso parlare con Elisabeth?”
“Elisabeth! Elisabeth! ELISABETH!”urlò Onil, i cui modi come padre e marito, non godevano certo di fama integerrima e proba. Sempre senza chiedersi un perché ed un percome, Onil continuò a vociare a ripetizione.
Elisabeth si precipitò alla porta d’ingresso, spaventata dal richiamo del padre. Il tono di Onil non si spense neanche davanti alla figlia. Continuava a chiamarla, preda di ossessiva follia, esaltazione fissata, patologia morbosa, una sorta di insanio manierismo.
“Elisabeth! Elisabeth! ELISABETH!”
Poi , resosi finalmente conto dell’arrivo della figlia, con borbottio indecifrabile, il vecchio si ritirò nella sua camera.
Quanto la infastidiva quell’uomo… Riusciva a suscitare in lei un senso di esasperazione tale da deprimerla con la sua sola presenza. Il parlare di Onil non faceva che aumentarne l’irritazione, un’infiammazione mentale che non accennava a guarire ma che presto avrebbe scongiurato.. tale infezione non sarebbe cessata mai nell’animo della piccola Desi. In lei si sarebbe sviluppata ulteriormente, protraendosi durante tutto il suo vissuto personale, alberandosi estendendosi in ramificazioni sempre più solide all’interno della sua mente, recandone dolore ed angoscia. Ma Desi era di forte personalità, il suo ottimismo cronico l’avrebbe supportata negli anni a venire.    C’era un tale allarmismo in quei giorni che qualsiasi cosa la faceva sussultare. Ed il caldo, insidioso, si intrufolava nei pori cutanei senza lasciar traspirare la pelle, soffocandola.
♪cala la notte ed il caldo insolente ti induce soltanto a pensar♪
“Vieni con me. Devo farti vedere” anticipò la donna a Elisabeth. La mente di Elisabeth era confusa, ancora scossa dal tempestoso risveglio, ancora assonnata, cercava la connessione con il mondo che avveniva ad intermittenza.
Immersa ancora nel simbolismo del sogno.                                                                                                                           

 

“Il sogno
Una sfera emblematica, ancora oggi oggetto di difficili rompicapi.
Ed il suo valore simbolico, essendo pre-categoriale e pre-riflessivo
È la forma primitiva della ragione, come la poesia del linguaggio.
Faucault la sapeva lunga… Con una linea di pensiero molto simile alla mia”.                                                                 

Negli attimi di lucidità le uniche parole che Elisabeth pronunciò furono:
“Dove? Ma no, è tardi, sono in pigiama… Devo lavarmi… Prepararmi.
Frasi scomposte, distorte all’ascolto. Il rumore nel canale comunicativo non permetteva all’interlocutore di coglierne il significato referenziale.
“Non temere… Vieni con me… O non venire, a te la scelta. Io ora devo andare via.
Chiuse la porta, la “donna bianca”, e se ne andò.
Elisabeth fece per riavviarsi nella sua camera, infastidita da quella presenza sconosciuta…
Sconosciuta…
Chi era? Perché?
Piccoli passi accompagnavano la sua mente, che, pian piano, riallacciava i contatti con la realtà. Elisabeth cominciò ad interrogarsi sui perché ed i per come.
Scattò frenetica verso la porta.
L’aprì, affannata, come se avesse corso chilometri senza mai fermarsi o riprendere fiato. La donna bianca non c’era più, davanti a sé solo i cinque gradini del cortiletto che separano l’ingresso della casa al cancelletto della strada. Cercava la ragazza con lo sguardo. Erano passati sì e no 2 minuti da che Lei se ne era andata.
Agitazione
Il peso del respiro.
Il peso dei battiti. Palpitazione…
Sudore.
Corse in strada, niente, non c’era nessuno; guardò a sinistra, è un vicolo cieco!, pensò tra sé… Dove può essere andata? Si precipitò ansante a destra, la via era illuminata nell’angolo da un solitario palo. In quel punto l’incrocio portava a tre strade in discesa, lunghe e di forte pendenza, deserte a quell’ora della notte, impossibile che qualcuno fosse passato in via D’Annunzio e si fosse volatilizzato nel nulla. La donna bianca doveva essere almeno a metà discesa di una delle tre vie, non udiva nessuna macchina in lontananza. Non c’era nulla. Solo il buio a nereggiare l’ambiente circostante, illuminato a tratti dai lampioni.
Avrebbe voluto chiederle chi era, il perché di quella visita inaspettata. Sembrava così famigliare…
Con amara mestizia rimuginò sull’accaduto.
Avrebbe voluto riavvolgere il nastro della pellicola, ritornare al momento del richiamo paterno. Pregare il dio Crono affinché potesse concedergliene i poteri.
Aveva perso il Kiros
Il momento propizio.

In quel momento, a cento chilometri di distanza Ligelia stava per esalare l’ultimo respiro, senza accorgersene, avrebbe chiuso gli occhi lasciandosi trasportare dal lieto dormir. Un sonno da cui non si sarebbe più svegliata.
♪e la morte, purtroppo, che da forza e consola,
lo scopo della vita, in cui l’anima spera ♪(J.J.B.)
Una morte insofferente ed indolore chiudeva una vita sofferente e dolorosa.
♪animo folle che schiude i suoi petali lento al tepore del ciel♪

Ancora più lontano, nel ventre della Sardegna, in una colonia per bambini, la piccola Desi di li a poco si sarebbe svegliata.
Tra due giorni sarebbe rientrata a casa, non vedeva l’ora di riabbracciare la madre…
♪non ti chiederei, ancora,
di stare qui con me, ancora,
guarda dove sto, il tempo si è fermato laggiù,
il tempo si è fermato laggiù.
Non mi chiedi se, ancora,
penso sempre a te, ancora,
a quando te ne andrai,
via dalla vita mia.
Anche se sembra un sogno vai via,
nell’animo rimane poesia,
e malinconia,
anche se
ti rapisce il cuore,
il profumo della terra, il pianto del mare,
il vento che accarezza,
tiepido la pelle e lascia liberare,
tutti i desideri e non puoi.
Stare qui con me. ♪
 

nota: questo breve racconto[forse inizio di una lunga storia] fu postato dapprima in http://feeria.splinder.com/ e in http://rossovenexiano.splinder.com// con particolare affezione.

le frasi all'interno delle note sono spezzetti di canzoni.

 

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