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Lo Specialista

Alla fine sono diventato Lo Specialista.
Tutto è cominciato con mia nonna Anna, madre di Carmine, mio padre. Nell'arco di due anni sono seguite varie esperienze ed ora eccomi qua: Lo Specialista.
Da noi a Napoli, specialista non vuol solo significare che sai fare quella cosa, la sai fare bene; vuol dire anche che ci campi. Si, perché tutti quelli che ti hanno sentito anche solo nominare si adoperano per te e, questo, è una cosa buona. É qualcosa che definisce una città, una popolazione.
Napoli ha un'anima sociale. È capace di darti un lavoro a vita.
Quando accadde l'antefatto dal quale si originò questo mio destino io ero assente.
Saranno forse state le tre pomeridiane, forse, poco prima.
Dal basso, dopo essermi alzato quella domenica da tavola, avevo salito di corsa la scalinatella che portava dietro il muretto diroccato, residuo di muri crollati, che sorgeva sul piccolo sterrato sopra il basso di Pascà Mazzaferro, un mio amico tredicenne, per assistere alle sue prime pèsce 'mmàno.
Lì, dietro lo stesso muretto, trovai, già presente, il mio coetaneo Gennarino, con la mazza già fuori ed in mano, il quale pur avendo solo undici anni, mai e poi mai avrebbe voluto rinunciare quando ne avesse vista l'opportunità.
- 'O treno mica va pigliate quann'è ferm.
Era questo il suo credo, ed anche il mio.
Pascà dovette insegnarci queste cose per ancora due anni almeno, o poco più, prima che le riconoscessimo e ci rompessimo i coglioni di vedere solo le sue.
Dicevo: era di domenica. Forse è sfuggito, ma mia nonna Anna, vedova da circa sei mesi, improvvisamente aveva attraversato mezza città attaccata ad altre persone sul predellino del tram, e a mezzogiorno in punto era piombata a mezzo della porta di suo figlio Carmine.
Non che egli avesse un carattere più restio degli altri sei fratelli e sorelle, fra i quali cinque femmine, ma era forse il più silenzioso, così spesso si dimenticava di invitarla.
Ogni sabato e domenica, fin dal mattino presto, essendo un indaffarato per natura, doveva farsi il giro di una dozzina di bar-caffè per tutto il quartiere per chiedere se ci fossero dei caffè sospesi e studiare, ad una certa distanza, da sopra le spalle, le mosse dei giocatori a carte. Poi, lui e gli altri di quelli in piedi, una volta finita la partita, occupavano, per il tempo rimanente, i due o tre tavolini fuori, in ombra o coperti a seconda della stagione, per discuterne; il più delle volte per criticare ferocemente chi, di quei pensionati, possedeva più di loro.
Ciò il sabato e la domenica perché, nei giorni feriali, lavorava presso un molinificio lì in basso. All'uscita, spazzolava il vestito agli impiegati ed in cambio qualcuno di essi, a turno, gli donava una piccola confezione di farina.
Per quel pranzo, Nunzia, mia madre, era riuscita chissà come a rimediare sei melanzane tonde, viola chiaro, un polpo, peperoni rossi e qualche pomodoro e ne aveva fatto venir fuori una caponata da paura.
Io ero stato colui che aveva provocato il caso avendo rinunciato, essendo allergico ai pomodori, alla mia parte di caponata, della quale nonna si era immediatamente impadronita.
In tal modo, mentre Pascalino Mazzaferro si stava concentrando nel cloù finale della sua performance, udii la voce sgraziata di Rita, la mia sorella maggiore, chiamarmi a gran voce perché scendessi giù, che nonna Anna rischiava seriamente di lasciarci l'anima.
Anna era distesa di traverso sulla sponda dell'unico letto matrimoniale dell'unica camera del basso e si stava torturando il ventre con le falangi di ambedue le mani, Nunzia, in piedi, ad una distanza raggardevole, quasi addossata alla parete, stringeva ora nella destra ora nella sinistra una peretta di gomma rossiccia dal cui beccuccio cadevano a volte sul pavimento alcune gocce d'acqua poiché, essendo bollente l'acqua ivi contenuta, mia madre non sapeva decidersi, e se la girava da una mano all'altra.
- Ie non ce la facce. Mi assalì Nunzia. - E io nemmanch. Le fece eco Rita.
Carmine, nel frattempo, era uscito, dovendo supervisionare tutte le partite a tresette del pomeriggio festivo.
L'aria nella stanza si era ridotta al limite estremo del pestilenziale, dell'osceno.
Ebbi l'intuizione, il genio. Afferrai la mano di mammà trascinando lei stessa fino alla sponda del letto, sollevai la gonna a fiori della nonna e mamma stessa, impossibilitata a tenere tra le dita la peretta, risolse intuitivamente, senza nemmeno accorgersene, il problema.
Fu così che da quel giorno, nel rione nostro, divenni 'o specialista. ” 'O Specialista d' o clistero”.
Tenevo, tra le altre, la virtù taumaturgica di fronteggiare contestualmente due situazioni contrastanti ed uscirne indenne.
Mi chiesi sempre dove, da grande, sarei potuto arrivare.
Feci domanda di entrare al Santobono, al Cardarelli, in alcune cliniche napoletane prestigiose.
Ancora me lo chiedo dove avrei potuto, nonostante sia soddisfatto, finanziariamente e socialmente di essere sfociato nella professione libera.
 
 
 

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