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Postilla - 3

Su un libro troviamo scritto come il “tempo interiore” sia sostanzialmente diverso da quello diciamo storico. Lo scrittore mette nota su questo dilatarsi della durata che, suggerisce, quando si tratta di morire, un atto di due secondi, perdura infinitamente. Questo, appunto, invita ad ulteriori considerazioni. Perché noi siamo questa durata, siamo esseri storici,
il cui tracciato si snoda appunto entro coordinate temporali e la cui morte si configura come una uscita dal tempo. Ecco, è qui il nervo, l’apice, il cardine dell’essere: la sua fuga, la sua separazione dal tempo. Oltre questo confine l’essere-che-è  trabalta in una indeterminatezza, in una indefinibilità che a noi è mistero, ma per lui è differentemente, perché il predicato verbale smette di agire nell’unico ambito, o dimensione, per noi, appunto, ammissibili e che lo giustificano: ossia che giustificano il verbo “essere”: cioè l’ambito o dimensione storici. Per noi nessuna cosa è che non sia storica, che non si debba ricondurre alla sua durata. Ora però, ragionando su quel “sovradimensionamento”, quel dilatarsi del tempo di cui parla lo scrittore, mi viene in mente quell’ultimo interminabile secondo di “essere” del morente: è legittimo dire, come abbiamo fatto sopra, che si tratta dell’uscita dell’essere storico dal tempo? Smettere di esistere è un fatto storico – ma al momento cruciale, diciamo il momento successivo a quello mortale, si è o no fuori da questa storia? E ciò che è fuori o indifferente alla durata, non è infinito? L’attimo e l’atto di morire, portando l’essere fuori da ciò che è essenzialmente, e cioè la sua durata, non diventa perciò stesso infinito? Voglio dire, l’ultimo secondo non si ferma per sempre? Uscendo appunto dal durare? Non è concepibile in tal guisa un essere parmenideo, che è e basta e che essendo, non può non essere, né non esser-stato, sia passato che futuro?.

 

In conseguenza di questi interrogativi, ne spunta uno ancora più determinato e pregnante: ponendo una opposizione tra un finito-storico ed un infinito-presente, è possibile pensare un’altra modalità di essere al di fuori di quella storica?

Se morendo si esce dalla durata, il millesimo di secondo successivo alla morte l’essere non dura più, ergo diviene infinito. Ecco l’orizzonte ontologico possibile dischiuso da quell’attimo: l’infinito è solo un attimo, quello cioè che abolisce la durata, il millesimo che smette di perdurare. Cioè: l’infinito è contrazione e collasso del tempo sulla soglia dell’estinzione. Cioè, non è sconfinato e immenso, bensì contratto e “pesante”, come la materia dentro il buco nero. L’essere, l’esserci, similmente all’universo, tende a questa contrazione, il cui ente soprastante e trascendentale è una specie di  Dio formato Black hole? 

Ecco l’aprirsi di una “screpolatura” metafisica dentro l’inattaccabile castello nichilista, ecco qualcosa che il nichilismo non può sapere: l’infinità non come impercorribilità aristotelica, cioè di qualcosa di logicamente impraticabile, ma come collasso del durare, come fine del tempo – qualcosa che è fatalmente inscritto nel nostro accadere e che, in quanto tale, manifestamente, lo farà implodere. Il “dopo” cade ineluttabilmente fuori dal tempo, cioè fuori dalla nostra portata e, per ciò che me ne consta, non v’è alcunché a suffragare ipotesi di qualsiasi genere. E se penso ai miei cari, dipartitisi per sempre, a rigore, non riesco altro che a ritornare all’amara sorgente nichilista, che fa scaturire flussi di senso, come dire?, disperato al nostro esistere. Salvo che ora, osservando appunto l’infinito finire del tempo, non m’insorga il sospetto di un altrove piazzato fuori dalla “gittata”, appunto, di quel mio “pieno di senso”, indissolubilmente confinato nella sua gabbia spazio-temporale, donde cui pure dovrà, piacente o nolente, alla fin fine dipartirsi. Così, il tempo può cangiarsi in Satana, e la morte farsi speranza…   

 

Ma il centro, come dire?, l’”ipotalamo” di tutta questa intelligentsia, il “cuore del cervello”, è l’ego: cosa ne resta, alla luce di queste considerazioni?. Proviamo: l’ego smette di durare, muore, cade nell’infinito. Cosa succede? Se resta “io”, si sublima, così com’è in quel momento, per sempre. Neanche: “sempre” connota una durata indefinita. Qui non può esserci “sempre”. L’essere gettato nell’infinito, o nella trascendenza (alla Jaspers), è essente, non esistentivo, non determinato o “cosale”. O diventa ciò che è, ovvero sprofonda nel non-essere che non è. Il nulla non è, questo è noto. Se “io”, entità esistentiva e quindi storica, si adagia sul suo istante trascendentale come essere, allora è ciò che è, cogente essenza parmenidea cristallizzata nella divinità. Sennò la trascendenza è nera, cioè non è: anche in questo caso, “io” entra in un’altra dimensione, in un infinito senza niente dentro – ma anche questo caso è trascendentale, perché comunque colà il tempo finisce e finendo non può che produrre una sorta di “pietrificazione” assoluta del millesimo temporale di transizione tra l’essere storico e l’aldilà. Così anche per l’”io” dovrebbe valere l’asserto di partenza: il collasso del tempo lo rende infinito – come infinito “pieno” onnipossente, o come l’”infinito niente” di cui parla l’Ecclesiaste. Un infinito forzato e quindi attuato dall’attimo fuggente dell’estinzione.   

L’infinito e la trascendenza stanno all’essere come suo non-essere. In ogni caso, morire rappresenta all’io la fine del tempo, e, se aboliamo il tempo, il finito diventa infinito e trascende ciò (qualsiasi cosa fosse) che c’era prima. Quindi un minimale passino in più, volendo, l’abbiamo pur compiuto: che il “buio” dell’aldilà ci è trascendentale, cioè imperscrutabile, cioè ultraterreno. Non possiamo saperne un accidente, ma non può essere uguale all’unica verità nichilista logicamente deducibile dallo stato terreno. Nietzsche sosteneva che il Cristianesimo porta dritto al nichilismo e, sebbene tale ragionamento possa apparire contorto, non possiamo smentirlo in nessun modo. Ma noi, non essendo religiosi, possiamo rispondergli: certo, hai ragione, ma questo non induce a dargli ragione (al Cristianesimo; alla religione). Noi qui, essendo atei, respingiamo il nichilismo, logico e segreto effetto del Cristianesimo, e asseriamo invece l’improbabilità dell’idea nichilista, che giudichiamo altrettanto labile e chimerica (e in fondo fac-simile) di quella cattolica. Perché ambedue, religione e nichilismo, parlano soltanto del futuro, cioè del tempo, cioè della storia, e tutto questo decade inesorabilmente, coi suoi fratelli passato e presente, nel momento in cui la loro promessa dovrebbe trovare  il suo legittimo compimento. La fede, la speranza e persino il nichilismo, persino la mancanza di speranza, sono temporali: le loro possibili trame, soltanto storiche. Quando la storia collassa, “avviene” la trascendenza, un “luogo” in cui né i profeti stigmatizzati né altrettanto gli stigmatizzatissimi “Satana” nichilisti possono - sono in grado di - “perscrutare” alcunché.

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