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verde venexiano - Il delirio

Dedico quanto segue alla "nobile" adunata di intellettuali e pensatori che avrà luogo domani a Venezia, sotto le insegne dei "popoli padani" (mais que ce que c'est?) e di Asterix, Obelix e Calderolix.
 
IL DELIRIO
 
 
Un giorno il delirio se ne andava a spasso per Milano. L’aria sporca gli faceva rodere qualcosa sul muso, perciò digrignava i denti e allungava in qua e in là il collo onde inquadrare pelo e pelli morbidi abbastanza da affondarci dentro la sua grinfia zannuta con sanguinaria voluttà.
Sì, lo sentiva già, si sarebbe preso la sua rivincita oggi, gliela avrebbe mostrata a tutti quei babbei altezzosi la sua ira furastica: a tutti quei manichini pieni di grana, sì, ma mica meglio di lui, delirio rabbioso, spiantato, senza arte né parte, magari, sì, però meglio di loro, più duro, più giusto, con le zampe - un po’ porcine del resto, sì, lo ammetto – piantate bene sulla sua terra. Non rubava mica, lui. Era tutto suo, laggiù. C’era nato, non era mica un clandestino! Bastardi, delinquenti, usurpatori, barboni pieni di boria, giunti da chissà dove, magari dall’Africa nera a dettar legge qui, sulla sua terra, nella sua città…
Il delirio non ci aveva azzeccato mai. La sua era stata un’esperienza malavventurata da sempre. Aveva sempre fatto a cazzotti con la realtà, e mai una volta l’aveva potuta digerire. Perciò s’era trovato sempre più spinto ai margini, isolato, sbeffeggiato e solo da morire. Ma non si era arreso, non aveva mai accettato che vi fosse qualcosa come la verità. Per lui una sola versione era possibile, la sua, quella del signor delirio. Le allucinazioni, pensava, erano cento, ma che dico?, mille volte meglio di qualsiasi muggito à la page circa il presunto primato della verità, e simili balordaggini. Detestava quell’ordine maniacale delle “sintesi logico-razionali”, gli sembravano gli escamotage intellettuali escogitati dai ganzi ripuliti e senza spina dorsale per mettersi in mostra e, magari, fregarti con destrezza, senza accorgersene.
Così girovagava tutta notte rimuginando dentro di sé, rimasticando amaro tutta la sua rabbia, la sua impotenza, la sua impossibilità di mettersi in competizione con quelle odiate “sintesi” che avrebbe volentieri risospinto in fondo alle gole da cui sgorgavano, oltraggiose e vanagloriose. E mentre vedeva la sua città lentamente conquistata dai cinesi e dagli arabi, e chi più ne ha più ne metta, finiva per cacciarsi in qualche osteria ad affogare nel Barbera sfuso di pessima qualità l’ira visionaria che gli corrodeva l’anima. Lì s’era fatto amica la paranoia: uscivano assieme, bazzicavano apposta i peggio bassifondi del capoluogo meneghino per rinfocolare le proprie inestinguibili fobie, cercavano zizzania, s’accanivano come mastini rabbiosi e finivano quasi sempre, avvinazzati, ebbri d’odio, per morsicarsi coi propri simili, nella disperata impotenza di poter mai misurarsi con l’odiato nemico, la alethèia, la verità…
Delirio si era anche dato alla politica. Nel generale sbandamento morale della city post-capitalista, aveva ritenuto che vi fosse spazio per piantarci la sua disperata visione del mondo e renderla redditizia al fine suo di piegare la verità ed abbatterla. Ma lì per lì nessuno sembrava badarci e lui cadeva ancor più sotto la sferza del proprio nume, nel suo delirante abbandono.
Eppure, le cose cambiarono. Gradatamente e quasi sottovoce una specie di malcontento imprese a diffondersi in città; qualcosa che sapeva di nevrosi, di pazzia, di infelicità imperversò senza inciampi fra la gente, resa insensibile dall’abitudine e dall’indifferenza. La dolorosa verità iniziò a diventare intollerabile e in molti cominciarono a lasciarsi sedurre da lui e dai suoi sconclusionati sermoni, ove la rimozione veniva vagheggiata e impetrata come una catarsi invece di un nascondimento. E avvenne così che un giorno si poté assistere ad un evento straordinario e paradossale: delirio divenne capo del governo.
Non so dirvi, da quel giorno in poi, chi governò cosa e chi altro, né per qual mai motivo. Inutile dire che gli eventi precipitarono: come si doveva supporre che una metropoli avanzata e tecnologica come quella potesse mai reggere l’urto di una de-razionalizzazione della sua orditura? Delirio vi si installò, da par suo, come un monarca anti-razionale, scientemente irragionevole, irriducibile a qualsivoglia pretesa di Logos o di Ratio.La isolò dal mondo, ne scacciò la manodopera straniera (cioè quasi tutta), considerandola extra-milanese; costrinse le macchine a girare all’impazzata senza più nessuno, nessun lavoratore, a controllarle; proclamò la sua repubblica surrealista istallando nei ministeri e nei posti-chiave la corte di ballerine semi-nude che accoglieva a Palazzo Reale; soppresse il ministero dell’ambiente e fece invece edificare una mostruosa centrale nucleare a Cernobbio, il cui nome gli sembrò adeguato a tale destinazione.
Quando, a qualche anno di tale andazzo, si seppe del crollo della Torre Velasca e delle acque che penetravano in Duomo fragorosamente, sventrando le vetrate venerande che per tanti secoli avevan resistito, era già troppo tardi. Il delirio, come un morbo insinuante, s’era già insediato nell’ipotalamo degli abitanti, e tutti oramai si precipitavano nella frenesia e nel caos in un delirante combattimento collettivo il cui apocalittico compenso sarebbe finalmente stato l’incoronamento di sua maestà il delirio. Il Re Delirio delle pianure oramai incolte che si stendevano, maleodoranti ed infeconde, giù, fino agli Appennini, coi colori sbiaditi e il madore malaticcio di chi già agonizza e ha già un piede sulla soglia dell’aldilà…
 

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