Asterischi a misura di sè - proposta di scrittura collettiva | poeti maledetti | ferdigiordano | Rosso Venexiano -Sito e blog per scrivere e pubblicare online poesie, racconti / condividere foto e grafica

Login/Registrati

Commenti

Sostieni l'associazione

iscrizioni
 
 

Nuovi Autori

  • Giuseppe Rongaudio
  • Gabri
  • Ignu
  • Macerone
  • Silvana Sartorelli

Asterischi a misura di sè - proposta di scrittura collettiva

Anche questa potrebbe essere una proposta di scrittura collettiva - anzi, lo è. Proviamo ad inseguirci l'un l'altro per versi. Da qui in avanti inserirò chi vorrà lasciarsi inserire... Come si sa basta postare di seguito facendosi annunciare da un... indovinate un po'? Il tema è ovvio: l'uomo e se stesso o, a scelta, l'uomo è se stesso?
Ferdi
 
 
 
 
 
 
 
Per quanto chiuso l’uomo è in grado
di aprire la porta e salire alle stelle
col suo prezzo nell’anima
lo fa dicendosi meglio
inventando un ascensore di fede
una fede d’oro
e quindi le scale sante
la morte a tentoni.
 
Oppure sogna che un vento da terra
scoperchi la sua storia
dove la pentola parla del fuoco
e i piatti hanno parole a vapore
che non si muovono
affatto sugli altari a strapiombo.
 
Chissà quale altro deserto lasciò la sabbia
in concomitanza col molo.
 
 
*
pur di non essere ciò che è
e il niente che sarà
 

*
egli naviga nell'incanto
del vasto
rifrangente oceano
: l'altrove, l'altromondo, l'altro
cerca dimentico
del pianto di chi abbandona
 
*
l'uno, con lo sguardo fisso alla riva
incastonato stretto
fra le ciglia brune
 
 
*
Dispiace
che l'arrancare sia parte
dell'ultimo viaggio.
Sulla roccia  a misura d'uomo
l'ultimo viandante 
ha lasciato un bastone,
dall'altra parte
nulla di buono.
 
 
*
tra il molo e l'uomo
lo stacco, l'infinito
il vago in fondo, il buio
l'immersione del sole
un biscotto
zuppo di marea
 
 
*
E’ un camminare questo?
Piuttosto un dormire
a volte la gola, gonfia
sa di raccolti ad un crocicchio d’impotenza polverosa
d’inutilità
ti svegli, e speri nello sputo
 
 
*
un carteggio che rimbalza parole
così tese sulle guance
attese danzano scoperte
gli specchi tornano carezze
 
 
*
Tante persone vivono come guanti
indossati a stagione o per l’uso. Stare
al tiro della zip del giorno, sgonfi
vuoti. Se cambiasse
il dentro, mettiamo le mani
qualcuno si facesse binario
qualche altro avrebbe un treno di ragioni
una nera locomotiva di tragedie
da lanciare in corsa folle
nel precipizio dell’ascolto.
 
ah, che liberazione il catino nell’occhio!
 
 
*
il giorno annega nell'attimo stesso
e i guanti smessi sono ali di colomba
frugano fra i nembi e più in alto
cercano un respiro e trovano pace
 
 
*
Nell'aria risiedono ondosi ardori,
indifese scie calzate dal vento
Aleggia nel fondo un moto tenebrio
che torna a lambiccare in superficie
Spengo le candele del tempo
rifuggendo i tuoni del suolo
distacco della pelle
dalla fonte sepolta.
 
 
*
Bella gente la gente di ieri
seduta al punto giusto, fertile
argilla, alta piantagione
cercavano lo stelo del millennio venturo
la colonna che sarebbe caduta
 
oh che bel popolo in colore!
sempre in testa al chilometro da percorrere
una musica dal fiato nuovo
tasti ai piedi nudi
tamburelli ritmici i baci solidi
le guance delle piazze
si parlavano senza lingua
 
una visione uguale
di dove muta la condizione
la rabbia, l’epica dell’orizzonte
 
*
Non c'è che strapparsi l'anima
per vedere se versa sentimento
e nel timore di non vederlo bene
preparare gli spilli della ragione
per richiudere lo strappo e spiegare
forte che il senso di sè è altrove.
 
 
*
il senso è l'anima stessa
quella che si genuflette
sotto cappe di peso
a squarciare il corallo nel petto
e il dolore, e l'inganno
 
 
*
Nel passo si ritrova l'uomo
verso sentieri che conducono
attimo di quiete agli occhi
che aprono al fulgido fiore
allo stelo intatto
arrampica in su la vetta ardito
cercando nelle tasche polvere
che lo conduca al fine
al suo traguardo
 
 
*
eppure il silenzio è sempre pronto a cadere
come un clava presitorica
incunearsi tra la spalla e il collo
là dove si poserebbero baci
delicati baci frullanti
se il tempo non fosse quello che è
non tendesse a riavvolgersi
con un rumore schioccante
alla fine 
 
 
*
Cade il silenzio che tristezza ripara
là, dove batte la piena che difende 
archi inginocchiati su tele di piombo.
Incanto sovrumano quell'estinguersi di bacio
incostantemente abbracciato intorno al velo
con infusi esausti agrumi di pianto.
Sono mani queste che detergo nella luce
e di buio restituisco quei moti all'infinito.
 
*
eppure il silenzio è sempre pronto a cadere
come un clava presitorica
incunearsi tra la spalla e il collo
là dove si poserebbero baci
delicati baci frullanti
se il tempo non fosse quello che è
non tendesse a riavvolgersi
con un rumore schioccante
alla fine
 
 
*
Ma nel silenzio un canto s'innalza.
Il canto di quell'anima pura,
fanciullo divino che v'abita dentro.
Spirto di notti vestite di sogni,
di stelle danzanti e panneggi oltremare.
È un canto innocente e proviene dal grembo,
limbo e culla di soli
dalle macchie dorate.
 
 
*
Sarebbe possibile di una donna sondare
la sua cartomanzia, la divinazione delle orbite oculari
per la dimensione dei varchi. lei teme l’entusiasmo
dall’aria aggressiva. la caccia
in questo inverno mediterraneo
dilatato ad aprile. ha ancora qualche nota
in pieno volto. e non si nasconde affatto: lei cerca il quadrato
che la moltiplica; sì, trema se c’è e non diviene
lascia vuoto quel suo nome
indetto; in fondo quel nome si pronuncia
a sillabe di salgemma
- come un tempo si diceva:
di là da venire, purchè sia buona -
ma presente, esclusa dalle conversazioni
 
una libertà che le compete
perché se fu il suo primo angolo
nacque retta da un uomo in meno.
 
 
*
Girarsi verso quel senso agrumato
dalle spalle scende in linea retta il riposo
colonne appese ai declivi, trigemini e corde
cercando la comunione con gli occhi.
Terso è questo senso di sé, in acclamata ironia
come pingue artemisia in cielo per coloro che
masturbati dal tempo colgono la vita.
Di questa nota restituita, una pillola sul dolo
a sbriciolare la noia, melange è il buio che incide
la sua lunula a dividere la soglia del nulla.
Chiedi spazio nel subvolgere l'immago dell'arto
contrito ed il fallo è stato compiuto, ché il male
esportato dal cinebro nervo di niente fallisce.
 
 
*
Il canto di Se orfano dei ma
è un inno muto all'arroganza dell'essere
genuflettersi al passato
è un atto d'umiltà
che non tutti conoscono
in questa consapevolezza
l'ego prevale sull'altrui
come la spada fende l'Anima
così i sentimenti abietti
forgiano lame taglienti
meglio essere rosa
cantar d'amore
e tutto si vestirà
d'aulente emozione...
 
 
*
...e se aspettare
trasforma
quel che dell'uomo
non è più speranza.
...e se la spada
ha tolto all'anima
il resto di due lembi,
possa la mia natura
cibarsi ancora dell'essenza
e porgere al canto
quel che non è solo pianto.
 
 
*
E cio che verrà, se verrà,
atteso e invocato a mani giunte
come fosse persona cara,
oltre il patibolo del dubbio
quasi un rimpianto di spazi abbandonati
in un deserto che nega possibili ritorni.
E sotto il cielo stanco
vola il silenzio delle parole inutili
mentre la forma si abbandona
a prodigi di luce nel mistero inchiodato
al tempo che rimane.
Non sarà la chiarezza del giorno
a seminare promesse
oltre l'archivio delle speranze.
Eppure qualcosa di noi
dovrà pure brillare.
 
*
colpita dalla reticenza dell'ombra
lontana dalla terra infeconda
e dalla disforia della notte che esclude
da sé le stelle vermiglie del cuore
cammina la luce
per sola esperienza e memoria
di crepe e d'abissi
 
esplora
la sacra potenza di ognuno
e dove sconfina la tempia
- e nell'ardore la mente -
rimane colpita e come infilata in un fuoco
di bocche materne in amore
 
e di noi lasciati alla notte
in un altrove perenne
sconta sempre più alto il lamento
ultimativo e mortale.
 
 
*
...e quell'immensa chiarità
vibra in movenze ottimali
espande armonie sensitive
in quell'attimo ove tutto si frantuma..
nei danni insormontabili
cresce inusuale consapevolezza
proietta in una dimensione innovativa
espande all'infinito soggettivi codici emotivi
 
 
*
Del pianto hai fatto l'abito
che indossa il piede
in processione un fiore
fredda la lama al taglio
del tempo che s'infuria
mistico il verbo al guado
stelle arrancano avvolte
nell'esperire d'assoluto
al suo risorgere
 
 
*
Là, dove il cielo risorge,
muore per sempre
il buio della notte
e non sarà notte nel cuore
se il cuore terrà vive le stelle
e saranno stelle i pensieri,
le parole, i sogni.
Uomo che di te stesso
puoi esser luce,
rischiara le favole antiche
offri il tuo dire in abbondanza
che nessuno abbia mai a saziarsi
e poggia la corona al debole
che della sua storia
ne resti sovrano.
 
 
*
Dovrai capitolare
davanti all'inspiegabile
conosciti davvero
nei raggi di uno specchio
non puoi che vacillare
sul filo del rasoio
che lede la tua carne
mentre con occhi ciechi
cerchi un' irreale luce.
 
Affonda le tue mani
nell'acqua dei tuoi sogni
nient'altro puoi avere.
 
*
 aggiungi questo: che nessuno è niente
ma nessuno sa qual è il qualcosa
che l'alchimia del vuoto
produce dolore a onde d'urto
fonde basse vibrazioni nelle ossa
 
*
e poi ancora: che non esiste io
senza tu che lo veda
e gli parli
e lo accarezzi, a volte,
con dita leggere, piccoli petali 
colorati,
intrisi di luce
 
*
cristalli appuntiti, vette
di mai raggiunte mete
sferzano di lame sottozero
l'uomo contratto in ventricoli pulsanti
fissa l'azoto, crede nel fuoco
 
*
un correre verso il nulla
che addolora il petto
e dentro il petto il cuore
già colmo di dolore
ma resta la speranza
che vita sia migliore
 
*
in un andirivieni d'assoluti imperativi
rimodellanti sgualcite movenze del passato
addolcite da una rosea nebbia di cristallo
ch'espande sussurri d'avvolgente seta
si dissolve la fragilità insidiosa
d'inquetante ebbrezza
 
*
Disconosco l'ultimo verso
poiché nessuna ebbrezza mi pervade
se non l'insidia al volto
che le mani ha tese sugli occhi
nel fondo del pozzo
continuano le unghie
a sprofondare nel buio
che colora il pianto
nessun cielo per le mani
abbiamo gole arse
e difetti puntati sul cuore
 
*
C’è finta incuria nel mattino.
prima che la domanda se
il giorno di pioggia abbia confidenza
coi semi dell’aria e la pianta del riposo,
o sigilla tragico il solco tra le ciglia.
ancora prima che sollevi l’ombrello
la balbuzie della folla sul vetro, il risveglio
dal cuscino, il clacson dall’incrocio
addirittura la soglia precede la porta
se la casa è una cura.
 
*
....e in uno struggente rimestìo
d'insolute sensazioni

si smarrisce l'entità del tempo

disperso in un orizzonte plumbeo

travalicante odore d'umido terriccio...

fluttua nella ruvida insidia
d'un vuoto vacillante al sapor di malinconia
 
 
 
AllegatoDimensione
La lunga canzone_def.pdf284.25 KB

Cerca nel sito

Cerca per...

Sono con noi

Ci sono attualmente 3 utenti e 1958 visitatori collegati.

Utenti on-line

  • Antonio.T.
  • live4free
  • ferry