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Un bastimento, io penso

 
 
La macchina sovrumana del tirreno cuce
ad ondate concitate tutte le diagonali della luce.
Il maestrale appunta le verticalità più rigide che trova
e stupidamente le riduce in spiaggia.
Un bastimento, o io, martire del sale e del fondo,
prua dura, affilata e volta al porto, affronta il vento
come l’inquisitore la blasfemia dell’ormeggio.

 

Di due cormorani, uno confronta le ali alle parole
di ferro, scopre in tal modo le paratie e i chiodi,
la ruggine e la catena; una svolta leggera, rapida
sulla noncuranza del mare, mi suggerisce battute a volo.
La prima è che il bastimento, da trent’anni almeno, affronta
un viaggio fino ai tropici; il mio pensiero vi arriva solo
quando lo accoglie in sogno. Intanto il promontorio carica
sul ponte una nuvola colore dell’olio. Sottocoperta, ripara
la costa dalle piogge, oppure sotto le viscere del cielo
cedono sogni tipici, ossia balle di emozioni da nessun porto.
 
O io o quel bastimento, turbina accesa, fumi
da ciminiera, prua nel vento, tanto vento: vento se
fiondiamo la memoria come acab l’incubo fuoribondo.
I marinai nello stesso momento in cui guardano terra
aspergono il mare con la lingua di dove vengono,
e possono farlo perché intorno c’è adeguato silenzio.
Sul bastimento, i mozzi hanno scialuppe ai piedi
per camminare fino ai moli. Che vi resta
del periplo dei continenti?, come vi prende la costa?
Avete toccato a lungo la gobba degli oceani
e non ne venne fortuna, serve ora un salvagente?

 

Un bastimento, io penso.
 
 

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