Il mare che venne salendo - I | [catpath] | ferdigiordano | Rosso Venexiano -Sito e blog per scrivere e pubblicare online poesie, racconti / condividere foto e grafica

Login/Registrati

Commenti

Sostieni il sito

iscrizioni
 
 

Nuovi Autori

  • Gloria Fiorani
  • Antonio Spagnuolo
  • Gianluca Ceccato
  • Mariagrazia
  • Domenico Puleo

Il mare che venne salendo - I

Qualcuno mi disse che la signora leggeva la sua sorte al bar, alla pagina dei cornetti freschi, e poi beveva il caffè. Aveva occhi adolescenti e rughe luminose per ogni sguardo che quasi le sfuggiva via la pelle. Pareva così dolce, che quel dolce di bottega portato alle labbra nemmeno si scalfiva: delicato era il morso, e così breve. Osservava, del suo giovane amante, il pensiero poggiato sulle ciglia aggrottate.
La dama era vestita di bianco con un trine sconvolto al colletto. Quel trine sopportava da solo tutti i gesti del disamore che sembravano lì pascersi come in una tundra una varietà in filari di un muschio di direzione. Quei verditerragnoli che prima degli aghi mostrano la stella, e avrei detto - se l’avessi vista come mi fu descritta e qui banalmente descrivo - una donna a centanni ha ancora il cuore di bimba che non ha mai cambiato in discorsi banali che offendono ogni cercato eroe nei sogni, ogni donna dentro ha una sequoia e non muta con le stagioni.
Stormiva per lei la fronda del perso pudore, nella piega del giorno che porta alla somma del pranzo frugale, prim’ancora degli occhi glaciali di lui, nottetempo sorpreso a guardare la rosa di carne al piano di sotto.
Lei capiva: era tempo d’amore corposo nella giostra del mondo; era tempo di fame dei corpi melliflui nella chiara stagione del fuoco; era il tempo di andare per lui senza indirizzo ad una destinazione sorpresa.
Il giovane aveva la fronte disegnata da un’idea visibile: una porta è l’inizio di qualsiasi percorso. Sottovoce, in quel silenzio suadente, tuonò il travaso di suono dal pensiero e fu subito udibile, avessi una barca, una vela, e il mare per far tutto il resto!
 
All’uomo del banco, la prima impressione fece pensare è sua madre, ma la mano tremula, magra, che articolò la carezza sul viso del giovane, era un’onda d’amore da un’acqua profonda. Quell’indice e il medio, e il corallo dell’unghia ancora più fragile, che seguivano leggère, parve per quel che mostrava: una languida risacca silenziosa che sottile si trattiene sulla riva modellata dalla sabbia del volto; come cade una piuma a volute,avrebbe detto poi dal banco, raccontandomi.
 
Come fiamma, quindi, il giovane non aveva rimorsi per le ceneri. E andò, tramando i passi decisi dalla porta alla partenza senza un saluto.
Andò via improvviso in quel momento inatteso, temuto, occluso fino ad allora dalla gabbia della convenienza. Partì come ci si libera dai lacci quando le scarpe offendono la dimensione del piede e producono un passo caduco e lungo quasi ad affrettare l’arrivo ad un traguardo di pelle nuda.
 
Quando passano i giorni riottosi di dar segno alla vita che per te conta, quando il tempo pone la testa nel tempo che viene eppure si allunga la coda e non la trascina, si perde la giustezza d’ogni calendario e, senza somme opportune, anche gli orologi si fermano a qualsiasi ora.
Un intero saggio di costellazioni aveva attraversato quel cielo alla vecchia signora. Un arco impossibile fatto di albe incivili e brutali - che per sua fortuna ella non vide tutte -, occorsero prima che il giovane fosse di nuovo alla soglia del bar, rientrando per un’ultima volta nella vita di allora. Osservò intorno come preso da una cerca al tesoro oppure immesso in un luogo di cui sconosciuta è però viva la memoria.
L’uomo del banco, come ad attenderlo per una commissione ferma dal passato remoto, s’accostò col caffè già caldo. Sul vassoio una busta e il cornetto alla crema.
Indicò la sua sedia e attese paziente. Allo sguardo interrogativo dell’altro, porse la busta, mentre lui prendeva il suo dolce. Un morso di fame e uno di strappo. La crema colò come un pianto di corda s’allunga e fa splash, appena sopra quell’unico rigo vergato con fretta o mano insicura, certo di una donna che amava: “Vai al porto, c’è un desiderio che aspetta un padrone: liber’albatro. “
Era scritto proprio così, con quell’ala di apostrofo che apriva l’infilata del volo come se il rigo avesse scelto una vela perché il bianco a seguire, già gonfio, estremo, fosse strada e non solo desolazione.
Strinse la carta macchiata. Le braccia caddero. Non pianse. Solo un lungo tremore abbrivio della sorpresa. Uscì lentamente in una trance di pensiero.
 
Qualcuno ha visto
stamattina
la signora senza gli occhi del padre
e con il seno amaro della madre?
 
Sul giornale, sul giornale! all’annuncio
ch’è scomparso un dolore terribile tra gli scogli,
dove l’inchiostro amplia un nome indifferente.

Cerca nel sito

Cerca per...

Sono con noi

Ci sono attualmente 1 utente e 3115 visitatori collegati.

Utenti on-line

  • Antonio.T.