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Vite disperate

 
Vite disperate son quelle che mi vengono incontro dalla seconda, grande lettura dell’opera di Hans Fallada, scrittore tedesco in cui ritrovo il bagliore della migliore germanicità, da Goethe a Thomas Mann. Anzitutto, la sua propria disperata vita, sempre in bilico sull’abisso del nazismo, salvato per un pelo dalla sua reticenza, ma condannato poi dal rimorso. La vita esemplare e sventurata di un tedesco per bene che non trova l’aire della fuga e, coi bagagli giä pronti, torna da un’ultima passeggiata dai “suoi” luoghi, dalla “sua” Germania, e rinuncia a fuggire a Londra, non ce la fa. 
Ma poi la paura gli fa cedere qualcosa all’arroganza brutale dei nazisti, fino ad accettare di scrivere qualcosa sotto loro pressione. E poi, di nuovo, al loro crollo, la sua vergogna. Una vergogna curata con la morfina, fino a morire nel 1947, quando il suo secondo grande libro non è ancora in libreria. Il libro è “Ognuno muore solo”, un titolo italiano che è l’esatta traduzione di quello tedesco, “Jeder stirbt für sich allein”, il quale suona tuttavia più duro e drammatico che in italiano, qualcosa tipo “si crepa da soli”…
Ma le vite disperate sono anche quelle dei personaggi che lui ci presenta, dai coniugi qualunquisti diventati sovversivi per disperazione, a figure di poliziotti senza dignità contro mascalzoncelli senza anima né onore, ai maiali sanguinari delle SS; da fragili esempi di resistenza all’abiezione, pagata sempre con la vita, al più ripugnante scarafaggio della nomenclatura sterminatrice dell’hitlerismo: il giudice Freisler, un verme tanto immondo da non meritarsi neanche il nome. Tanto che lo scrittore glielo nega: gli toglie la “R” di “Frei”, lo volge in “Feisler”: “Frei” vuol dire “libero”… insomma, tutta un’umanità allo sbando, presentataci dallo scrittore divorato dal rimorso per comunque illustrarne senza remore la verità. Una verità maledettamente vera, “tagliata” nella carne marcita di un popolo condotto alla putrefazione. Tutte queste persone sono davvero esistite, con nomi diversi, salvo il caso del giudice che, nel racconto, perde soltanto una lettera.
Nel suo primo grande successo, “E adesso, pover’uomo?” Fallada rappresenta la caduta nell’oblio di un popolo che era disceso dalle ”stellette” imperiali guglielmine, semplicemente nell’indigenza; un popolo umiliato, facile preda, alludeva, della demagogia e del populismo. In questa sua ultima opera, ci fa discendere negli inferi cui il precedente pauperismo ha addotto. Come un veleno è penetrato nelle viscere ancestrali dei discendenti di Arminius, e tutto intero il consesso civile, ahimè civile non più, ne viene affetto, compenetrato, in-satanato. Ognuno, accecato dal proprio tornaconto, non sa più guardare al di là del recinto delle proprie volizioni e non si accorge che questa strada porta soltanto alla rovina e alla morte. E ognuno muore, e solo per di più.
Qua e là emerge una certa grandezza morale che fa da controaltare alla spregevole bassezza dei Nazi. Vuole dirci che certo i Tedeschi subivano questa abiezione, non la sponsorizzavano- se non altro i Tedeschi con un minimo di coscienza morale. Per ficcarcelo bene in zucca, e per metterci in guardia da eventuali “imitazioni”, richiama l’attenzione su questo fatto: era cura dei macellai al potere che nessun tedesco sapesse davvero ciò che loro facevano e volevano. Quindi, sparargli nelle orecchie la morale fellona del nazionalismo, degli immaginari valori della superiorità della razza, della “purezza” quasi Biedermayer del giovane eroe biondo e impavido, alla conquista del mondo- e poi invece rubare, depredare, uccidere, abbandonarsi alla gozzoviglia, all’alcool, la droga, la depravazione: un “ricordo” immortale…
Vite disperate sono quelle che Fallada ci mette in rassegna, e sono tutte vite autentiche, di esseri umani traviati da un delirio comune che prima li guasta e poi li travolge, buoni e cattivi. Vite vere, pagate con la vita da cittadini normali, che senza l’eccezione di quella pazzia, di quella frenesia sadica e irrazionale, non sarebbero mai tralignati dall’ombra della vita quotidiana. Vita disperata quella dello stesso scrittore, contratto nel suo guscio spaurito e poi amaramente morso dalla colpa di quella vile contrazione. Vita disperata infine del cane pazzo Freisler, l’uomo che non meritò neppure il nome e che viene ritratto con assoluta esattezza dalla penna incollerita di Fallada. Freisler, che perde il nome nel romanzo, crepò sotto le macerie del famigerato “Tribunale del Popolo”, da lui stesso voluto, bombardato dagli Americani. E sotto quelle macerie venne sepolto, ma senza nome. E quel nome, moglie e parenti se lo scrollarono di dosso, come una macchia infamante. Il nome scomparì dalle loro fattezze e si dissolse nell’inferno.
 
 

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