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Del Nazismo. (Dal giorno della memoria)

In questi giorni di memoria- una memoria per altro offuscata e ingiuriata dal solito rapace microcefalo, incapace di produrre un solo pensiero nobile svincolato dalla sua, invece ignobile, avidità predatrice, la sua maniacale porno-clepto-mania. Sì, indovinato, parlo del “caro leader” di Arcore, il boss dell’idrofoba, xenofoba, culturofoba destra itali-ota, le cui uscite triviali stanno a Hitler, come quelle dei suoi beceri alleati stanno al duce. Producendo un  panorama di morte su di cui non riluce la minima stilla d’intelligenza. In questi giorni di memoria, dico, corredati dall’usuale corollario mediatico di film, articoli e libri, vengo finalmente alla soluzione dell’enigma che ancor oggi grava su quella specie di mistero satanico che tuttora aleggia sulla “leggenda” purtroppo vera dei Campi. La narrativa dei quali lascia nell’osservatore una sorta di smarrimento e di soffocante amarezza, come nell’epilogo di una fiaba tragica in cui il “lieto fine” si arrovesci invece nel delirio e nella crudeltà. Lasciandoci davanti ad un immenso, siderale perché?, il quale, se mai possa trovare riscontro altrove da quell’incubo, lo trova soltanto nella insondabile materia della Teodicea.
Hitler era un genio: questa improbabile sciocchezza trova ancor agio di essere proferita: l’ho sentita articolare con queste orecchie! Ora, se anche chi l’asserisce sia facilmente declinabile sotto la classe del disturbo mentale, ciò non ostante è ragguardevole come sia comunque in grado, questa “icona” di tutto il male possibile, di esercitare ancora adesso il suo fascino funesto. E la domanda è: cosa affascina? Cosa c’è di tanto attraente nel delirio mentecatto dell’autodistruzione? Per rispondere a questo, è necessario definire bene di cosa si componga la domanda. Lì troveremo la risposta.
Chi era Hitler: Hitler era un fesso- è questa la migliore definizione tramandataci dalla storia. Dal filosofo Oswald Spengler, invitato dal “fesso” ad assumere una carica di capo-dicastero della cultura nazista (sic!), e costretto ad incontrarlo, per trarne poi quella idea: “Hitler è un fesso.”, scrisse nei suoi quaderni, motivando il suo rifiuto. Un fesso tronfio, mediocre e gonfio d’odio proprio a causa della propria mediocrità. Si vede dai suoi desolanti acquarelli, dipinti quando si considerò un genio-artista, prima d’essere respinto all’ammissione alle Belle Arti. Atroci disegnini piccolo-borghesi, il cui orrendo cattivo gusto, appunto, la “fessaggine”, è persino inferiore a quello dei pittoruccoli che vendono paesaggetti ai turisti. È questa inferiorità la chiave di lettura adeguata per leggere la frustrazione del “fesso”. Quando arringa le masse, data una certa grave monumentalità dell’idioma tedesco, chi non lo capisce si figura magari detti immortali, grandiose figure retoriche che irretiscono le folle e le seducono nella loro malia irresistibile… Niente di tutto ciò: le strampalate scempiaggini che egli regurgita sulla folla le conosciamo già: sono identiche alle sparate dei tribuni leghisti nostrani (basta sostituire alla voce “ebreo”, quest’altra: “extracomunitario”). Ma è furbo: lo sa che ribolle nel sangue tedesco la fiamma dell’umiliazione, subita dalla fine della Grande Guerra, e sa, o sente più che altro e condivide quell’altra voce cavernosa che echeggia nelle viscere pessimiste del Mitteleuropa sin dai secoli bui: il richiamo alla “missione” universale dei Tedeschi di mondare il mondo- una sorta di millenaria revanche teutonica nei confronti di un Impero che non hanno mai in realtà dominato. I Tedeschi non eguagliano mai i Romani, e il Sacro-Romano-Impero non è che la copia sbiadita della loro “missione”. Vogliono il Reich Millenario ed escono invece da una umiliante sconfitta e da una dolorosa recessione: il terreno è ben concimato per entrarci e prenderne possesso. Solo questo vuole, e può penosamente permettersi di volere, il “fesso” di Braunau: il possesso, prendere, estorcere, fregarsi l’universo intero.
Nella sua allucinata elementarità, il dittatore-fesso intuisce soltanto che è vantaggioso, per il suo potere, coadiuvare e fomentare il pregiudizio del popolino affamato: basta fornirgli un “nemico” riconoscibile, facile, facilmente rintracciabile. E gli Ebrei, per loro sventura, sembrano messi lì apposta per esser dati in olocausto alle “divinità” delle masse. Queste cercano, per sovrappiù, un capro espiatorio per riscattarsi dal delitto storico  che le ha ridotte da cittadini e popolo, appunto, a masse. Non sanno, non possono comprendere che il nuovo modello di vita “globale” in gestazione, e che umilia e depaupera l’individuo, non è l’opera di alcuni capitalisti ebrei (il “complotto” giudaico degli ebrei newyorkesi), ma della macchina del capitalismo stesso, nonché del modello urbano che esso implicita. La cultura capitalista-metropolitana del XX secolo scalza l’umanesimo dal suo trono e la unità di base di quest’ultimo, l’uomo, decade e si cangia in massa. Una massa povera, frustrata e anonima, entro la quale ognuno innalza un idolo sbagliato a proprio dio, perché il Dio non l’ha impedito questo degrado, perché è assente. Ed ecco che è il pregiudizio a prendere il posto delle fede; ecco che tutto ciò che fin lì si è cristallizzato in una figura catartica, si coagula adesso invece intorno all’icona vendicativa di un Faust di ritorno. I Tedeschi venderanno l’anima al diavolo più a buon mercato e questi è già lì, pronto al balzo della belva sulla preda indifesa…
Qui, di millenario non c’è che il cieco ottundimento dovuto allo scacco, ai rimorsi, alle umiliazioni e ai tabù di massa, accumulati come una nera tempesta di nichilismo e di disperazione sopra la Spaltung tedesca, la frattura storica dello spirito tra l’essere e il dover essere. Così, l’uomo mitteleuropeo si precipita, festante frenetico e irresponsabile, nelle fauci del Leviatano che l’abbatterà. Thomas Mann lo scrisse al rettore della facoltà di filosofia di Bonn, che gli aveva requisito la laurea honoris causa: il popolo tedesco non si risolleverà mai più da questo baratro.
Eccola la cifra del mistero, ecco il vero esito millenario dell’atroce impresa del nazismo, ecco l’impronta leggendaria che esso imprime sulla Storia per non cancellarsi mai più. L’innocenza viene stralciata dal mondo; viene compiuto, viene reso possibile un secondo peccato originale. La storia dell’umanità è macchiata per sempre dall’implementazione del male assoluto nel suo corso plurimillenario. La storia sprofonda nell’abisso e quando cercherà di risorgere, sarà comunque e per sempre offesa da quella possibilità: la possibilità per l’uomo di negarsi fino al proprio totale e irreversibile annichilimento.
Non sono più uomini quelli che fanno funzionare la macchina della Endlösung, la soluzione finale, è questo che affascina, questa riduzione del sapiens ad una marionetta sanguinaria che obbedisce soltanto al richiamo ancestrale delle proprie dolorose coazioni, le quali traggono fuori dal suo cosmo isterico le figure oniriche dei suoi incubi: la pulsione di morte, il corpo fatto a pezzi, e le fanno trabaltare nella realtà… Questo delirio nichilista assume le sembianze di una saga epica, come in Wagner, e questo seduce ancora le menti meno critiche e più suggestionabili, perché si configura loro come una grandiosa, spettacolare tragedia metafisica. Perché una leggendaria sconfitta umana mostra la stessa esaltante valenza spirituale di una vittoria. E non a torto, in un certo senso, perché infine, e ahimè, il dittatore-fesso ha avuto la sua vittoria faustiana, trascinando amici e nemici, vincitori e vinti, vittime e carnefici nella medesima irreparabile catastrofe gnoseologica, mostrando al mondo che si può spendere il male così come il bene, per piegarlo al proprio volere, davanti all’irrimediabile silenzio di Dio e all’altrettanto irrimediabile impotenza delle coscienze.
Tuttavia, vorremo ancora invitare quelle deboli menti deviate dalla percezione del “genio” nelle gesta efferate e miserabili del “fesso” a riflettere su questo: quella putrida vittoria “morale” del “fesso” sulla ragione, gli viene dall’inconscio, luogo in cui rinvenire il vero Leitmotiv che lo sollecita- quello del complesso di inferiorità, unito ad un irresistibile istinto suicida, che lo induce a “colpi” sempre più estremi affinché qualcuno si prenda infine la briga, appunto, di “suicidarlo”. Delirante impresa autolesionistica in cui trascinerà tutto il mondo mitteleuropeo. Ed è necessario ponderare vie più su ciò che intendiamo quando adduciamo la formula del “male assoluto”. Nel linguaggio giuridico, qual è la formula più aggravante per i delitti molto gravi? Questa: “per futili motivi”. Ora, si consideri tutta la catena organizzativa (e i costi) necessaria a supportare il trasloco di milioni di viaggiatori verso località remote, attraverso l’intero territorio europeo. Si consideri la complessità dell’accoglienza (sia pure malvagia) di tutta questa gente, e la loro selezione e smistamento, e infine il compito fatale di annientarla. E tutto all’oscuro di tutti: persino gli abitanti dei vicini villaggi non avrebbero dovuto comprenderne il senso fino alla fine. Una mostruosa rete internazionale, costituita con ostinazione e pervicacia, e perseguita e attuata con cura maniacale, fin nel dettaglio. Ecco, adesso la si confronti con il suo contenuto: zero, niente, il contenuto non esiste. Il più grave ed efferato delitto dell’umanità viene compiuto senza un concetto contenutistico sufficiente, senza correlato epistemologico. Di un ladro, si sa, le sue malefatte sono finalizzate al tornaconto. L’assassino può uccidere per gelosia, per vendetta, per rapina. Ma qui abbiamo interi popoli perseguitati a causa della supposta “inferiorità” della razza cui appartengono: assurdità, scimunitaggini. La xenofobia è soltanto un’allucinazione nella testa dei mentecatti. Ciò che li significa (non: giustifica) è proprio il fatto d’essere scimuniti, di rendersene più o meno conto e di volere di conseguenza abbattere l’intelligenza, affinché la loro balordaggine non divenga palese. Motivi più futili di questi è persino arduo immaginarseli. Lo sterminio di milioni di innocenti si compie senza alcuna coerenza, neanche criminale. È questo il male assoluto, perché è solo male, senza nient’altro dentro.

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