scelti per voi

 
 Autore del mese: alvanicchio_Girolamo Savonarola
 
 Perle di Agosto
 
miglior commento: Un'allucinazione propria di chi, amante di una stagione, non vede l'ora che questa dispieghi tutto il suo fascino e incanto.  di woodenship

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Il topo di biblioteca

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A Napoli la  zona cosiddetta delle “Fontanelle” è la parte terminale del rione Sanità e termina ai piedi dell’altura dei colli Aminei. Una volta quella terra era una macchia coltivata a vite e frutta mentre oggi è un agglomerato urbano nel quale sorge l’omonimo cimitero sorto nel 1656, anno della peste, flagello che provocò almeno trecentomila morti. A pochi passi dall’ossuario abitavo io. Era poco più che una tana scavata nel tufo e vi dimoravo con mamma, papà e sei fra fratelli e sorelle. Si trattava di un ambiente promiscuo, squallido nel quale mancava perfino l’acqua per la quale bisognava aspettare che piovesse in modo che il liquido che scorreva ai lati della strada confluisse in una buca tipo pozzo che avevamo appositamente scavato. Dal momento che l’ambiente era molto angusto, per respirare, i miei fratelli ed i miei genitori, uscivano nottetempo. Io non uscivo mai e non avevo neanche sentore di cosa fosse il mondo al di fuori di quella tana oscura e puzzolente.
Sia detto, comunque, che eravamo una famigliola tranquilla, silenziosa e non davamo mai alcun fastidio ai vicini né agli occasionali passanti. Mia madre attendeva alle faccende domestiche con proverbiale rassegnazione: Era taciturna per natura e, data la sua grossa mole, si muoveva goffamente caracollando di qua e di là. Era completamente sottomessa a mio padre la cui figura arcigna e possente metteva in soggezione tutti noi. Parlava poco, anzi non parlava per niente. Gli bastava uno sguardo per dire quel che voleva ed a quelle occhiate inquietanti noi tutti si obbediva incondizionatamente.
Io ero introverso, timido caratterialmente, pavido e fragile. Avevo paura di ciò che non conoscevo e siccome non conoscevo nulla, avevo paura di tutto, anche, come si suol dire, della mia stessa ombra. Però ero curioso, ma di una curiosità tale da sconfiggere la codardia. Così un bel giorno decisi di lasciare quel bugigattolo e scoprire cosa c’era fuori dal suo uscio. C’era gente che andava, gente che veniva, tutti che correvano così in fretta da calpestarti senza neanche accorgersene, automobili che correvano a folle velocità, cani, gatti, bambini, vecchi, giovani, soldati Era un mondo nuovo per me e mi solleticava parecchio capirlo. Così in un giardinetto avvicinai una bambina che giocava a palla e le chiesi se volesse giocare con me, ma costei, appena mi vide,  gettò via la palla e proruppe in un grido di  terrore.
- Cosa avrò mai detto? – mi chiesi. Oddio, questo mondo cominciava ad essere strano! Non è che non avessi mai visto un’auto o una bambina, ma è che non avevo mai avuto sentore del loro comportamento. Ebbene, a parte le auto e la gente che neanche sembrava vedermi, non destavo grande interesse neppure nei cani. Solo un gatto, mentre rosicchiava una lisca puzzolente, mi lanciò un tale sguardo aggressivo che pensavo volesse saltarmi addosso. Mondo cane…anzi mondo gatto! Avevo tante cose da capire che non so se potevano entrare tutte nella mia testolina: com’era fatto ‘sto mondo, da chi era abitato,quali fossero le sue gerarchie, chi lo comandava. Penso che doveva pur esserci qualcuno al comando, un po’ come la mia famiglia dove comanda papà. E se fosse anarchico? E se fosse un mondo dove ognuno pensa a se stesso? Oddio, se fosse un mondo dove il singolo individuo vale più della massa? E se fosse un mondo ingiusto? Dovevo sapere, chiedere a qualcuno, allora mi avvicinai ad una donna che ramazzava davanti casa, ma anche costei appena mi vide lanciò un urlo e mi tirò dietro la scopa. Più avanti vidi un barbone con la testa avvolta in una sciarpa vecchia e logora, col corpo interamente ricoperto da giornali, adagiato su una panchina. Dormiva di brutto e ronfava che pareva ‘na sega elettrica. Mi avvicinai:
- Signore…Signore…-  fece una scorreggiona.
Ed io chiamai ancora:
- Signore…Signore…-
Con la voce impastata di sonno più simile ad un grugnito che ad un suono umano, costui disse:   - Ma che cazzo è ‘sto rumore? -
                                                                             
Con le mani si strofinò gli occhi.
- Permette una  domanda? -
Ma da dove viene sto rumore? – disse il barbone inarcando le sopracciglia.
- Mi dice chi lo comanda questo mondo? –
Il barbone si girava e si rigirava e continuava a dire: - Ma cos’è ‘sto rumore?-
- Ma sono io signore, non è un rumore…-
Ma il barbone scrollò le spalle e si rimise a dormire. Ora accadde che, mentre ronfava di nuovo, parlò nel sonno e disse:
- Gesù Bambino … -
-Accipicchia, comanda Gesù Bambino! Sai che mondo buono deve esser questo!-
            Da sempre ero così timoroso di questo mondo da non mettere mai il muso fuori di casa, ma ora che avevo saputo chi comandava mi sentivo decisamente più tranquillo. Finalmente ero fuori a respirare l’aria dei gas di scarico, finalmente  mi perdevo nello smog che oscurava il sole. Ora finalmente assaporavo l’acqua (sembrava inchiostro) che veniva giù a catinelle ad inzupparmi tutto che sembravo Calimero. Ora ero libero in un mondo bellissimo con le sue molteplici strade piene di spazzatura con ogni ben di Dio.
Per le vie l’acqua scorreva a flotte, trascinando nei tombini intasati  i simboli del progresso raggiunto dall’umanità: Lattine di coca, siringhe di droga,schede di cellulari, compact disk, lampade a basso consumo. Tutto era trasportato dall’acqua in maniera tanto veloce che pareva facessero a gara a chi scomparisse per primo nel tombino. Comunque, per la poggia insistente, dovetti riparare in un palazzo dove i miei occhi furono irresistibilmente catturati da una splendida femmina che, come me, si era riparata lì dalla pioggia.
Non avvezzo ai rapporti con l’altro sesso, non potei fare a meno di manifestarle tutta la mia timidezza, tuttavia riuscii a dire a me stesso:
- Che bella topolona!-
Aveva un paio di occhi così tristi che mi commuovevano, un musetto dolcissimo e candido, un corpo…ehm…credo sexy.  Mi guardò e, vedendomi tutto inzuppato d’acqua, mi sorrise. Quel sorriso era così caloroso che mi sentii subito asciutto. Ad un tratto si udì il rumore di una porta che si apriva al primo piano e si udì una voce di donna anziana:
- Nun te scurdà ‘o mezzo litro ‘e latte p’’o micio… -
- Va buono…- rispose una voce di uomo mentre scendeva le scale.
- E ‘a pasta…- aggiunse la donna.
- Si…si…-
- …E duiciente gramme ‘e mortadella…-
- Eh…-
- Ah..! – fece ancora la donna – Nun te scurdà ‘o veleno pe’ surece[1]
- No…no…-
- ‘E surece? – ripetei io con un punto interrogativo guardando in faccia lei .
L’uomo, bruttino, con una faccia lunga che pareva un cavallo, recava con se una busta di spazzatura ed appena che fu uscito dal palazzo la lanciò con inaspettata energia su un cumulo di altra immondizia.
Nascosti dietro il portone io e la topolina ci eravamo trovati a strettissimo contatto tanto che nel mio corpo e nella mia mente accadde una reazione fisica e psicologica che mai avevo provato.
- Ehm…sei gradevole…- dissi. Lei rispose: - Grazie -. – Dove abiti? – le chiesi ancora. E lei disse:
- Bazzico la Lucchesi Palli[2]-
- La Lucchesi Palli? Che roba è? –
- Ma fa parte della biblioteca Nazionale. –
- Bibi…Biblo…Biblioteca? –
- Si, dove si tengono i libri. Io li divoro. Tu? –
- Ah?...Ah, si! Anche io. A casa avevo “L’isola del tesoro”…Era buono…-
- Ecco, bazzico tra i libri.- disse la topolina, poi aggiunse: - A proposito, a quest’ora ho bisogno di mettere qualcosa sotto i denti. Comincio ad avere un po’ di fame. Perché non mi accompagni a casa?  Ti offro qualcosa da mangiare.-. Non me lo feci ripetere due volte. Così, lei davanti ed io di dietro ci recammo in quella biblioteca. Era un palazzo bellissimo, rosso, grigio e nero, con centinaia di finestre e balconi e decine di statue ornamentali.
- E’…E’ grandioso! – esclamai – E’ forse qui che abita Gesù Bambino?-
- Gesù Bambino? –
- Si, quello che comanda.-
Rapidamente raggiungemmo il piano superiore ed una volta giunti lei esclamò:
- Ecco, questo è il mio mondo!-.
C’erano muri interamente ricoperti da scaffali pieni di libri dei più svariati autori: da Cechov ad Eco, da De Crescenzo ad Ungaretti. C’erano libri di ogni forma: grandi, piccoli, eleganti, rozzi.
 C’erano titoli diversi: “Marcovaldo”, “Fontamara”, “Il  signore degli anelli”. “La casa dello specchio”. “Ad occhi aperti”.
Per me era un mondo nuovo nel quale mi sentivo di naufragare dolcemente. Intanto fui colpito dalla pace che regnava in quel luogo: fuori governava un brulichio di gente dannatamente indaffarata che andava e veniva in gran fretta; dentro, invece, pareva che il tempo fosse fermo come in un dipinto d’artista curato nei minimi particolari.
- Che bello il mondo!- dissi alla topolona che sorridendomi mi rispose:
- Ma non è tutto qui! Qui il mondo è solo raccontato.-
- Raccontato? –
- Certo! Raccontato nei libri.-
- Ah, ecco! I libri servono a raccontare il mondo.-
- Ma scusa, non hai detto che ne hai divorato uno? Non te ne sei accorto che ti raccontava cose di questo mondo?-
- Ah, si ne ho divor…si,si.-
- Vieni con me, ti faccio vedere il mio angolo segreto.-
Salimmo ancora un piano. Questa volta le scale erano più alte e più strette e portavano in una soffitta. Giunti che fummo, la bella si guardò intorno e mi disse:
- Ecco, io vivo qui tra polvere di sapienza.-
Era un ampio locale pieno di mobili antichi e di casse e con le preti piene di scaffali dai quali traboccavano antichi libri. Addossato ad un muro c’era quel che mi pareva un grande sediolone.
- Questo è un trono…-
- Cos’è un trono?-
- Dove siede il Re…-
- E cos’è un Re?-
- Colui che comanda.-
- Capito! Gesù Bambino.-
Avevo capito il mondo! Cominciai a ridere e non riuscivo più a fermarmi. Quando il mio sguardo incrociò quello della bella topolona, superai la mia naturale timidezza e mi accostai a lei e dopo qualche attimo ci ritrovammo l’uno sull’altra a fare l’amore in quel pozzo di scienza a me completamente sconosciuta. Quel mondo esterno era bellissimo, e la cosa più affascinante era la sua imprevedibilità per la quale nessuna cosa era scontata e dove ogni giorno era diverso dall’altro, ma soprattutto dove tutto era da scoprire e da imparare.
‘Na cosa che non avevo capito era “divorare libri”, ma stabilendomi anch’io alla Lucchesi – Palli non me ne feci un problema e cominciai a rosicchiare un’edizione di inizio novecento de “I promessi sposi”. In fondo che dovevo fa? Ero solo un piccolo topo grigio.
 
"Per la parte in napoletano ha collaborato mio padre che è patenopeo."
 
 
 
[1] Topi
[2] Sezione della Biblioteca Nazionale di Napoli annessa a palazzo Reale.
 

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