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Il meglio della vita

Ecco, il meglio della vita non esiste e per sovrapprezzo ci è montato su un falso scopo, con il che onde ottenere qualcosa che non c’è, si punta ad un falso obiettivo. Questo falso è noto: il successo, la ricchezza, il godimento. Ora, si dirà, se il meglio non esiste, perché non perseguire almeno queste categorie? Cos’è, si vuole insinuare che sconfitta,  miseria, e patimento sono meglio dei loro contrari? No. Vogliam dire che quelle sono appunto categorie, quindi non il meglio, lo scopo della vita. La vita non ha, non prevede un fine particolare, e men che meno fini categoriali, inscritti soltanto nel decalogo animale dell’essere e non nella sua trasfigurazione. Nella sua trasfigurazione linguistica, ossia nella sua rappresentazione e nella sua  interpretazione. E queste non sono, a loro volta, cose che danno valore, che conferiscono un senso ed uno scopo possibili alla vita. Né si può considerarle il suo meglio. No, ma sono il ciò che è della vita, la sua conditio sine qua non. Ora, una volta assodato che la rappresentazione e l’interpretazione di ciò che è- è ciò che è, si può andare a vedere cosa può essere quel bene e quel meglio che immaginiamo e cercare di presumere dove andare a stanarli.
Allora, osserveremo che il successo e la ricchezza non coincidono con l’essere: vengono da- e vanno verso- fuori. La loro estraneità all’essenza è tale che, oltre a non potersene fare garanti, sono ben lungi dal poterne prometterne il meglio. Successo e ricchezza ci appaiono come auto-genesi, costruzioni che costruiscono se stesse sopra se stesse, senza mai giungere al dunque della propria essenza. Senza mai toccarlo, o cercarlo, o persino presupporlo. Così che quello vuotato dal ricco o dal vincitore è sempre un calice amaro, che gli sembrerà vuoto quando è pieno e insufficiente quando gli sembrerà pieno. La ricchezza, il successo e persino il godimento dei sensi non sono che dei numeratori, ossia accumulo di beni, e questo, per sua definizione, è incolmabile, perché non concede mai il proprio ultimo effetto. L’accumulo è senza fine, come la droga per il tossico.
Tutto ciò è quindi terribilmente inadatto allo scopo del meglio della vita, perché il limite della sua promessa sta nella nevrosi iscritta nel suo proprio codice: la nevrosi dell’insoddisfazione assoluta, interconnessa con la sua qualità soltanto di numeratore, di esattore del piacere.
Per scovare il meglio possibile relativo alla nostra condizione umana, bisogna andare a pescarlo laddove è presumibile siano ravvisabili le nostre essenze, laddove il nostro concentrato di essere si trovi al massimo grado reperibile e, per così dire, intonso, puro, incorrotto. Il che non corrisponde a un Graal dai mistici accenti, ma semplicemente a ciò cui già accennavamo. La nostra esperienza di testimoni, di interpreti, di ritrattisti dell’essere. Siamo, possiamo essere gli artisti che dipingono l’essere. Dobbiamo interrogarci se possiamo esserne all’altezza. Sì, perché solo la bellezza del quadro che ne scaturirebbe sarebbe la prova convalidante del successo della nostra impresa.
È da tale bellezza che diviene plausibile aspettarsi il meglio della vita. Mentre l’appagamento dei sensi e degli appetiti resta in sé divorante (“e dopo ‘l pasto ha più fame che pria”), la interpretazione e la rappresentazione dei suoi temi, anche in chiave estetica e se sono corrette e coerenti e “illuminate”, concedono una pienezza, un senso di completezza nobile che placa e ammansisce definitivamente quell’altro senso “di fame” dominante invece sull’incolmabile fronte pulsionale della passione, dell’ambizione frenetica verso l’oggettività, ossia l’apparenza. Si potrebbe azzardare che l’obiettivo delle passioni sia in definitiva soltanto la forma, mentre il canone da noi introdotto mira al contenuto. Cioè, questo è il contenuto di quelle, di modo che il senso della vita quale traluce da quegli appetiti non è in sé, ossia nella soddisfazione dei medesimi, ma nel contenuto che con tale appetire, con questa spinta divorante a soddisfarsi rivelano di volere, di ricercare, ma in un ambito traviato, sbagliato, frainteso.Il che non vuol dire che si debbano placare i morsi della fame cibandosi di "aure" estrose ed evanescenti, ma che, dato il nostro status di creature logiche, quel senso della vita
si riconduce al contenuto, ossia alla determinazione logico-verbale, di ciò che stiamo facendo, sia pure questo l’appagamento della passione. Quindi la pienezza della vita sembrerebbe sottrarsi, affrancarsi dalla piena soddisfazione dei desideri, per rifugiarsi invece nell’ambito della interpretazione dei fenomeni, onde ricondurli ad una loro qualche fondazione ontologica. Qualcosa di cui non siamo in grado di postulare alcuna realtà, ma che pur nella sua indeterminatezza, non può che esser lei il meglio della vita.
 
 
 
 

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