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Il norcino

Oggi è il 30 di novembre si festeggia Sant’Andrea e qui da noi si dice: “ A Sant’Andrea il purcìt su la bree.” Per Sant’Andrea il maiale sul tavolaccio.
 
Una tradizione più che necessaria, quella di allevare il maiale per poi macellarlo; una tradizione che un po’ alla volta sta scemando, sempre meno famiglie allevano i porci per farne cibo per il freddo inverno. Una volta però per tutta la famiglia era un grande avvenimento, un’attesa che durava un anno; questa era l’occasione giusta per riunire tutto il parentado e per far festa. Ai bambini, quel giorno, era permesso di marinare la scuola. La giornata iniziava alle prime luci del giorno, nei cortili o le aie rischiarati dalle fiamme che ardevano sotto i calderoni pieni d’acqua, che sarebbe stata usata per lavare accuratamente la pelle della bestia. Ogni componente della famiglia aveva un compito ben preciso da espletare prima e dopo l’arrivo del norcino, del Purcitâr: dal friulano purcìt – maiale, dal latino medioevale purcittus con l’aggiunta desinenziale in aris. Mentre gli uomini lavorano assieme al norcino, le donne in cucina preparano manicaretti, tipico pranzo di questo periodo è minestrone d’ossa con orzo e fagioli, brovade e musèz, (rape stagionate nei tini con gli avanzi fermentati della vendemmia poi tagliati a striscioline e cotechini), ladric cu lis frizzis (radicchio con i ciccioli) e il pane anche lui con i ciccioli.
I prodotti tipici sono salame, soppressa, pancetta, salsiccia e cotechino lavorati a regola d’arte e ogni purcitâr-norcino ha il suo segreto per la “conza” che si differenzia dagli altri e che li rende speciali.
Ma se pensate che il povero maiale sia indifferente alla sua mattanza vi sbagliate di grosso, essendo lui un animale intelligente sente che qualcosa di anormale gli succederà quel giorno. Mio marito, anche lui un norcino fin da ragazzo, mi raccontava che più di una volta ha dovuto ingaggiare con il porco una specie di rodeo alla texana con tanto di lazzo e rincorrerlo per tutto il cortile fino allo sfinimento. Mia zia quando abitava ancora in Istria diceva che si era talmente affezionata al maialino che stava allevando e lui a lei, da avergli dato il nome di “Cicci” e la bestiola non dormiva nella stalla ma aveva la cuccia nel sottoscala di casa sua e quando lo chiamava questo arrivava su per le scale e poi la seguiva come un cagnolino. Cosa che adesso è diventata una moda tra gli attori americani, intendo quella di avere un maialino al guinzaglio come un cagnolino.
Il norcino, personaggio questo già conosciuto dagli antichi romani non solo per la sua abilità a castrare i porci o nel lavorare le sue carni ma anche perché si prestava a piccoli interventi come incidere ascessi, cavare denti o steccare piccole fratture, alcuni di essi dimostravano anche notevoli capacità tecniche che li spinsero a interventi maggiori, quali asportazione di tumori o interventi per ernia e per cataratta, e furono anche molto richiesti per la castrazione dei bambini che dovevano essere avviati alla carriera lirica o teatrale come voci bianche.
  In epoca medioevale la parola norcino fu adoperata in senso dispregiativo a indicare una figura minore che si era sostituita a quella del chirurgo. Il norcino insieme al cerusico, al cava-denti, al concia-osse costituì (spesso riunendole in sé) quel gruppo di figure di ambulanti che giravano per i villaggi e per le campagne. Era l'epoca in cui la Chiesa osteggiava ogni attività cruenta (relativamente all'aspetto medico) perché era stato sancito in alcuni Concili che Ecclesia abhorret a sanguine.
Ci sono due santi ai quali associamo il maiale. Uno è Sant’ Andrea e l’altro Sant' Antonio abate, detto anche sant'Antonio il Grande, sant'Antonio d'Egitto, sant'Antonio del Fuoco, sant'Antonio del Deserto, sant'Antonio l'Anacoreta ( Qumans, 251 circa – deserto della Tebaide, 17 gennaio 357), fu un eremita egiziano, considerato il fondatore del monachesimo cristiano e il primo degli abati. Sant’Antonio Abate aveva la sua  immaginetta in ogni stalla o ricovero per animali, essendo, appunto, venerato come e’ dutor d’al bes-ci (il dottore delle bestie). L’iconografia medievale tendeva a raffigurare il Santo vestito da frate, con il campanello, il maiale (gli altri animali compariranno dopo) e il “fuoco di Sant’Antonio”, il simbolo del fastidioso herpes zoster degli uomini che i frati antoniani curavano proprio con il grasso dei suini conventuali.
A questo proposito mi sovviene in mente che quando ero piccola e avevo la tosse e il raffreddore mia madre preparava un quadrato ritagliato da un foglio di “pandizucchero” (mi pare si chiamasse così quella carta giallognola e porosa che si usava per avvolgere gli alimenti qualche tempo fa) la forava con un ago grosso per tutta la superficie e poi la sfregava con la “sugna” quindi la metteva a scaldare sulla stufa, quando la “pitima” era bella calda e il grasso quasi sciolto me la appiccicava sul petto, ripetendo il procedimento per un po’ di volte, il bello è che il raffreddore dopo qualche giorno scompariva in compenso però mi restavano sulla pelle dei puntini rossi tanti quanti erano sulla carta.
Il porco di Sant’Antonio chiamato così perché i frati antoniani usavano fare la questua accompagnati da un maiale che poi lasciavano libero di lesinare il cibo dalle mani delle persone che glielo offrivano. Divenne in uso nei paesi più poveri fare colletta tra tutti gli abitanti del borgo e acquistare un lattonzolo lasciarlo poi vagare per le strade, la tradizione vuole che quando si fermava davanti alla porta di una casa gli occupanti della stessa dovevano alimentarlo per tutta la giornata. Questo (di poter allevare i porci nelle città) era un privilegio antico, secondo alcuni statuti risalente al 1095, confermato con bolla papale nel 1523.  Anche negli Statuti Comunali riminesi si parla di questa eccezione.
Dal XII al XVII sec. ci fu un forte sviluppo dei mestieri legati alla trasformazione di carni suine, e fra questi s’affacciò la figura del “norcino”. Col tempo tali professionisti iniziarono ad organizzarsi in corporazioni o confraternite, andando a ricoprire importanti ruoli all’interno della società e creando nuovi prodotti di salumeria. A Bologna c’era la Corporazione dei Salaroli, mentre nella Firenze De’ Medici nacque la Compagnia dei facchini di S.Giovanni decollato della nazione norcina. Papa Paolo V, con bolla del 1615, riconobbe addirittura la Confraternita norcina dedicata ai Santi  Benedetto e Scolastica. Otto anni più tardi papa Gregorio XV elevò questa associazione ad Arciconfraternita, alla quale nel 1677 aderì anche l’Università dei pizzicaroli norcini e casciani, e dei medici empirici norcini. Laureati, benedetti e patentati, i norcini accrebbero la fama in varie parti della penisola. La loro attività era solamente stagionale, in quanto il maiale veniva ucciso una volta all’anno d’inverno.  
Lasciavano le loro città (Norcia, Cascia, Bologna, Firenze, Roma) ai primi di ottobre e vi ritornavano verso la fine di marzo, quando si trasformavano in venditori di paglia o d’articoli d’orticoltura. La figura del norcino ha mantenuto intatta la propria fama fino a dopo la seconda Guerra Mondiale. La comunità attualmente più numerosa di norcini è quella di Roma, oltre la sua associazione civile istituita nel 1623, si esprime nel suo radicato fondamento religioso che attualmente si identifica in due chiese di singolare rilievo. S. Maria dell’Orto eretta nel 1566 cui i norcini parteciparono con altre consorterie e nella quale varie cappelle sono dedicate alle università di associati, tra queste anche quella dedicata ai “pizzicaroli”. L’altra chiesa è quella dei Santi Benedetto e Scolastica all’Argentina che ufficialmente è la chiesa regionale dei nursini. Costruita nel 1619 è di modeste proporzioni, è stata restaurata nel 1984, in essa ha sede anche l’opera di S. Rita e l’arciconfraternita dei SS. Benedetto e Scolastica i cui fratelli sulla tonaca bianca indossano una mozzetta azzurra. Vi si celebrano con solennità le feste di S. Benedetto (21 marzo e 11 luglio), S. Scolastica (10 febbraio), S. Rita (22 maggio) e nella seconda domenica di novembre vengono ricordati nominativamente i nursini deceduti nell’anno.
 
Curiosa è la figura teatrale del Norcino, il personaggio ha anche avuto una significativa dimensione, la cui icona scopriamo essere stata propria della grande Commedia dell'Arte italiana, al pari di Pulciella, Arlecchino ed altre.
La maschera del Norcino viene citata anche in opere recenti quali:
"Mos Maiorum - il costume degli avi in Valnerina attraverso l'analisi degli eventi stagionali" (Pierluigi Valesini, Nova Eliografica Snc, Spoleto, 2004)
"Il Norcino in scena. Da macellatore di suini a castratore di fanciulli. Da cavadenti a chirurgo.
 
 
Da ciarlatano a maschera teatrale."(Cruciano Gianfranco, Quattroemme Ed. Perugia, 1995).
Ricerche su wikipedia e www.brancaleonedanorcia.it
 

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