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Il verso

Il verso è l'unità elementare della poesia; il suo ritmo, in origine, era legato a quello della musica, a cui la poesia si accompagnava, ma poi ha acquistato la sua autonomia.

Il suo nome (dal latino vèrtere = voltare) deriva dall'uso di scriverlo andando a capo e indica anche un ritorno ciclico del ritmo.

Peccato che, nella confusione dei valori che caratterizza il nostro tempo, spesso non si va a capo perché è finito il verso, ma è finito il verso perché si va a capo.

Intendo dire che molte delle composizioni dei poeti amatoriali non hanno versi, perché in realtà sono in prosa. Si tratta di brani, a volte anche belli, di prosa creativa (quando non sono pensierini o piccoli temi o pagine di diario che meglio sarebbe se rispettassero la privacy). In questi casi l'andare a capo è aleatorio e inutile. Nell'antichità, quando i supporti per scrivere erano rari e costosi, in genere si scriveva la poesia senza andare a capo e addirittura senza staccare le parole: era il lettore che riconosceva, dal senso, le parole e anche i versi, perfettamente individuati dal loro ritmo naturale. Sarebbe interessante fare così anche oggi: quanta carta risparmiata e quanti alberi salvati!

 

Il ritmo del verso italiano consiste in una regolata successione di sillabe tòniche e di sillabe àtone , cioè con e senza accento. Per dare al verso la sua musicalità, gli accenti tonici principali devono trovarsi in determinate posizioni (vi possono essere altri accenti minori che però vengono pronunciati con poco risalto).

 

Nel mezzo del cammìn di nostra vìta

mi ritrovài per una sélva oscùra

(Dante Alighieri)

Ogni parola, monosillabi compresi, ha il suo accento, ma quelli che contano, che vengono pronunciati con maggior rilievo e che danno il ritmo al verso, sono quelli indicati, e sono detti appunto accenti “ritmici”; cadono sulla sesta sillaba e sulla decima nel primo verso; sulla quarta, sull' ottava e sulla decima sillaba nel secondo, e queste, come vedremo, sono posizioni "giuste" per dare all'endecasillabo la sua musica.

Proviamo invece a scrivere:

 

Nel cammino dell' esistenza nostra

mi trovai per una selva paurosa

A parte l'infelice scelta di qualche parola, per mantenere invariata la lunghezza dei versi, si sente che il ritmo è del tutto sballato, prosastico; ciò dipende dal fatto che gli accenti, e in particolare quelli delle parole più importanti e significative (cammino, esistenza, trovai, selva) che si pronunziano con più rilievo, non sono nelle posizioni giuste per dare musicalità: occorre quindi spostare o cambiare qualcosa, facendo però in modo di avere comunque due endecasillabi. Sembra difficile, ma con un po' di pratica (e di orecchio affinato da buone letture) non lo è poi troppo.

Certo se si pretende di imparare a fare versi leggendo le opere tradotte di autori stranieri, l'orecchio non si farà mai, dato che ovviamente si tratta di versioni in prosa italiana, e quindi prive non solo del ritmo, ma spesso anche dello stile originale (nella traduzione di parole ed espressioni, specie poetiche, si perdono o si stravolgono quasi tutte le sfumature).

 

I versi dunque si distinguono dal numero delle sillabe, non contate con le regole della grammatica, ma secondo il suono.

I versi di solo due o tre sillabe, sono in realtà frammenti; la loro brevità non permette di avere un ritmo, una scelta di accenti, e quindi non si può creare una musicalità. Si possono eventualmente intercalare ad altri versi più lunghi, per dare effetti particolari o sottolineare una parola o un'espressione.

I primi versi veri e propri sono i quadrisillabi (o quaternari), poi i quinari (5 sillabe), i senari, e così via, fino agli endecasillabi (11 sillabe) che sono i più lunghi usati nella poesia italiana di ogni tempo. Ci sono poi i versi composti, dal doppio quaternario al doppio settenario, fino a tutti i possibili abbinamenti di versi uguali o disuguali.

Nella poesia del Novecento sono presenti spesso anche versi più lunghi dell'endecasillabo o versi composti, dato lo sperimentalismo che è stato in voga specie nella prima metà del secolo e la ricerca (spesso non riuscita) di una musicalità nuova, svincolata dalla tradizione.

 

Per il miglior ritmo, e quindi la migliore armonia dell'intero brano, ciascun verso deve avere gli accenti in determinate posizioni.

Facciamo una tabella, ma chi non conosce già la metrica non perda tempo a cercar di capirla: tornerà utile poi, quando si saranno chiarite le cose, soprattutto con gli esempi.

 

 

Verso Numero sillabe Accenti principali sulle sillabe:

Quadrisillabo

(o quaternario)

 4

 1 (o 2)

 3

 

 

Quinario

 5

 1 o 2

 4

 

 

Senario

 6

 2 (o 1 o 3)

 5

 

 

Settenario

 7

 1 o 2 o 3 o 4

 6

 

 

Ottonario

 8

 (1)

 3

 (5)

 7

 

 

Novenario

 9

 2

 

 5

 

 8

 

 

Decasillabo

 10

 3

 

 6

 

 9

 

(altri, poco frequenti)

 

 

Endecasillabo

 11

 

 6

 

 10

 

oppure

 4

 8

 10

 

meno freq.

 4

 7

 10

 

molto raro

 6

 7

 10

 

 

(le posizioni indicate tra parantesi sono varianti meno usate)

Salta subito agli occhi la presenza costante di un accento principale sulla penultima sillaba di ciascun verso; questo è talmente vero, che è vero ... anche quando non lo è! Scusate, mi spiego subito.

 

Tu sei come una giovane,

una bianca pollastra.

Le si arruffano al vento

le piume, il collo china

per bere, e in terra raspa;

(Umberto Saba)

Questi versi sono settenari. Tutti, meno il primo, hanno un accento sulla penultima sillaba, in accordo con il fatto che, in italiano, la maggior parte delle parole sono piane, hanno cioè l'accento proprio sulla penultima sillaba (pollastra, vento, china, raspa). Ma "giovane" no; gióvane l'accento ce l'ha sulla terzultima sillaba (è, come si dice, una parola sdrucciola).

Ebbene, in metrica dopo l'ultimo accento del verso, che in questo caso cade sulla sillaba "gio", si conta come se ci fosse una sillaba e una sola , anche qui che sono due. Quindi quel verso non è un' ottonario, come sembrerebbe, ma un settenario "sdrucciolo".

Esempio opposto:

 

un cantuccio in cui solo

siedo; e mi pare che dove esso termina

termini la città.

(Umberto Saba)

L'ultimo verso finisce con una parola tronca, cioè con l'accento sull'ultima sillaba; ebbene, anche qui si conta come se ci fosse una sillaba dopo l'accento, e perciò quello non è un senario, ma un settenario "tronco". Dunque non si dovrebbe dire che il settenario è un verso di 7 sillabe, ma è quello che ha l'ultimo accento sulla 6a sillaba! (E analogamente per gli altri versi).

Queste regole non sono stranezze, inventate da un sadico; se così fosse, non dovremmo più dargli retta. Ma non è così; si tratta di semplici leggi naturali: i due versi, quello sdrucciolo e quello tronco, benché anomali, suonano come i settenari, non come i versi di otto o di sei sillabe; stanno in armonia con gli altri settenari, e questo non l'ha inventato nessuno, se non Dio quando ci ha dato il cervello e l'udito!

Ecco perché certe regole sono eterne, e non si possono cambiare. Naturalmente si può non seguirle e cercare musicalità nuove, più dissonanti, in linea con certe tendenze (o mode?) della musica e dell'arte in generale, ma non è facile, e soltanto i prossimi secoli potranno distinguere il grano dal loglio, nella produzione del Novecento.

 

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 ♦sommario♦

a cura di Ezio Falcomer

♦Compagnia di teatro sul web Accademia dei Sensi♦

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