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Portammo la nostra malinconia

La strada impolverata
saliva ripida sino alle tette di Maria Guevara
e rapido il sole
svaniva all’ombra dei cannoni.

Avevamo denti sani
capelli lunghi
e raccontavamo storie
ai pescatori di perle
che con viso stupito
guardavano i nostri occhi.

Le donne danzavano ai nostri fuochi
e c’era sempre una chitarra
con una corda in meno
come i tamburi
al ritmo ossessivo
del nostro coraggio.

Avevamo mille colori
e mille emozioni
e nessuno predicava di paradisi
e inferni
accanto ai nostri accampamenti.

Per amore
vendemmo manghi e papaye
e succhi di cocco
bevuti alla luce di una candela.

E sulla cima
della montagna più alta
delle tette di Maria Guevara
facemmo l’amore
una notte di luna piena.

Poi,
andammo via
tutti
tra stelle marine
e palme
lasciando sulla sabbia
il nostro nome.
 
 

Zoppie sul bordo della corsa

 
 
E’ illusione di galleggiamento il risveglio
mentre ingegna le grandi barche gialle
il sole
così che arrembano le sue ciurme rosa
per colmare il vuoto di colori ad est
dove si obietta la prima luce
al codice oscuro della notte.
 
Vorrebbe muoversi il pensiero
dagli stivali del sogno - se potesse un gusto -
ma storpia un intero lasso d’ora
al primo sorso di aria acconcia
ai lavori.

Il tempo

 
Il tempo non ha pensiero
non ha coscienza
porta l’infinito di ieri e di domani in noi
con molteplici vite,
non si consuma, non ha sussulti,
né orbita o delinea quiete e tempeste.
Il tempo non abita, non evolve e non scompare,
si vede, si sente ma nessuno lo conosce.
Il tempo si alimenta mutando la nostra pelle,
si nutre di noi nel cielo e nella terra
ed oltre l’ultimo grido
si confonde nell’anima e si perde.
Spesso ci ritroviamo
seduti sulla sua strada vestita di stenti
portiamo il suo nome come
eterni lodanti d’illusioni e sogni.
La sua cadenza è persa
ma diverso potrei godermi
il suo tempo
se lei che amo lasciasse il suo corpo
e mai più da me fuggisse.

Attimi...

Si dilegua l'attesa
tra crepuscoli di emozioni,
mentre si consuma,
nell'abituale incontro,

l'eterno dialogo
di inermi corpi
che
spalmano,
di opulenti spasmi,
l'inarrestabile fluire....

 

La corazza

 

Quali purezze porto dentro il cuore
Mentre nel labirinto dei pensieri
Cerco sempre la strada più bianca.
Ingenua la fiducia nel vivere,
lucente la corazza,
costruita negli anni,
con palpiti e sudori.
Per conservare dentro
Santificanti litanie,
per mantenere intatto
il gusto della rabbia,
per non venire meno,
spezzata dal dolore,
dissolta nella noia.
 
Bello il suono metallico
Della mia difesa,
dove l’anima riposa
lietamente con sé.
         
            Danila corlando

Dita ai pensieri.

 

vorrei aver dita ai pensieri
lunghissime lievissime come
filamenti di medusa marina
per raggiungerti non catturarti
dolcemente avvolgerti avvicinarti
a me che senza te languo d'ansia
tutto il giorno e un poco muoio.

 

 

 

Pomponio

 

      Da tre giorni mi perseguita il ricordo di un aneddoto che mio padre  prendeva ad esempio di qualcosa che bisognava solo aspettare perchè accadesse. Ricordava un episodio realmente accaduto,  riguardava i briganti che nel tardo 700 imperversavano in Abruzzo.
       Non so se l'ho mai detto, io vivo in Piemonte ma sono nata a San Salvo (Ch) appunto negli Abruzzi.
       Tra i più famosi vi era un tale Pomponio che nessuno riusciva a catturare e costui si divertiva a sfidare le autorità preposte. Una volta su un muretto che si trovava lungo la strada San Salvo- Palmoli (strada che porta in momtagna) il tipo scrisse:  Per prendere Pomponio ci vuole un gran demonio"
       Un contadino che di lì passava, ha aggiunto: " Quando la pera sarà matura cadrà senza tortura"
       Questo racconto ha fatto si che incuriosita, ho comprato un libro sul brigantaggio in Italia ed ho trovato traccia di questo brigante che alla fine è stato catturato molto rocambolescamente e impiccato.
      Anche la nonna mi raccontava episodi di briganti accaduti ai suoi familiari e forse in seguito li racconterò
 
                                                                   Maria Dulbecco

 

La donna cannone.

lascia che solchi il mare
di epidermide glabra che
chiara copre le tue forme
con la mia chiglia aguzza.
scenderò tra le gonfie onde
dei seni vellutati
fin sul placido morbido ventre.
punterò il timone dritto
verso il gorgo di olezzi muschiati
e traversato il prato di seta
getterò la dura rigida ancora
tra le bianche lisce colonne
nello scaturigine agognato
di ogni beatitudine.
 
 

Ri-creare la Bellezza

A Lolek (Karol Wojtyla)
 
la pietra scartata è la prima
della Bellezza - che trasuda
il sangue della luce
 
- posata  sulla stoltezza
del mondo
 
 
© flymoon

sgomenti

*
dunque la stagione si stringe tra decimi
di indifferenza (funesta) e il giorno
genuflesso come gomitolo minore
senza riaprire sorgenti a braccia larghe
- diventa mollica sperduta, come traccia
nei selciati dove nulla è al riparo - tutto
inghiottite il bello di quel doppio amare
gli anni dieci a dieci, prossimi di follia
li lascerò pendere dai miei occhi

*
guarda quanto imbiancano i miei occhi
al camminare di circonferenze
su architravi che raddrizzano persino
le anse di un fiume, ché la piena
non trova foce, né storia, né nome
per farsi amare - come somigliasse
ad una fata di leggenda - e sette fiumi
dove il corso di nudi messi a torre
ritorna dal mare come un pensiero fisso
che non muore tra gli equivoci
e la voglia di trovare, non ritrovare

*
ci sarà storia per uscire dallo stallo
passando tra le gambe a penzoloni, come
se nulla dovesse quadrare, quasi a togliere
tormenti alla ragione, lucidità perfetta
i piccoli paesi sulle rive, le vene intorno
di quel muro che mi sorge - sgomento

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