Davatha - Enrico De Zottis | Rosso Venexiano -Sito e blog per scrivere e pubblicare online poesie, racconti / condividere foto e grafica

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Davatha - Enrico De Zottis

PARTE PRIMA: TORRE EST


“Costituzione delle Città Fedeli
v

1. Le città riconoscono la loro origine nell’opera di Simris Sirmis, primo di tutti i Maestri.
Prima tra le città è la Cittadella delle Tre Torri.

2. Le città sono governate dai Maestri, depositari dell’insegnamento del primo Maestro Simris Simris: essi amministrano la giustizia e i riti e istruiscono gli abitanti, tra i quali scelgono i propri successori.

3. Ogni nuovo nato sarà dichiarato da un Maestro cittadino fedele all’insegnamento del primo Maestro Simris Sirmis.

4. Ogni cittadino nei suoi primi cinque anni di età sarà mantenuto nei suoi bisogni dal genitore di origine e a partire dal quinto anno di età verrà istruito alla scuola dei Maestri. Al compimento del quindicesimo anno di età egli sarà dichiarato da un Maestro Cittadino Libero e Autonomo.

5. I Cittadini Liberi e Autonomi, salvo quelli che siano stati scelti per diventare Maestri, dovranno provvedere alla sopravvivenza propria e della loro città.
All’età di vent’anni dovranno far nascere un proprio erede.
All’età di quarant’anni, salvo eccezioni stabilite dai Maestri, essi saranno terminati.”

…le donne dietro al banco della mensa guardavano mute quell’ uomo appena arrivato, senza sapere bene cosa pensare. “Sì…” continuò lui, cambiando continuamente tono “dovrebbe chiamarsi Pasto dell’Orizzonte, o Pasto dei Santi: è una specie di piatto piccante, credo. Mi hanno detto che avrei potuto trovarlo qui.”
Una delle donne, che cominciava a sospettare uno scherzo, vedendo gli altri clienti che si ammassavano decise di tagliare corto: “Se ci dice gli ingredienti possiamo provare a prepararglielo, o altrimenti le possiamo dare la lista dei nostri piatti piccanti. Che ne dice?”
L’uomo non rispose. Cominciò a spostare lo sguardo verso la sala, roteando gli occhi come un animale; qualcuno dei presenti notò una strana luce selvaggia dietro quelle pupille dilatate. Prima che la donna del banco che aveva parlato potesse richiamare la sua attenzione, l’uomo era uscito dall’ingresso principale con passo spedito.

1. Mi trovavo sul trasporto da due ore, forse; di dormire neanche a parlarne, e come al solito all’area centrale della Cittadella non si arrivava mai. Il cielo rosso si copriva di nubi fine, mentre tenevo la testa appoggiata al vetro.
Mentre uscivamo dalla Zona di Produzione ci incrociammo con un altro trasporto, piano di operai e operaie – li si riconosceva dalle uniformi che indossavano. Avevano la pelle bianchissima e i capelli biondo pallido raccolti in fasci: erano in viaggio per i cantieri esterni, freschi di trattamento immunizzante che li faceva sembrare fantasmi.
Proseguivamo stancamente. Una folla meticcia percorreva le strade e cingeva gli edifici: mercanti, civili, corrieri NC – pochissimi Maestri. Segno dei tempi, pensai.
Finalmente scesi dal trasporto all’altezza del mercato, da dove con una passeggiata di qualche minuto si poteva arrivare alle Torri, la mia destinazione. Percorsi una piccola strada tra due edifici, con piante rampicanti in fiore che ne ricoprivano quasi del tutto le pareti. La fine del vicolo sempre più vicina, la luce sempre più forte ed ecco l’aprirsi di un parco.
Una vasta distesa di finissima ghiaia bianca, che circondava tre grandi torri – sparsi nel parco, crescevano grossi alberi scuri. Nessuna recinzione intorno all’area: non sarebbe servito, essendo quel terreno rispettato come sacro da tutti gli abitanti della Cittadella. Mi incamminai lungo un sentiero lastricato di pietre scure, che a tratti costeggiava degli alberi – cielo fermo, aria densa. Il sentiero ad un certo punto si apriva in un piccolo spiazzo con al centro una statua: la figura in bronzo di un uomo anziano, senza capelli e con una lunga barba, poggiava su uno scuro piedistallo sul quale erano incise le parole “A Simris Sirmis – primo di tutti i Maestri e illuminato tra le stelle.” Guardandola mi ricordai di quando da studente mi rannicchiavo tra le gambe di quella statua (nessuno ci aveva mai trovato da ridire) a leggere i Libri Primi del grande Maestro Simris, pensando di capirli meglio sotto la sua figura.
Camminai oltre. Il sentiero proseguiva attraversando un piccolo arco di pietra, per poi entrare nella torre principale, la Torre Est.
L’interno dell’edificio era in penombra – così l’avevo sempre visto, fin da quando riuscivo a ricordare. Una grande sala costituita da tre navate accoglieva l’ingresso dell’edificio: di fronte all’entrata, dalla parte opposta della sala, due enormi rampe di scale partivano dal pavimento e salivano incrociandosi a spirale tra loro; ai lati, invece, un’infinità di porte grandi e piccole. Tutta la superficie della Sala d’Ingresso, compreso il pavimento e salve le porte, era affrescata.
Non era piacevole trovarsi soli al centro di quella sala grande e poco illuminata, mi spostai quindi nella luce che a cono scendeva da un’ altissima vetrata sopra le scale, illuminandone le rampe.
Cominciai ad aspettare.
Un uomo magro con una tunica perfettamente bianca uscì da una delle tante porte reggendo una pila di libri, attraversò la sala e scomparve dietro ad un’altra porta. Mi aveva dato solo uno sguardo privo di interesse – probabilmente non mi conosceva, ma di sicuro aveva notato la tunica viola e nera che indossavo, la quale anche se impolverata e scomposta per il viaggio indicava la mia qualifica di Successore di un Maestro. Mi sistemai dietro le spalle i capelli raccolti in una coda, guardando senza interesse i contorni della sala.
Aspettai – il mio Maestro e patrono Fabel sarebbe arrivato a breve. Pensai alle cose che erano successe nelle ultime settimane, a ciò che avrei dovuto raccontargli – non si trattava di cose da poco, riflettei…Il Maestro Fabel arrivò dalle scale sopra di me, silenzioso come sempre. Era un piccolo uomo anziano dai capelli bianchi tenuti cortissimi:i tanti anni di attività l’avevano segnato solcandogli la pelle del viso e delle mani – non però l’animo, e a ottant’ anni continuava a voler insegnare e a presenziare ai processi.
Giunse avvolto dalla pesante tunica rossa che indossavano tutti i maestri : tre linee gialle poste in orizzontale sul petto lo distinguevano come maestro anziano.
Ottant’ anni, pensai, e tra tutti gli allievi che aveva conosciuto da quando era maestro aveva scelto me come suo successore: aveva preso questa decisione quando io avevo solo otto anni, mi aveva confidato una volta.
“Aèl!” esclamò con voce sicura quando mi vide.
“Mio Maestro Fabel…” risposi io, chinando lievemente la testa. Appoggiò le sue mani sulle mie spalle: “Finalmente sei tornato, ragazzo...ti trovo bene, direi. Ti confesso che non è piacevole per me saperti in quell’avamposto per gran parte del mese, ma non ho voluto dare l’incarico ad altri. Mi capisci vero?”
“Non pensiate sia poi così terribile, Maestro, e anzi lo trovo interessante. Per l’appunto, ci sono diverse novità interessanti sulle quali vorrei aggiornarvi…”
“Certo, certo, avremo tutto il tempo. Ora però è un brutto momento, sto andando ad un’udienza – effettivamente pensavo saresti arrivato più tardi. Magari puoi accompagnarmi, ti va?”
“Certamente, Maestro.”
“Allora aspettami davanti alla biblioteca, l’udienza è su quello stesso piano. Io ti raggiungerò subito.” Si diresse quindi verso la stessa porta in cui era entrato l’uomo magro vestito in bianco, mentre io presi a salire una delle due rampe di scale. Dopo alcuni gradini, entrambe le rampe si trovavano avvolte in un’unica cavità cilindrica senza finestre o pertugi, salvo la vetrata su in cima. Nel complesso, lo spazio in cui le scale crescevano era un’escrescenza sulla superficie slanciata e circolare della Torre Est – allo stesso modo erano fatte le altre due torri, che però non ospitavano gli alloggi dei Maestri ma quelli degli studenti, oltre alle aule in cui essi venivano istruiti.
Guardando verso l’alto, potevo vedere i piccoli ponti che collegavano le rampe con gli accessi ai vari piani.
Lasciai la scala all’altezza del terzo piano: attraversai il ponte e mi trovai in un lungo corridoio, avvolto dall’onnipresente penombra di quell’edificio. Arrivai davanti alla grande porta scura della biblioteca – conoscevo bene l’immensa stanza che si apriva là dietro, grande quanto metà dell’intero piano in cui si espandeva. Sopra quella porta era stata incisa nella pietra della parete una frase di Simris Sirmis: “Prendete da me e consumatemi, perché un giorno questo verrà fatto a voi.”
Mentre osservavo quelle parole fui sorpreso da una voce alla mia destra:
“Bentornato Aèl, signore dei deserti…”
“Valyah!” esclamai. La ragazza rise facendo la pantomima di un inchino.

“La sabbia ti aveva stancato, o Successore del Maestro Fabel?…” disse sorridendo e tenendo i pugni appoggiati ai fianchi. Non la vedevo da almeno due anni, e prima di allora l'avevo incontrata l'ultima volta durante la cerimonia per il termine dei nostri studi. Negli anni i suoi occhi azzurri sembravano non aver perso la luce di costante divertimento che vi avevo sempre visto; eravamo stati migliori amici da bambini, quando era il tempo di cercare tesori nascosti in giro per le Torri, e compagni di studio da ragazzi. Adesso, dopo anni, sembrava tutto così lontano, così vuoto.
“In realtà la sabbia attende paziente che io ritorni a lei: sono qui solo per aggiornare appunto il mio Maestro su…” mi fermai un istante “…sulle novità. Tu piuttosto? Che lavoro svolgi?”
Lei fece un passo indietro per mettere in mostra la stretta divisa marrone che indossava: ”Sono un corriere NC, non si vede?…Effettivamente avrei voluto essere assegnata all’assistenza negli ospedali, ma al test finale è stato stabilito che le mie qualità migliori sono la resistenza e la prontezza – ci crederesti?”
“Onestamente no” risposi, facendola ridere nuovamente.
“Hai già fatto nascere il tuo erede?” le chiesi.
“Sono già stata al Centro di Riproduzione perché prendessero i miei dati, ora aspetto che mi mandino a chiamare. Sai, non ho ancora deciso se voglio che sia un maschio o una femmina…”
“Capisco” dissi, pur sapendo che in realtà non avrei mai dovuto prendere una decisione del genere.
“Beh ora ti lascio” riprese “sono sicura che se sei qui è per questioni importanti. Salutami il deserto!”
“Arrivederci, Valyah” le risposi, guardandola camminare via velocemente. Ebbi un brivido quando, osservandola più attentamente, mi accorsi dei piccoli cavi che uscivano dalla sua nuca per infilarsi nella tuta scura all'altezza delle scapole – sapevo che per i Corrieri NC quelle installazioni erano segno di un viaggio imminente.
Il Maestro Fabel arrivò poco dopo: “Eccomi qui, amico mio: seguimi.”

2. La stanza dell’udienza era abbastanza piccola, a pianta circolare; una buona metà dell’aula era occupata da un’alta cattedra lignea, liscia e scura.
Dietro alla cattedra sedeva un maestro dal volto sottile e severo, affiancato ai lati da alcuni Maestri più anziani; davanti alla cattedra, in piedi, muta, le braccia lungo i fianchi, stava una donna con la divisa degli operatori delle mense. Portava i capelli corti fino alle orecchie, e ritmicamente si morsicava il labbro inferiore.
Il Maestro Fabel prese posto dietro alla cattedra tra gli altri Maestri, mentre io stavo in disparte lungo la parete alla destra della donna.
Il Maestro che teneva l’udienza cominciò a parlare, rovistando trai fogli che aveva davanti:
“Cittadina, tu sei Saim figlia di Dharb, quarant’anni, operatrice di mensa e genitore del conduttore di trasporti Maek. Lo confermi?”
“Lo confermo.”
“A quanto ci risulta, tu hai inoltrato una domanda per posticipare la tua terminazione di cinque anni. Lo confermi, questo?”
“Sì, lo confermo.”
“Puoi spiegare ai presenti il motivo della tua richiesta?”
“Maestro…Maestri: mio figlio da diverso tempo mostra segni della malattia. E’ in grado di svolgere la sua professione, ma potrebbe diventare instabile a breve: quest’ anno diventerà genitore e io pensavo di aiutarlo nei primi anni della sua paternità, finché il suo erede non diventerà studente e nella speranza che intanto lui migliori.”
“Quando sei entrata l’ultima volta in contatto con tuo figlio?”
“Circa sei settimane fa, Maestro.”
“E’ stato sottoposto ad un controllo?”
“Gli è stata fatta una visita preventiva. E’ risultato efficiente al novantaquattro per cento, tuttavia io credo che…”
“Difficilmente il tuo giudizio può inficiare quello di un professionista sanitario, cittadina. Le visite preventive sono molto accurate, ed un conduttore di trasporti può svolgere il suo lavoro finanche con un’efficienza del settantadue per cento.
Quanto a te, cittadina, non hai abilità particolari e non ricopri una posizione importante al punto da renderti necessaria per altri cinque anni.
La tua richiesta è quindi innanzi a questa corte respinta: tu sarai terminata il giorno della nascita dell’erede di tuo figlio. In nome di Simris Sirmis, l’udienza è terminata.”
La donna chinò leggermente la testa in segno di congedo, poi uscì dalla stanza con in viso uno sguardo vuoto. Per tutta la durata dell’udienza aveva tenuto la stessa espressione e lo stesso tono di voce, e ora si apprestava ad uscire dalla Torre Est in cui non sarebbe mai più tornata.

3. I Maestri si alzavano parlando silenziosamente tra loro, e lentamente uscivano da dietro alla cattedra.
Il Maestro Fabel disse due parole sorridendo al Maestro che aveva tenuto l’udienza, poi si incamminò fuori dalla piccola stanza facendomi cenno di seguirlo. “Non è il primo caso che ci capita ultimamente” mi disse con voce tranquilla “soprattutto da quando siamo entrati nell’anno della procreazione. La malattia ormai è passata dal grado di pettegolezzo a quello di caso oggetto di studio – avrai notato, credo, che quasi nessun Maestro si allontana dalle Tre Torri…”
“Infatti l’ho notato” risposi “e ne immaginavo la causa.”
“La cosa curiosa” riprese lui, alzando il tono di voce e quasi dando un’aria più leggera al discorso “è che nei malati non è stato finora trovato nulla di reale, o perlomeno fisicamente constatabile. Il che rende ancora più difficile scoprire una cura…”
Continuando a parlare ci incamminammo lungo il corridoio e poi su per la rampa di scale, arrivando al piano dell’alloggio del Maestro.
Il giorno stava ormai per terminare mentre entravamo nella grande stanze che costituiva il centro vitale dell’appartamento del Maestro: la parete che dava sull’area centrale della città era un’unica grande finestra, coperta da fine tende verdi di fibra vegetale che illuminavano la stanza di una luce tenue.
Il mobilio era costituito da due tavoli, qualche sedia, libri ammassati in ogni angolo e un’infinita varietà di altri oggetti piccoli e grandi. Io in quanto suo Successore, condividevo quell’ alloggio con il Maestro: mentre tuttavia lui aveva una sua piccola stanza per dormire, io la notte mi coricavo sul pavimento della stanza principale. Era un po’ una tradizione, per la quale tutti i Maestri erano passati prima di diventare tali – alla morte del Maestro Fabel, io sarei diventato Maestro a mia volta nonché proprietario di quello spazio vitale. Per quel momento, tuttavia, mi presi solo una sedia da uno dei tavoli per riposare le gambe e la schiena.
Mentre davo uno sguardo agli oggetti della stanza, il Maestro Fabel, cercando degli ingredienti per preparare qualcosa da bere, ruppe il silenzio:
“Non ho bisogno di udire la tua voce per sentirti, Aèl: le parole ti premono sui denti per uscire, lo so bene. Per Simris, direi che quando si hanno vent’anni come te sia lecito avere poca pazienza, soprattutto con un vecchio come me. No, non dire niente ragazzo – non sei tenuto a scusarti…”
Fece una piccola risata, poi venne a sedersi di fronte a me, porgendomi una tazza il cui contenuto già con il solo profumo calmava i nervi. Tirò un sospiro, dopodichè mi chiese:
“Dunque come procedono le operazioni?” Bevvi un sorso, inspirai lentamente e risposi:
“Quello che sembrava uno strato di materiale ferroso si è invece rivelato essere terra secca: molto compatta, ma non certo indistruttibile. Gli scavi quindi sono proceduti senza difficoltà; abbiamo già portato alla luce cinque colonne semi integre, che probabilmente erano parte di un colonnato più esteso. L’accesso alla camera principale è stato trovato più facilmente di quanto pensassi: le incisioni sulle colonne non erano certo un enigma incomprensibile…”.
“Conosciamo entrambi il tuo talento nel decifrare linguaggi e codici, quindi non fare la parte del modesto. Non è un caso se ho dato questo incarico a te – ma ti prego, continua.”
“Beh, come dicevo gli scavi procedono senza intoppi, e verosimilmente entro quindici giorni la sala principale sarà stata completamente svuotata dalla sabbia. A quel punto sono sicuro che avremo trovato anche il busto del Maestro Simris Sirmis.”
“Un busto di Simris risalente alla seconda generazione” disse il Maestro Fabel, come parlando tra sé “quasi non ci credo. Il suo ritrovamento significherebbe moltissimo per il prestigio della Cittadella delle Tre Torri. Tu mi assicuri, vero, che gli scavi avvengono all’interno del territorio da noi controllato?”
“Certamente, Maestro. Certo il confine con il territorio della Città delle Sorgenti e di lì poco lontano, ma sono sicuro che loro non ne sanno nulla.”
“Ci mancherebbe” disse il Maestro, con uno sbuffo sprezzante “laggiù sono troppo occupati a giocare sulle loro barchette per pensare a cose del genere…”
Stetti in silenzio alcuni secondi, poi mi decisi a parlare.
“Maestro…durante lo scavo ho scoperto qualcosa che, beh, non mi aspettavo avrei trovato.” Il Maestro Fabel, che nella sua mente stava ancora insultando gli abitanti della Città delle Sorgenti, si voltò verso di me uscendo dall’incantamento in cui si trovava.
“Mh? E cioè?”
“Ecco” ripresi “due delle colonne venute alla luce portano incisa quella che sembra una storia: è narrata per disegni e simboli, ed è in parte stata erosa, ma ho potuto comunque coglierne il significato.
Si tratta di una storia su” feci una pausa “…Davatha.”
“Davatha” ripeté il Maestro piano, guardandomi negli occhi.
“Davatha” disse di nuovo, con voce più alta “l’allievo ribelle di Simris, che Simris stesso provvide a cacciare.
“Cosa possono mai raccontare su quel degenerato, quelle colonne?”
“Effettivamente sembrano dare una diversa versione di quello che fu il suo ruolo. Ho cercato di trarre un testo da quello che decifravo: ne dovrei avere in tasca un appunto – eccolo. Dunque…

…Davatha, non trovando più sé stesso
nell’insegnamento del suo maestro, lasciò
lui e gli altri allievi per trovare una propria soluzione al crollo che intorno a sé
vedeva colpire tutto il mondo…

Questo è uno dei punti fondamentali: non si parla della cacciata di Davatha, come viene narrata nella storia delle Città, ma piuttosto si racconta di come lui si sia staccato volontariamente dal gruppo del Maestro Simris.”
Il Maestro Fabel rimase in silenzio. Io ripresi:
“La storia dice poi che fu Davatha stesso a fondare in origine la prima delle Città Fedeli, cioè la nostra Cittadella. Poi tuttavia gli altri quattro allievi di Simris presero il sopravvento, a quanto pare creando loro stessi l’organizzazione delle generazioni fisse, sfruttando le scoperte scientifiche del loro Maestro nel campo della riproduzione artificiale degli esseri umani…”
A questo punto il Maestro parlò:
“Simris Sirmis era uno scienziato – non c’è niente di nuovo in questo. La “Grande Nazione” che governava allora il mondo stava cedendo dall’interno, Simris allora prese l’iniziativa di creare una nuova società, basata sul controllo della successione dei singoli individui e sulla divisione tra la classe che chiamò dei Maestri e la cittadinanza. Non ti sto dicendo nulla che tu non sappia già, ovviamente.”
“Certo, Maestro.”
“E allora, Aèl…sono passati ben ottocento anni dalla nascita della prima generazione di quella nuova società. Ottocento anni – e il sistema ha sempre funzionato da allora. Questo non ti fa pensare?”
“Penso, Maestro, che fare luce sul nostro passato non sia…”
“No!” il Maestro Fabel era scattato in piedi battendo i pugni sui poggioli della sedia. “ Ti deve fare pensare che sono ottocento anni che il nostro sistema funziona così com’è! Non una rivolta, non una riforma o un cambiamento d’assetto: la continua e perfetta linearità ha caratterizzato per secoli la nostra società, e questo soprattutto per la fondatezza delle nostre origini!”
Rimasi a guardarlo, mentre mi fissava con il viso contratto; decisi di non mollare:
“Ma dunque queste alterazioni rispetto alla tradizione come si spiegano, Maestro? Certo potrebbero essere frutto dell’invidia di chi osteggiava Simris e i suoi progetti, ma possiamo esserne certi? Non dovremmo forse volere la certezza su ciò che facciamo e ciò che siamo?”
Il Maestro si spostò lentamente verso la grande parete finestra, scostando una della tende – fuori era ormai scuro. Cominciò a parlare con tono grave.
“Sai cosa sono i corrieri NC, Aèl?”
“Certamente.”
“E sai anche come funzionano?”
“Non nei particolari…”
“I corrieri NC sono dei messaggeri: commessi viaggiatori incaricati di trasportare informazioni più velocemente possibile da una città all’altra. I loro corpi vengono trattati con un processo molto lungo e complesso, in modo che essi possano vivere per sei mesi all’anno senza né dormire né nutrirsi: assimilano la sostanza stessa del loro corpo per raccogliere e produrre energie. Questo permette loro di essere veloci e instancabili nel loro lavoro.
Al termine dei sei mesi, però, i loro fisici sono letteralmente svuotati: pertanto è necessario che essi entrino per i sei mesi successivi in una fase detta “di recupero”, in cui i loro corpi vengono aiutati a ricostituirsi. Hai mai visto un corriere NC nella fase di recupero, Aèl? Ti assicuro che non è un bello spettacolo.”
Involontariamente pensai a Valyah. Il Maestro Fabel dopo una pausa riprese a parlare.
“Ora immagina che tu, io, la Cittadella e tutte le altre cinque Città Fedeli siamo come un sistema di corrieri NC: proprio come accade per i corrieri NC, che gestiscono i turni di sei mesi alternandosi a squadre tra loro interdipendenti, se una delle Città avesse difficoltà (cosa peraltro mai successa) le altre Città subentrerebbero subito nelle sue funzioni, e il sistema della nostra società continuerebbe a girare in attesa che quella Città si riprenda. Ma se per qualche motivo tutte le Città, compresa la Cittadella, si trovassero per così dire in una fase di recupero, non ci sarebbe nessuno in grado di proseguire il lavoro degli altri e l’intero equilibrio crollerebbe. Mi capisci, Aèl?”
“So bene” dissi con tono serio “che la nostra società è basata sull’interdipendenza economica tra le Città, Maestro Fabel, ma non riesco a cogliere il problema che mi ponete.”
Il Maestro si fece ancora più serio in viso: “Allora sarò chiaro: se quello che tu hai letto, o credi di aver letto, su quelle maledette colonne verrà diffuso, entro un mese ogni Città ne parlerà. I cittadini cominceranno a porsi domande, smetteranno di svolgere le loro attività e niente funzionerà più. Riesci a capirmi ora?”
Respirava affannosamente, e fece una lunga pausa prima di parlare di nuovo.
“Ottocento anni, Aèl: non si può pretendere di muoversi improvvisamente in senso contrario ad un tempo così lungo senza incorrere in danni.”
Rimasi per un po' in silenzio: non riuscivo a capire l'agitazione del Maestro, dentro di me non trovavo ragioni per una preoccupazione così esasperata. Mi alzai lentamente dalla sedia, posai la tazza ormai fredda sul tavolo e dissi:
“Io da voi ho imparato e imparo in ogni momento, Maestro. Ma la mia coscienza non è inerte.”
Il Maestro mi guardò con uno sguardo che mi parve lontanissimo: “Allora pensa a questo Aèl – la tua coscienza vale più di una società intera?”

4. Non dormii, quella notte. Non c’era traccia di serenità nei miei pensieri – dentro di me si era scatenata una tempesta di dubbi, dubbi che sembravano essere sempre stati nel mio animo, ma che solo ora cominciavano a bruciare.
Non dubitavo del ruolo che ero stato chiamato a coprire. Non dubitavo della società in cui vivevo.
E forse non dubitavo nemmeno delle sue origini, per come mi erano state assegnate. Ma per la prima volta in vita mia dubitavo delle persone : il mio Maestro Fabel, la corte che aveva giudicato la richiesta di quella donna, l’uomo in tunica nella Sala d’ Ingresso…rivedevo davanti a me il loro occhi, e mi rendevo conto che dietro a quegli occhi c’era qualcosa – un nero parassita, che affondava i denti direttamente nelle coscienze. Non riuscendo a trovare pace, uscii dall'alloggio in silenzio e cominciai a camminare. Passeggiai tra i corridoi deserti e semibui della Torre, pensando a quanti passi avevano segnato quei pavimenti nei secoli : tutto per niente? Questa domanda mi si formò in testa all'improvviso, senza che ne avessi avuto l'intenzione, lasciandomi abbastanza meravigliato. Ad un certo punto arrivai davanti alla sala dell’udienza a cui avevo assistito il giorno prima, e lì mi fermai. Quella stanza, vuota di suoni ed emozioni, vista ora mi lasciava perplesso, come lo si è di fronte ad una persona di cui non si comprende il comportamento. Perché sotto sotto, mi trovai a pensare, c’era qualcosa che non andava in quel luogo – non si trattava della stanza in sé, ma del suo significato. Qual è il suo vero significato, pensai?
In quell’ istante e in quel punto capii cosa veramente fosse quel parassita dietro agli occhi del mio Maestro, dei Maestri della corte e pensandoci bene di tutte le persone che avessi incontrato in vita mia : era la paura. La paura? Si, in fondo l’avevo sempre pensato inconsciamente, ma solo ora mi appariva così chiaro. Paura – ma paura di cosa? Il mio stesso Maestro mi aveva spiegato che in otto secoli nulla aveva mai incrinato il nostro sistema sociale : eppure proprio in lui , il mio Maestro Fabel, avevo visto quel pomeriggio risvegliarsi quel parassita – le mie parole su ciò che avevo scoperto l’avevano fatto svegliare dallo stato di latenza in cui si trovava, mettendolo in allarme in una maniera che doveva essere stata terribilmente improvvisa e violenta. Paura che un cambiamento potesse sconvolgere tutto: davvero si trattava di questo? Era questo il pensiero che si celava dietro all’opera dei Maestri, dietro alle corse attraverso il deserto dei corrieri NC, dietro al lavoro degli operai nei cantieri?
Continuai a camminare tra le vie e gli incroci della Torre Est senza fermarmi e senza smettere di pensare, pur non sapendo bene a che cosa pensare. Decisi di andare ad attendere l’alba in cima alla Torre, dopo di che sarei tornato fuori nel deserto a seguire gli scavi. Salii la rampa di scale fino al suo termine, uscendo all’aperto tramite un piccolo accesso per trovarmi su una piccola postazione poco al di sotto del lucernario.
Mi trovavo nel punto da cui, secondo la tradizione, i quattro allievi di Simris una volta terminata la costruzione della Torre avrebbero organizzato l’espansione della Città – ovviamente secondo il disegno originario del loro Maestro.
Effettivamente da quel punto si era in grado di ammirare la Cittadella delle Tre Torri per buona parte della sua grandezza. Il Sole sorse davanti a me, quasi a voler illuminare di proposito il paesaggio che mi si spandeva davanti.
Ma non fu uno spettacolo che mi lasciò incantato, come forse mi ero immaginato…
Per la prima volta, guardando la mia città, mi resi conto che mi appariva piccola – piccola e debole.

5. Poche ore dopo mi accomiatavo dal mio Maestro Fabel, dopo avergli promesso che avrei agito con il giudizio che in quanto futuro Maestro da me si richiedeva.
Il Maestro quella mattina sembrava essere tranquillo come sempre, come se quanto successo il giorno prima altro non fosse stato che un brutto sogno ormai superato. “Ormai a me non manca molto – mi disse lentamente – e di riflesso non manca quindi molto nemmeno a te, anche se in ben altro senso. Sai, il mio Maestro a suo tempo mi aveva detto che compito di un bravo Maestro è lavorare in modo che a lui seguano tante generazioni quante sono quelle che lo hanno preceduto. È una cosa che non ho mai dimenticato, e vorrei che ora la ricordassi anche tu, Aèl.” Il Sole splendeva immobile nel cielo rosato nel momento in cui diedi il mio saluto al Maestro. A bordo del trasporto che mi portava fuori dall’area centrale della Cittadella non potei smettere di pensare alla donna che in quell’ udienza aveva ricevuto notifica del suo destino, a suo figlio, che poteva anche essere l’uomo alla guida di fronte a me, a Valyah che avrebbe dovuto crescere il suo bambino o la sua bambina tra un periodo di attività e una fase di recupero…
Guardavo fuori dal finestrino, e per un motivo che non capii né in quel momento né in seguito, una cosa colpì violentemente la mia attenzione : di tutte le persone che potevo vedere oltre il vetro, non una di loro stava parlando.


PARTE SECONDA: SENZA PRECEDENTI


“ Io, Maestro, dichiaro di essere uno strumento -
la mia volontà è quella della società che servo,
e da qui al mio ultimo giorno non seguirò
né ambizioni né desideri. Io sarò la pietra delle case
e il fuoco delle fornaci, le gambe dei messaggeri
e le mani dei lavoratori.
Una tunica rossa sarà il mio abito,
l'apprendimento degli studenti la mia unica gioia.”
- giuramento dei Maestri

“Voi siete Aèl figlio di Raev, venticinque anni, Maestro della Cittadella delle Tre Torri succeduto al Maestro Fabel. Confermate tutto questo?”
“Lo confermo.”
“Il processo comincia in questo momento. Costituenti la corte sette Maestri anziani e venti Maestri: officia il Maestro Ophret. Maestro Aèl, voi vi ritenete fedele alla città?”
“Nella mia coscienza – sì, mi ritengo tale.”
“E vi dichiarate tale anche verso la dottrina del Maestro Simris, di cui voi siete chiamato ad essere voce?”
“Non ho motivi per ritenere di aver mancato al mio compito.”
“Ed è questa vostra sicurezza a farvi deviare le domande?…Maestro Aèl, quest’ anno è iniziato un nuovo ciclo di insegnamento, e voi siete stato assegnato ad istruire i giovani allievi sui precetti della nostra storia: anche in quest’ ambito ritenete di essere stato fedele al vostro ruolo e al vostro compito?”
“Quali ragione avete per ritenere il contrario?…”
“Vi è stata posta una domanda che richiede una risposta chiara, non un’altra domanda.”
“In fede, io ritengo di aver svolto la mansione assegnatami nel modo per me migliore.”
“Migliore – per voi? Ammetto che mi sorprendete, Maestro Aèl. Vediamo di chiarire i fatti agli occhi di questa corte: cinque anni fa vi fu affidato l’incarico dal vostro precettore, il Maestro Fabel, di dirigere degli scavi nei territori esterni che competono alla Cittadella – scavi per riportare alla luce i resti di una specie di tempio. Spiegate per cortesia ai presenti che cosa contavate di trovare, tra quei resti.”
“L’obiettivo degli scavi era di ritrovare un busto molto antico, raffigurante Simris Sirmis.”
“Un busto, esattamente. E cosa avete invece portato, nella nostra Cittadella? La vostra traduzione di una…assurda favola che voi avreste scoperto essere rinvenuta alla luce insieme a quelle rovine.
A quanto ci risulta il Maestro Fabel vi aveva lui stesso messo in guardia dal dare credito a quelle scritture, ma evidentemente la vostra presunzione schiacciava la vostra devozione. Nei mesi successivi alla conclusione degli scavi avete più volte richiesto di consultare gli archivi più antichi conservati qui nella Torre Est; scopertovi filologo, siete arrivato a contestare presso alcuni Maestri la veridicità di documenti risalenti alla terza e quarta generazione, e finanche alla prima, tra cui alcuni manoscritti ritenuti essere opere originali dei Quattro Allievi del Maestro Simris Sirmis. E su quale base, tutto questo? Sempre sulla basa della traduzione fatta da voi, al tempo non ancora Maestro, di alcune semidistrutte incisioni rinvenute nel deserto…
Trovate qualcosa da contestare, Maestro, o posso proseguire?”
“Non sarò io ad interrompere ciò che dite e fate…”
“Vi ringrazio. Dunque, quattro anni fa voi siete diventato Maestro, giurando nella cerimonia di investitura la vostra fedeltà alla Cittadella, alla società delle Città Fedeli e al nostro ordine.
Faccio presente alla corte questo: il qui presente Maestro Aèl in quel momento aveva già pianificato la sua attività sconsiderata e anti-costruttiva degli anni a seguire, e pur tuttavia non si fece alcuno scrupolo nel prestare giuramento di fedeltà ad una causa che aveva intenzione di corrompere alle sue fondamenta. In questi ultimi anni le “ricerche”, per così dire, del Maestro Aèl erano diventate storia nota in tutta la Torre Est: tuttavia la sua fama nel campo degli studi storici e la fiducia che il Maestro Fabel era solito mostrargli quando era ancora in vita gli consentirono una relativa libertà di movimento. Tutti noi, presenti inclusi, contavamo di riuscire a contenere queste sue ricerche in un’ottica puramente di studio, senza implicazioni concrete.
Ciò nonostante era stato stabilito che il vostro lavoro, Maestro Aèl, sarebbe stato oggetto di controllo – da una debita distanza.
Affermate di essere stato a conoscenza dell’attività di controllo che veniva esercitata su di voi?”
“Non mi sono mai posto il problema di verificare una cosa simile; comunque non sospettavo nulla, se ciò risponde alla vostra domanda.”
“Questo perché l’organizzazione di cui disponiamo è pienamente efficiente – con o senza la vostra partecipazione al bene della nostra società.
Ad un certo punto voi avete cominciato a recarvi in visita alla Città delle Sorgenti, con frequenza sempre maggiore. Potete dire a questa corte quale fosse lo scopo delle vostre visite in quella città?”
“Intendevo consultarne la biblioteca.”
“Spiegateci meglio: l’oggetto del vostro interesse era la biblioteca intera, o magari una sua sezione particolare?”
“Consultavo…l’Archivio della Decadenza.”
“In cui, lo ricordo, sono conservati testi antecedenti alla nascita della prima generazione, alcuni dei quali scritti da Davatha stesso. Lo scopo per cui tali opere vengono conservate è quello di tenere viva nelle generazioni la consapevolezza di quale giungla fosse il mondo prima della fondazione delle Città Fedeli, e di quale nemico Davatha sia stato per la nostra società. Immagino tuttavia che voi abbiate voluto consultare quei testi animato dal vostro interesse pseudo - revisionista, non è così?”
“Mi interessava studiare quelle fonti per confrontarle con la traduzione della storia narrata tra le rovine del tempio.”
“Volete dire – la vostra traduzione?”
“Sì, Maestro, la mia. Ho trovato diverse congruenze tra essa e i testi antecedenti la prima generazione che voi avete citato: certo essi non parlano di Davatha, ma di eventi accaduti prima che le Città Fedeli venissero fondate. Quegli stessi eventi sono riportati anche nella storia che io ho tradotto, ma con la differenza che in questo caso Davatha viene più volte nominato. Nelle incisioni sulle rovine ad esempio egli viene descritto come colui che trovò le sorgenti sotterranee su cui venne fondata appunto la Città delle Sorgenti – in questo senso sembra anche di capire che la Città delle Sorgenti venne fondata prima delle altre Città Fedeli. Nei testi della biblioteca, invece, si narra che le sorgenti vennero alla luce per un fenomeno naturale, e che il loro sfruttamento fu in seguito reso possibile con l’aiuto di alcuni Maestri della Torre Est.”
“Nient’altro che due versioni di una stessa storia, ma con un’attendibilità ben diversa a distinguerle.”
“Ho poi trovato diverse contraddizioni nei cosiddetti testi di Davatha presenti in quella biblioteca…”
“ “Cosiddetti”?”
“Sì: ho motivo di credere che quei testi non siano stati scritti da lui.”
“E sulla base di cosa, ancora una volta?”
“In quei testi Davatha afferma di aver volutamente causato degli avvenimenti che avrebbero dovuto nei suoi piani far crollare la società creata da Simris. In altri testi della biblioteca ho trovato tuttavia citati gli stessi avvenimenti, questa volta descritti come opera di Simris stesso per rendere la società più sicura. Altri testi ancora, conservati qui nella Torre Est, descrivono quegli avvenimenti come successivi tanto a Simris Sirmis quanto a Davatha…
Eppure queste incongruenze non sono mai state notate.”
“Questo perché la vostra presunzione è tale da farvi supporre che l’interpretazione di un Maestro giovane quali voi siete possa essere più corretta di una tradizione secolare di lettura.
In merito ai testi di Davatha, vi ricordo che in passato si sono avvicendate quattro commissioni di Maestri per accertarne l’attendibilità, e l’esito è sempre stato positivo.”
“Quelle commissioni non avevano niente su cui basarsi, salvo le deduzioni dei Maestri che le componevano – ho avuto modo di leggere i verbali di quei lavori, e…”
“Ora basta! La vostra arroganza è ai limiti dell’insolenza, verso questa corte e tutto ciò che essa rappresenta e tutela! A questo punto davvero non mi stupisce che alla vostra prima lezione abbiate esordito narrando ai giovani nuovi allievi la storia – la Vostra storia! – di Davatha, anziché quella del primo Maestro Simris com’era vostro compito.”
“Il mio compito era di istruire gli allievi sulla storia delle nostre origini, e proprio per la mia devozione a questa società ho ritenuto di raccontare loro la verità.”
“Quale verità? Quella di una storiella trovata nel deserto, forse, risalente a più di otto secoli fa?” Otto secoli – credevate davvero che a questo punto una vecchia storia potesse avere valore per la nostra società? Abbiamo raggiunto l’apice dell’efficienza e dell’organizzazione, siamo probabilmente l’unico modello di civiltà strutturata presente al mondo – il piano dei nostri padri fondatori è stato compiuto. E il compito di ogni Maestro, nei confronti della società, è di agire per preservarla: Preservarla! Senza avere alcuna ambizione di farsi rivelatore di qualche evanescente “verità”.
Per questo motivo siete stato subito fermato, prima che contaminaste irrimediabilmente qualcuna di quelle giovani menti con le vostre supposizioni. In tutta la storia delle Città Fedeli, Maestro Aèl, i casi di processi a dei Maestri si contano sulle dita della mano di un monco – e nessun caso ha mai riguardato la Cittadella delle Tre Torri. Voi siete un caso senza precedenti, ma non per questo non sapremo come trattarvi.
Da questo momento voi siete privato del titolo di Maestro e del diritto di appartenenza a questa società. Tu sei ora solo Aèl figlio di Raev: sei da considerare esiliato da tutte le Città Fedeli, entro quattro ore dovrai aver lasciato la nostra Cittadella , altrimenti verrai usato per alimentare le fiamme delle fabbriche di metalli. In un caso o nell’altro tu per noi non conti più nulla. La tua condizione verrà notificata alle altre città nelle prossime diciotto ore, con l’espresso divieto per chiunque di accoglierti.
Il processo è chiuso – nel nome di Simris Sirmis e delle Tre Torri.”


PARTE TERZA: SOLO


“ Erano in tre
Aèl e il vento
erano in tre
Aèl e il Sole
erano in tre
e il deserto guardava
ventotto e poi tre
se l'ombra passava
lungo la pista
la tenda sbatteva
fino alla fonte
fino alla fine
dove Aèl aspettava
e poi tutto cambiava.”
- canzone popolare della Città Nuova

“Io sono Aèl. Scrivo quando intorno a me c’è il deserto, con il vento a infuriarlo e il Sole a bruciarlo. Con gli anni ho imparato a capire le sabbie, a sentirne la vita e ad assecondarne la volontà. Quando molto tempo fa la mia giovinezza terminò nella luce di un’aula per volere di menti a me avverse, e l’ultima porta venne chiusa alle mie spalle, sapevo già in che modo avrei potuto sopravvivere una volta nel deserto – ma non sapevo ancora come avrei vissuto. All’ombra delle rocce, scavando in cerca di una minuscola sorgente, o sotto la luce rossa del Sole, tentando di catturare serpenti, sentivo che il vuoto intorno a me era in realtà qualcosa di reale e immenso, con cui dovevo in ogni momento confrontarmi.
Nei primi tempi del mio esilio vivevo il più lontano possibile dalla Cittadella delle Tre Torri: mi sentivo ancora legato alla società da cui ero stato cacciato, e probabilmente in maniera inconscia vedevo me stesso quasi come un pericolo per essa. Un pericolo da tenere lontano. Paradossalmente, cercando qualcosa a cui aggrapparmi nella mia solitudine, ero arrivato a negare me stesso per continuare a credere in quella società.
Per me, che vivevo tra la sabbia e il cielo, non esisteva più il tempo – tuttavia non credo di aver vissuto in quella condizione per meno di due anni.
Due anni spesi a guardare la linea dell’orizzonte sperando di vedere apparire qualcosa, fosse una risposta concreta o anche un’allucinazione – qualsiasi cosa che potesse dare una svolta ai miei pensieri, persi nella ricerca di qualcosa che fosse ancora importante.
Una mattina mi misi in cammino, le tasche piene di carne fatta essiccare e sulle spalle una sacca di pelle di rettili per l’acqua, in cerca di un posto relativamente sicuro in cui stabilirmi per un po’; in quel periodo mi muovevo lungo il confine con il territorio della Città delle Sorgenti dove, mi ero reso conto, i posti all’ombra e di conseguenza le forme di vita erano più numerosi. A metà giornata mi fermai per una sosta: guardando le rocce intorno a me sentii uno strano brivido – avevo già calpestato quella sabbia e quei sassi anni prima, quando ero al seguito di una spedizione di scavo.
Fu quella sera che accadde, mentre mi muovevo verso est lasciando il tramonto alle mie spalle: non ci avevo più pensato in quegli anni, aspettandomi che i Maestri avessero fatto scomparire ogni cosa. Invece le rovine del tempio erano lì davanti a me, a restituirmi lo sguardo ignare di ciò che avevano provocato nella mia vita. Rimasi per un po’ in piedi a guardarle, dopo di che mi ci diressi: avevo deciso che mi sarei stabilito lì – le mie necessità erano più importanti della malinconia.
Passai la notte nella camera principale, mangiando carne secca sotto la luce delle stelle che faceva breccia tra i buchi del soffitto. Ricordo che quella notte, per la prima volta dopo anni e anni, i miei pensieri mi diedero tregua e mi fecero dormire tranquillo.
Nei giorni seguenti non guardai mai le colonne all’esterno, né uscendo né entrando dal tempio. Quando però un pomeriggio in un angolo della sala scoprii delle incisioni seminascoste da un cumulo di sabbia, non potei ignorarle; ripulendole,
vi ritrovai lo stesso codice di simboli che tempo addietro ero riuscito a decifrare.
Per la prima volta da quando mi ero stabilito lì tornai ad osservare quelle due colonne all’esterno, cercando di ritrovare frammenti di ricordi che mi aiutassero a comprendere ciò che stava scritto nella sala. Passai i giorni successivi e correre continuamente dentro e fuori del tempio, tra l’angolo della sala con le incisioni e le due colonne, tenendo di volta in volta a mente ciò che decifravo; ricordo ancora che le prime tre parole che riuscii a ricostruire furono fine, clone, cambiamento. Usavo tutte le ore di luce che avevo a disposizione per tradurre, spesso dimenticandomi di andare a cercare del cibo. Ciò che impiegai più tempo a capire fu che le due scritture, quella all’esterno e quella all’interno, andavano unite ad incastro per ottenere il racconto completo.
Quello che traducevo durante il giorno mi scorreva davanti agli occhi la notte, mentre osservavo il cielo nero che compariva a pezzi al di sopra del soffitto. Dormire mi era sempre più difficile: più passava il tempo più con il calare del buio un concentrato di angoscia, stanchezza e ira si impadroniva di me. La storia che stavo apprendendo pezzo dopo pezzo, i ricordi di una vita passata, le pareti stesse del tempio, una colpevole disperazione che sembrava essermi stata trapiantata da una persona estranea – tutto questo contribuiva ad opprimermi ogni notte di più, facendomi sentire come un animale da macello cresciuto in uno splendido giardino e a cui solo ora veniva rivelato il suo destino.
Pensavo che sarei impazzito con l’andare del tempo, provai anche a passare delle giornate intere senza tradurre una parola – ma le cose non cambiarono.
Arrivò infine una notte in cui d’improvviso scoppiai a piangere in preda al panico, contorcendomi sul pavimento della sala: corsi fuori, e prendendo a pugni e a calci la sabbia cominciai ad urlare. Urlai per tutta la notte, nel tentativo di scacciare tutti quei secoli di colpa che sentivo imputati su di me. Quando sorse infine il Sole, mi lasciai cadere a terra dalla stanchezza – non sentivo più niente.
Quel giorno finii di tradurre il racconto.

Un millennio prima della nascita della mia generazione, la società umana che allora abitava il mondo stava cambiando velocemente. Tradizioni e ritmi vitali sopravvissuti per secoli cadevano, mentre le persone cominciavano a spostarsi sempre più in fretta – i continenti e gli oceani non erano più ostacoli, ogni punto del pianeta veniva offerto al singolo nel pieno della sua disponibilità. Allo stesso modo il fare le cose era stato semplificato e velocizzato, per tutte le cose; ciò che unicamente contava ora era la comunicazione, e il tempo necessario a realizzarla era la sola variabile a cui venisse data priorità.
L’accelerazione continua che si era costituita portò il mondo prima attraverso una crisi delle risorse e in seguito attraverso una guerra; tuttavia da entrambe le esperienze la società uscì più forte, e più ancora desiderosa di correre.
Mentre il pianeta cominciava a subire i colpi di questa spirale vertiginosa, le persone persero interesse al mondo reale, di cui avevano ormai già sperimentato tutto. Furono inventate così delle macchine per permettere a chiunque di viaggiare all’interno della propria mente, l’unico posto virtualmente infinito che fosse rimasto. Fu così che, mentre il pianeta deperiva sempre più per gli sforzi a cui veniva sottoposto per trarre l’energia necessaria, la società cominciò a sfaldarsi: con nessuno più disposto ad interessarsi al mondo, nessuno si era più preoccupato di fare andare avanti la vita. Ci furono carestie, sorsero nuove malattie, e quando anche l’energia si esaurì (poiché nessuno si era più occupato di crearla) e le macchine si spensero, alle persone non rimaneva altro che attendere la morte.
Fu allora che emerse la figura di Simris Sirmis, uno scienziato che in passato si era occupato di studiare nuove possibili evoluzioni degli esseri umani da realizzarsi artificialmente. Non si sa se avesse mai messo in pratica alcuno dei suoi progetti – quello che si sa è che quando il mondo intorno a lui stava morendo, Simris divenne un punto di riferimento per molte persone, attratte dai suoi progetti di ricreare una nuova società sui resti della precedente.
Simris aveva un giovane discepolo a lui prediletto, Davatha. Insieme a lui, e con al seguito un numero sempre crescente di adepti, Simris viaggiò per i continenti per espandere il gruppo di cui era a capo, al richiamo di una nuova vita per chi avesse avuto l’animo di unirsi a lui.
Un giorno, tuttavia, Davatha scoprì il vero piano del suo maestro: selezionare dal gruppo un certo numero di individui, che assieme a lui sarebbero stati clonati per l’eternità, a formare una società perfetta in grado di sfruttare per il suo funzionamento gli altri esseri umani scartati.
Saputo questo, Davatha abbandonò Simris e partì seguito da poche persone a lui vicine.
Nel gruppo, che intanto aveva raggiunto una notevole grandezza, alcune voci cominciarono a diffondersi: le persone erano stanche di viaggiare e volevano realizzare la società che Simris aveva tanto promesso. Accadde allora che una notte, in maniera misteriosa, Simris morì nel suo giaciglio. Ciò che seguì fu molto rapido: quattro degli adepti a lui più vicini, che già in passato avevano progettato di rivoltarglisi contro, assunsero il comando del gruppo secondo quello che era stato il volere, a loro detta, di Simris stesso. Nonostante tutto, il nome del defunto sedicente profeta era ancora potente: i quattro uomini pensarono bene quindi di ricollegare al suo volere ogni decisione che presero di lì in seguito. Fecero costruire nel deserto, ormai estesosi quanto e più di un continente, tre torri attorno al quale si sviluppò presto una città; si proclamarono Maestri, fondando l’ordine che avrebbe governato la nuova società; loro fu l’idea di creare il sistema delle generazioni controllate.
Quando giudicarono di avere raggiunto una potenza sufficiente, decisero di muovere guerra all’unico uomo che ritenevano potesse essere d’ostacolo al loro potere – Davatha, cioè, che nel frattempo aveva fatto erigere una città su un punto in cui diverse sorgenti si incontravano. Questa città fu conquistata, e Davatha esiliato nel deserto.
Solo tra le sabbie, Davatha vagò fino a raggiungere i resti di un vecchio edificio, sulle cui pietre incise la sua storia.
Nel frattempo, Davatha ne era sicuro, i Quattro Maestri utilizzavano il suo nome come causa di ogni male da poter fornire al popolo, mentre la figura di Simris Sirmis giorno dopo giorno glorificata.

Questo fu il racconto che appresi, inciso nella pietra da Davatha in persona secoli prima. Non fui colto da nessun dubbio o sorpresa, ma solo dalla pacata sicurezza che quel racconto dicesse la verità. Pensai a Davatha, esiliato come lo ero stato io. A volte negli anni mi ero chiesto perché i Maestri non mi avessero piuttosto ucciso, ma ora lo capivo: la morte di un uomo comporta dei rischi, la cancellazione della sua esistenza no. La morte stigmatizza un’esistenza, mentre la sabbia e il Sole fanno calare l’oblio su tutto.
Nei tempi che seguirono, vissi in una sorta di limbo. Non pensavo all’ingiustizia che avevo subito, non progettavo di scatenare una rivolta nella Cittadella; non mi interessavo né a queste né ad altre cose: in quel momento stavo ritrovando me stesso, ricostruendo pezzo per pezzo il mio animo eroso da ricordi e dubbi. Dal momento in cui avevo appreso la verità avevo smesso di interrogare l’orizzonte, e così di odiarlo per l’immenso vuoto che mi aveva sempre dato in risposta. Ora, guardando la linea che separava il colore del deserto da quello del cielo, senza cercarlo vedevo qualcosa di molto più grande di una risposta – vedevo la realtà, definita e perfetta.
Fu però proprio l’orizzonte a portare un cambiamento nella mia vita di quei giorni: una sera, dalla direzione in cui tramonta il Sole, giunse a me un uomo. L’avevo seguito con gli occhi nel suo cammino di avvicinamento, guardandolo evolvere da punto poco più scuro della sabbia a forma familiare.
Non provavo stupore nel vederlo arrivare, né sollievo: ne ero incuriosito, come un bambino si incuriosisce di fronte ad un oggetto nuovo. Tutto il tempo passato senza vedere un mio simile si rivelò nel momento in cui provai a comunicare con l’uomo. Indossava un’uniforme da operaio, e portava sulla schiena un’enorme sacca che sembrava contenere altri tre uomini, tanto era grande. Ricordo che non mostrò meraviglia nel vedermi: ero un uomo nel deserto così come lo era lui, con la differenza che le mie vesti ormai erano lacere e i miei capelli lunghi. Quando terminò la sua marcia fermandosi a pochi passi da me, mi sorrise senza dire niente. Io continuavo a guardarlo senza muovermi; ripescando dai ricordi di un’altra vita riuscii alla fine a pronunciare una parola, la prima dopo anni e anni: “Davatha…” dissi.
L’uomo dopo qualche istante rise, quasi spaventandomi con quella sua reazione, poi gettò a terra la sacca e si diresse superandomi verso l’interno del tempio.
Senza sapere cosa pensare lo seguii; obbedendo ad uno strano impulso gli offrii il cibo che avevo, rallegrandomi nel vederlo accettare di buon grado.
Quella notte, sedendo con lui all’aperto, riuscii con fatica a ricordare come si comunica con le parole. Ciò che mi raccontò avrebbe in un altro momento potuto causare in me lo stesso effetto che aveva avuto l’apprendere la storia di Davatha, ma ogni forma di stupore mi aveva ormai abbandonato. Lo ascoltai in silenzio, sentendo però crescere in me man mano una scintilla che non riuscivo a comprendere.
“Sono scappato dalla Cittadella delle Tre Torri”: queste furono le prime parole che gli sentii dire, che già sole valevano quanto un universo, anche se all’inizio non lo riuscivo a capire. Cominciò a raccontarmi la sua storia, facendo riferimento a fatti accaduti recentemente nella Cittadella; riuscii ad interromperlo, spiegandogli di aver vissuto nel deserto per anni. Lui capì, e riprese il racconto in modo a me comprensibile. Era un operaio addetto agli accumulatori, genitore di una figlia: tempo prima era stato colto dalla malattia (che a quanto appresi negli anni si era sempre più diffusa nel ceto dei Cittadini Liberi e Autonomi) ed era stato portato in un edificio nuovo, costruito con lo scopo di potervi curare, e isolare, i casi come il suo. Aveva vissuto in quel luogo per almeno un anno, schiacciato da deliri sempre più violenti che trovavano in tutta risposta il disinteresse dei medici – lo tenevano chiuso in una stanza tutto il giorno, entrando solo per portargli i pasti e misurargli la temperatura.
L’incubo orrendo, come lo chiamava lui, era terminato quando una mattina al risveglio non aveva più sentito nella testa il ronzio che lo aveva torturato nella malattia, e si era chiesto cosa ci facesse in quel posto. I medici non sapevano dare spiegazione alla sua guarigione, ma non trovarono ragioni per trattenerlo ulteriormente. Una volta tornato libero e in salute, l’uomo mi raccontò, venne presto in contatto con altri cittadini guariti dalla malattia: anche loro erano come lui guariti dalla sera alla mattina, e come lui si erano trovati con uno strano pensiero in testa allo scomparire della malattia – il pensiero che tutto ciò che li circondava fosse sbagliato per natura.
Non sapevano descrivere ciò che sentivano al riguardo, ma nei loro sempre più frequenti incontri non parlavano d’altro.
Interrompevo di rado l’uomo, distogliendolo dal suo racconto, mentre sempre di più sentivo crescere con le sue parole la scintilla dentro di me.
L’uomo mi disse di ciò che con il tempo aveva scoperto: quasi tutti i cittadini erano passati attraverso la malattia e poi guariti, anche se la cosa era avvenuta in tempi diversi e in zone diverse della Cittadella. Nessuno ne parlava, ma con il tempo le fughe dalla Cittadella da parte dei “guariti” si erano fatte frequenti: il “pensiero residuo” presente nella mente di chi aveva contratto la malattia da solo aveva cominciato a scardinare un sistema passato immutato attraverso secoli di storia. Tutto accadeva per quella frase rimasta tra le pieghe dei pensieri delle persone guarite: “tutto questo ha qualcosa che non va”.
Ora lui, scappato da un paio di settimane, era giunto al mio rifugio mentre cercava l’accampamento dove a quanto aveva sentito si raccoglievano tutti i cittadini fuggiti.
Quando ebbe finito il racconto, avevo recuperato ogni ricordo di come si comunichi; decidemmo che al mattino saremmo partiti insieme alla volta dell’accampamento.
Il giorno dopo, mentre camminavamo verso est, raccontai a quell’uomo la mia storia, chi e cosa ero stato, ciò che mi era successo e quello che avevo poi scoperto sulle pietre tra le quali ci eravamo incontrati. Lui mi ascoltava interessato, ma senza mostrare sorpresa: mi resi conto che le mie parole non erano che la conferma di quanto già si fosse aspettato di sentire; non conosceva la storia di Davatha, né la vera origine delle città, ma si trattava di una storia che già sapeva avrebbe prima o poi sentito.
Capii allora cos’era stata la malattia: lo capii dagli occhi di quell’ uomo, dalle sue parole, e l’avrei capito ancora meglio quando avessi incontrato gli altri uomini e donne scappati al controllo dei Maestri.
Era un’angoscia sopita, uno schiacciamento della coscienza che era nato e cresciuto, di generazione in generazione, in quel sistema in cui avevamo vissuto, e che alla fine era scoppiato rivelandosi nelle menti di coloro che del sistema erano il vero cardine – i cosiddetti Cittadini “Liberi e Autonomi”.
Ripensandoci ora, mi rendevo conto che nei miei anni di Successore del Maestro Fabel (quando si cominciava a parlare della malattia) e poi di Maestro non avevo mai sentito di un caso di morte da ricondursi alla malattia: non uno.
Verso sera, proseguendo verso est lungo la linea del confine, arrivammo all’accampamento: si trattava di una distesa di stracci e pali arrugginiti adibiti a ripari, sotto cui le persone si stringevano. L’uomo con cui ero giunto trovò presto persone che già conosceva, mentre io divenni in fretta obiettivo di molti occhi incuriositi: i miei capelli erano ormai molto lunghi e la pelle bruciata, ma le mie vesti in particolar modo attiravano l’attenzione – nonostante gli strappi e la sporcizia, si poteva riconoscere che ciò che indossavo era una tunica da Maestro. Al calare della notte, dopo che ci ebbero nutriti, tutto l’accampamento si raccolse per sentire la mia storia – nessuno aveva dubbi che io potessi avere qualcosa in comune con i presenti.
Ascoltarono ciò che ebbi da dire sulla mia vita passata, ma furono incantati dal sentire il racconto di Davatha. Quando ebbi terminato nessuno mi fece domande, ma tutti sostenevano che avrei dovuto narrare quella storia in tutti gli altri accampamenti, una volta che ci fossimo rimessi in viaggio per trovarli. Appresi, così, che la malattia si era diffusa ugualmente in tutte le Città Fedeli – l’ordine dei Maestri aveva arginato e contenuto la cosa, ma grazie ai mercanti e ai corrieri NC le notizie erano trapelate in fretta. Quello stesso accampamento era nato dall’unione di nuclei di persone fuggite dalla Cittadella delle Tre Torri, dalla Città delle Sorgenti e dalla Città Bianca.
Dopo qualche tempo ci mettemmo tutti in viaggio lungo la linea dell’est: le Città si svuotavano, gli accampamenti crescevano o ne sorgevano di nuovi, e per ognuno che incontravamo sulla nostra strada e che si univa alla nostra carovana io ripetevo la storia della nostra civiltà e di Davatha. Trovammo un punto del deserto da cui nasceva una sorgente più ricca di altre, e lì proposi di erigere un accampamento stabile che facesse da punto di riferimento per coloro che si incamminavano tra le sabbie. Furono creati degli avamposti vicino alle mura di ogni città, per raccogliere subito chi aveva trovato il coraggio di fuggire.
Probabilmente i Maestri arrivarono a sapere di tutto questo, ma non sembrarono curarsene: per la loro legge chi fuggiva dalle città perdeva immediatamente e per sempre ogni diritto.
Sapevo, come sapevano tutti, che meno persone avevano alla produzione più le città si avvicinavano al crollo - lo sapevano anche i Maestri, che però non le avrebbero mai abbandonate.
Col tempo il nostro accampamento diventava più grande, sorgevano costruzioni solide, si formavano al suo interno delle prime strade. Capii che avevamo superato il punto di non ritorno quando uomini e donne cominciarono a concepire naturalmente dei figli – veniva così distrutto il più importante perno del morente sistema che ancora rimaneva, la riproduzione individuale per generazioni controllate. Inibizioni e costrizioni mentali frutto di secoli di vita programmata e controllata crollavano in serie, sotto la forza sempre più dirompente di una volontà di vita che l’uomo ha per natura e di cui lentamente si stava recuperando la memoria.
Tutti, e sempre di più, guardavano a me con rispetto e speranza, lo potevo sentire: in me vedevano una guida, in grado di ridare loro una vita. Pensavo inizialmente che ciò fosse dovuto al mio passato di Maestro: immaginavo che nell’inconscio delle persone fossero ancora vivi retaggi del mondo in cui avevano vissuto, e quindi una certa soggezione verso l’ordine a cui ero appartenuto. Ma mi resi presto conto di quanto stupido quel pensiero fosse: compresi che in realtà le persone vedevano in me l’inizio di qualcosa di nuovo, una rottura rispetto a quanto avevano sempre e unicamente conosciuto. Fu una responsabilità che non rinnegai: io ero il futuro, perché primo ad aver rivelato il passato.
Cominciammo e costruire le prime scuole, in cui insegnavamo ai più giovani la storia delle nostre origini e i principi e gli ideali su cui si fondava la nostra Città Nuova.
Sapevamo tutti che da lì non si tornava indietro – quello che cercavamo era la spinta per poter andare avanti.
Un giorno presso gli avamposti intorno alle città cominciarono ad arrivare gli studenti dei Maestri, giunti ormai all’età di quattordici anni. Era davvero finita; la malattia era arrivata dentro alle protette e isolate sedi dell’ordine, scoppiando nelle menti dei giovani studenti e dando il colpo di grazia a ciò che rimaneva delle Città Fedeli.
Dei Maestri non si ebbe più notizia: qualcuno affermava di averne visti alcuni aggirarsi a gruppi tra i vicoli della nostra città, vestiti di stracci e con gli occhi puntati a terra, qualcun altro diceva addirittura di averne visti darsi fuoco in piedi sulle mura delle città, ma non furono notizie che ci interessammo di appurare.
Crescevamo utilizzando ciò che riuscivamo a ricavare dall’ambiente intorno a noi e ciò che le persone avevano portato con sé fuggendo – metalli, materie prime e altre risorse furono ricavate partendo zero, sfruttando semplicemente le nostre conoscenze.
Non pensammo mai di cercare ciò che ci serviva tra i resti, ormai alla mercé del deserto, delle città. Dagli avamposti, ormai disabitati anch’essi in quanto senza più un uso, si potevano vedere le pietre delle mura sempre più erose e rovinate dal Sole – senza più la dovuta manutenzione, costruzioni vecchie di secoli avevano dovuta subire in una volta tutto il peso della loro età.
Molti anni sono passati da allora: la popolazione della Città Nuova è col tempo triplicata, le case di tela sono diventate di mattoni…e i miei capelli, che non ho più tagliato, sono diventati grigi.
E’ quasi l’alba, sulla città, e mentre scrivo la prima luce rosa del giorno illumina i resti della candela che mi è stata compagna durante la notte.
Ho voluto lasciare scritti questi miei ricordi per coloro che mi vorranno attendere – perché è giunta l’ora che io parta. Il mio viaggio deve iniziare, e la mia vecchia sacca a terra vicino a me me lo ricorda. La città ha ormai imparato a camminare da sola anche senza la mia guida, e un genitore deve riconoscere il momento in cui il figlio diventa autonomo. Io, Aèl, ritornerò nel deserto: il percorso che ha segnato tutto ciò che mi circonda ha un fine ultimo – l’ho letto nel cielo stellato, nei mutamenti del deserto e nella forma che la città ha preso con il tempo. La realtà ha un suo modo di comunicare, e con il tempo ho acquisito la capacità di saperlo intendere. Se tutto questo ha davvero un significato, e se davvero c’è un grande varco verso cui stiamo andando, sarà nel deserto che lo potrò scoprire.
Se le sabbie lo vorranno, un giorno tornerò.”


PARTE QUARTA: TORRI BIANCHE


“...c'erano vecchi, alla Città Nuova, che dicevano
di aver visto Aèl la notte in cui tornò. Dicevano che quella
notte c'era una tempesta molto strana, durante la quale lampi
erano comparsi tra le nuvole correndo da un capo
all'altro del cielo. Ricordo che c'era un uomo,
in particolare, tra gli anziani il più giovane, completamente
cieco, con dei ricordi di quella notte che nessun altro
aveva: diceva di essere stato presente, nascosto nell'ombra,
nel momento in cui Aèl giunse trascinandosi alle scale
del Palazzo, e la governatrice corse fuori da lui. Quando
gli si chiedeva come potesse, non avendo mai avuto la vista,
essere certo di ciò che raccontava, lui rispondeva che quella
notte c'era stata luce anche per i suoi occhi.”

1. Aèl era ritto davanti alla porta della sua casa, sacca sulle spalle e occhi puntati sul Sole nascente, quando dalle scale che portavano alla strada salì di corsa una ragazza con lunghi capelli rossi e abiti scuri, fermandosi sugli ultimi gradini.
“Ti avevo detto che ti avrei accompagnato…” disse lei.
“E io ti avevo detto che non era necessario.” disse Aèl sorridendo. Lei scese di un gradino e, mostrandosi indispettita in un modo che tuttavia sapeva non l’avrebbe ingannato, rispose: “Non pensare che lo faccia necessariamente per te: dato che potrebbe essere l’ultima volta che ti vedo voglio togliermi la soddisfazione di prenderti un po’ in giro. E poi la strada da qui alla Porta principale è trafficata, se cadi potresti aver bisogno di qualcuno per rialzarti…”.
Aèl la guardò negli occhi: la conosceva troppo bene per non cogliere la tristezza che in realtà nascondeva sotto quelle parole sarcastiche.
“Cara Tess…” disse, fingendo un tono solenne “ti ringrazio per avermi ricordato che ho quattro volte gli anni che hai tu, ma la tua toccante preoccupazione per me non ha ragion d’essere: ero sempre più agile e resistente di tuo nonno, quando era ancora vivo, e lui non era certo un uomo da poco.”
Ridendo, Aèl si sistemò i lunghi capelli color del ferro dietro alle spalle e si incamminò giù per la scalinata. La ragazza lo guardò per un po’ con espressione seria, ma alla fine sorrise e si incamminò al suo fianco.
Camminarono in silenzio lungo la piccola strada sterrata, costeggiata da basse costruzioni di colore chiaro sulle quali spiccava per semplicità ed eleganza allo stesso tempo la casa di Aèl. Tess si sarebbe aspettata che lui si voltasse per darvi un ultimo sguardo, ma così non fu.
Dopo pochi passi un bambino comparve correndo da dietro una casa, parandosi di fronte a loro con aria impavida e rimanendo paralizzato nel vederli: probabilmente si aspettava di aver teso un agguato a dei suoi amici. Teneva tra le mani una piccola barra di porcellana su cui erano stati saldati i più improbabili pezzi di rottami – evidentemente doveva essere la sua “arma”, da come la brandiva. Dal momento in cui aveva visto Aèl e Tess, tuttavia, non sembrava più molto convinto dei suoi intenti. Aèl si piegò leggermente in avanti, fissando il bambino negli occhi: “Funziona davvero, quella?” gli chiese lentamente.
Il bambino, con sguardo ancora imbambolato, sembrò ricordarsi all'improvviso di ciò che reggeva in mano, e annuì, prima lento, poi deciso, con il capo. Aèl allora si inginocchiò a terra, senza smettere di fissarlo, e disse: “Io adesso sto andando via: faresti la guardia alla mia casa, finché non torno?”.
Il bambino sembrò sulle prime sbigottito, poi, dopo aver probabilmente valutato i vantaggi di avere un intero edificio a sua disposizione, si aprì in un sorriso raggiante e corse via nella direzione da cui era venuto.
Aèl allora si rialzò, e con un'espressione soddisfatta negli occhi fece cenno a Tess, che aveva seguito tutta la scena senza aprire bocca, di riprendere il cammino.
Mentre si avvicinavano alla strada principale della città, Tess si faceva man mano più cupa in viso e le sue mani si irrigidivano, come sempre le accadeva quando era preoccupata. Ad un certo punto, con voce ben diversa da quella che aveva avuto poco prima, ruppe il silenzio chiedendogli: “Perché lo vuoi fare?…”
Aèl rispose con voce calma: “Perché sento che è una cosa importante, e che ha a che fare con il futuro di tutti noi.”
“Non è vero” replicò lei, nervosamente “non lo puoi sapere.”
Aèl accolse la sua obiezione chinando leggermente la testa a lato: “Ammetto di non aver fatto nulla per convincere te od altri sul motivo delle mie intenzioni, ma in fondo non era necessario.”
“Grazie tante per la considerazione!…Basi tutte le tue idee su sogni che hai fatto e su segni che ritieni di aver interpretato: ti sembrano dei presupposti validi, per andare incontro al suicidio?”
“Ho già discusso abbastanza sulla questione; la città ha ormai le capacità per funzionare autonomamente, quanto al resto” Aèl assunse un tono più serio, con il quale si intende concludere una conversazione “non è la prima volta che affronto una verità da solo.”
Tess rimase in silenzio; continuarono a camminare fianco a fianco.
Il giorno era appena cominciato, ma la vita e l’attività lungo la strada principale erano già in pieno fervore. Uomini e donne di tutte le età, lavoratori o passanti, si facevano strada tra veicoli, trasporti, condutture di energia e altre persone ancora. La città negli anni era cresciuta più in fretta di quanto si potesse immaginare, pensò Aèl osservando ciò che lo circondava; le due sponde della strada erano delle lunghe, fitte sfilate di edifici, interrotte a distanze regolari dagli accessi alle più piccole vie laterali. Le più recenti costruzioni in metallo arricchito si affiancavano ai più vetusti edifici in mattoni di rena compressa, che tuttavia ancora si ergevano sopportando la loro età. Guardando a sinistra, mentre si proseguiva in direzione della Porta, si poteva vedere poco lontano la nuova Accademia che si stagliava, sempre più imponente man mano che la sua costruzione progrediva. Ecco il futuro, rifletté Aèl rimirandola, ecco ciò che costituirà il vero cuore della Città Nuova: un luogo dove poter istruire a tempo pieno i giovani su ciò che li aveva preceduti e su ciò che si richiedeva loro, e dove custodire opere e documenti a testimonianza della storia della città.
Con passo sicuro, lui e Tess si inserirono nel traffico e nella calca. Poche inizialmente, poi sempre più numerose, le persone si accorgevano di Aèl e volgevano lo sguardo verso di lui, interrompendo ciò che stavano facendo o cambiando la direzione del loro cammino.
Nessuno parlava, nel guardarlo. Tutti erano soliti vedere la loro “Guida” (o “Padre”, come anche si erano abituati a chiamarlo nel tempo: Aèl non aveva mai amato appellativi di quel genere, seppur non ufficiali, pensando che la cittadinanza usandoli potesse vedere in lui ciò che non era, ma non si era mai spinto fino a rifiutarli pubblicamente) passeggiare per le strade della città, ma quella non era come le altre volte – quel giorno era diverso.
Quell' uomo, che nonostante il portamento elegante e la camminata ritta doveva avere almeno ottant’anni, quell’ uomo che la maggior parte delle persone aveva visto e identificato con la città stessa fin dalla nascita – quell’ uomo ora se ne stava andando, avventurandosi nel deserto per una ragione che nessuno aveva ancora capito.
Aèl poteva sentire tutto questo negli sguardi intorno a lui, ma continuava a camminare senza fretta; le persone che si trovavano sulla sua traiettoria rimanevano a guardarlo per alcuni istanti negli occhi, poi si scostavano a lato lentamente.
“Mi chiedo se tu ti renda davvero conto di ciò che rappresenti per questa gente.” disse Tess a bassa voce.
“E’ proprio perché me ne rendo conto che faccio quello che faccio…” rispose lui, con tono volutamente più alto del suo. Percepì lo stato d'animo che stava crescendo in lei, e le strinse la mano.
Erano ormai prossimi alle due torri bianche che delimitavano l’ampio sbocco della strada principale direttamente nel deserto; in lontananza, oltre il passaggio, si potevano vedere sorgere da alcune dune degli accumulatori ausiliari.
Aèl aveva rallentato il passo, imitato da Tess: la folla intorno e dietro ad essi era da loro completamente attirata, e qualcuno cominciava a pronunciare ad alta voce il suo nome. Tess a quel punto si fermò, e così Aèl – si trovavano vicini alla base della torre bianca di destra, proprio sotto il grande affresco raffigurante Davatha che ne ricopriva la fiancata.
Tess era lì ritta in piedi con i pugni chiusi stretti lungo i fianchi; dava l’impressione di avere milioni di parole da dire, talmente tante da non riuscire a pronunciarne nemmeno una. Non era una persona facile alle lacrime, ma in quel momento non riusciva ad impedire al suo labbro inferiore di tremare. Sempre più persone si stavano ammassando alle sue spalle, e cosa abbastanza singolare, giudicò Aèl, sembravano tutte avere la sua stessa espressione.
La guardò negli occhi, più seriamente di quanto avesse mai fatto. Aspettò un po’, poi cominciò a parlare con tono grave – il silenzio intorno a loro era totale:
“Tess, io ti ho conosciuta nel giorno in cui sei nata – il giorno dopo avevo già capito quanto in gamba saresti diventata. Il tempo posso dire mi ha dato ragione, e sono fiero di te, come lo era tuo nonno, uno dei miei più grandi amici, e come lo sarebbero stati oggi i tuoi genitori. Posso dire di non aver alcun rimpianto nei tuoi confronti, così come non ne ho nei riguardi di questa città. Ora tu credi che io stia abbandonando tutto, ma non è così. Se è vero che per questa città è già stato disegnato un futuro, è quello ciò che io intendo trovare; e tutte queste persone saranno con me nel mio viaggio – in questo devi credermi, poiché una volta là fuori non sarò mai completamente solo. Ho fiducia in coloro a cui ho affidato i miei compiti, in te in particolare. Vivi la tua vita, Tess, e fai vivere la tua città. Ti prego, per amor tuo, di non passare ogni giorno affliggendoti e guardando l’orizzonte per cercare di scorgere il mio ritorno: piuttosto tieni viva in ogni momento in te la convinzione che io sarò qui di nuovo. Devi crederci, Tess: fallo e così sarà – esistono forze superiori al deserto. Ora io ho un compito da assolvere.”
Aèl si voltò, e con tutta la Città Nuova lasciata alle sue spalle si incamminò tra le sabbie; il Sole e le nuvole osservavano tranquillamente dall’alto il mondo e le storie degli uomini.
Tess rimase a guardare la sua figura che scompariva nella distanza e nel calore. Rimaneva ferma, quando ormai non lo poteva più vedere.
La folla intorno a lei cominciò lentamente a muoversi, riprendendo ognuno la propria occupazione, mentre lei cercava di riprendere il controllo sui propri pensieri: non c'era stato niente, considerò amaramente, neanche la più piccola cerimonia per salutare un pezzo dell'anima della Città Nuova che se ne andava, forse per sempre. Soprattutto, lei non era riuscita a dirgli ciò che avrebbe voluto, e che avrebbe sperato lui riuscisse a tirarle fuori. Adesso era troppo tardi. Aveva perso una persona che era stata per lei molto più di un amico, ottenendo in cambio un incarico di cui non si sentiva per nulla all'altezza. Per un brevissimo istante le ripassarono davanti agli occhi, in una sola lunga immagine, anni e anni della sua vita. Quasi immediatamente però si scosse, morsicandosi un labbro per l'auto-commiserazione a cui si era concessa, si voltò e cominciò a ripercorrere la strada principale in direzione del Palazzo dell'Amministrazione.
Intorno a lei la città si era ormai interamente risvegliata e messa al lavoro.

2. Aèl si era fermato, per la prima volta dopo una marcia durata ore. Tutto ciò che sentiva sul suo corpo era calore, soprattutto ai due poli estremi, la testa e i piedi. Mentre camminava lo sguardo gli si era abbassato sempre di più, fino ad essere perpendicolare al suolo; rialzandolo con fatica aveva visto una duna abbastanza alta lungo la traiettoria del suo cammino, e aveva deciso che una volta arrivato lì si sarebbe fermato.
Un vento leggerissimo lo sfiorava, mentre rimetteva nella sacca la borraccia che aveva appena alleggerito non di poco. Per trovare una sorgente avrebbe dovuto continuare a marciare almeno fino a sera. Guardò l’orizzonte: l’ultimo accumulatore ausiliario della città che aveva superato era ormai solo un bagliore riflesso in lontananza. Il punto in cui era arrivato si trovava in una zona più rocciosa di altre – le pietre sotto ai suoi piedi, semisepolte nella sabbia, erano lucide e bianche con sottili striature rossastre.
Aèl guardò il cielo luminoso, poi si rimise in cammino, facendo attenzione a non scivolare sulle pietre più esposte. Pensò a Tess e a ciò che aveva lasciato nelle sue mani: non solo nelle sue, certo – gli altri uomini e donne a cui aveva affidato la gestione della città erano tutti qualificati per intelligenza e ponderatezza, e per la maggior parte erano già stati membri del Consiglio. Ma quella ragazza, che di tutti era la più giovane, aveva in sé il talento per guidare un popolo; e questo, pensò Aèl, prima o poi si sarebbe rivelato.
Giunse ad una cresta rocciosa più in vista di altre, le camminò fino alla base dopo di che cambiò direzione di marcia puntando deciso verso sud. Sapeva bene dove stava andando.
Quando fosse giunta la notte avrebbe controllato la sua posizione con le stelle e le sagome delle alture rocciose, dopo di che si sarebbe riposato. All’alba avrebbe ripreso il cammino verso sud, diretto alle rovine di quella che era stata la Cittadella delle Tre Torri. Tra quei resti divorati dalla sabbia sarebbe cominciata la sua ricerca: lì avrebbe cercato nuovamente i suoi sogni, e interrogato il cielo.

3. Il bambino sedeva silenzioso sulla cima dell'accumulatore, guardando l'orizzonte; il tramonto era nel pieno del suo compiersi, e ardeva la sera colorando e deformando tutti i contorni.
Aveva cercato per tutto il giorno in ogni angolo della città, ma senza risultato – non era riuscito a trovare in nessun posto l'uomo anziano che abitava in fondo alla sua stessa strada, e che le persone chiamavano Aèl. Ne aveva cercato le tracce dappertutto, portandosi dietro la sua arma più bella (una sbarra di acciaio levigato con attaccata su un'estremità una pietra rosa) deciso a regalargliela – se doveva passare del tempo lontano da casa, avrebbe ben potuto doversi difendere.
Alla fine, quando era ormai estenuato dalla ricerca, aveva sentito due uomini parlare tra loro e dire che il profeta Aèl aveva lasciato la città. Allora si era andato a sedere la sopra, uno dei suoi posti preferiti per stare solo. Quando il Sole fu completamente calato, pensò fosse meglio dirigersi verso casa – ma avevo preso una decisione per il giorno dopo: avrebbe portato il regalo per Aèl nella sua casa, e lì l'avrebbe lasciato per farglielo trovare al suo ritorno.


IL SOGNO NEL DESERTO


“Non dimenticate mai per cosa soprattutto esistiamo:
per fornire alle generazioni future storie da raccontare e da cui imparare.”
- parole di Aèl scolpite nella
Sala Grande della Nuova Accademia

Una donna vestita di un velo bianco corre tra le dune – al suo passaggio la sabbia si solleva e rotea in circoli. Quando dopo aver percorso una distanza che gli occhi non sanno raggiungere si ferma, il deserto sotto di lei si apre in una enorme voragine dalle pareti bianche, su cui il corpo della donna rimane sospeso.
Allora si volta, mostrando il proprio viso coperto dal velo bianco – un momento prima che apra la bocca per parlare la terra trema e colonne di sabbia più alte del cielo si sollevano alle sue spalle.
La sua voce è una saetta che lacera il vento.
“...Infine ci siamo: siamo arrivati all'ultima soglia.
Il mare e le foreste diventano tutt'uno, intorno a
noi i ponti crollano, le nuvole corrono velocissime
mentre il Sole lento guarda la terra.
La gioia e il dolore volano rincorrendosi giù per la curva dell'Universo distruggendo ogni sistema che attraversino.
Noi ci alziamo, mentre le stagioni danzano tra cielo e terra ridendo in faccia agli elementi.
Noi che abbiamo capito che i sogni si fanno verso il futuro e non verso il passato.
Noi che sappiamo che un momento può vincere l'eternità, e che nessuna eternità varrà mai quanto il Nostro momento.
Noi siamo la parte dietro al velo della vita delle persone.
La soglia è dentro e fuori di noi, e il varco è lungo tanto mille infinità quanto un nulla. Eccoci.”
Adesso un'onda nera scende sul mondo, annullando tutto e lasciando solo un grande denso mare di abbandono.
Il nulla intorno – confuse evanescenze viola ai lati della vista.
Poi da un bagliore compare un fuoco, e dietro al fuoco c'è nuovamente la donna: il velo non le copre più il volto, ma non è possibile vederle gli occhi. La luce illumina solo la sua bocca; la donna parla nuovamente, questa volta con un sussurro spezzato.
“…Nascerà un uomo, semplice e buono nell’animo, che crescerà nel rispetto di usi e tradizioni antecedenti a lui di generazioni. Succederà che il mondo venga sconvolto da un violento mutamento: quell’uomo sopravvivrà al mutamento, e avrà un figlio che tenterà di educare secondo i valori da lui conosciuti e osservati. Ma il mondo sarà ormai cambiato, e così i suoi principi – il figlio crescerà rinnegando l’educazione ricevuta dal padre. Il figlio si farà uomo e procreerà a sua volta, mettendo al mondo una creatura a cui si renderà però conto di non avere insegnamenti da dare, avendone a suo tempo rifiutati di vecchi senza averne creati di nuovi. Questo nuovo nato si troverà a dover crescere senza aver ricevuto una guida nella sua vita, e sarà così chiamato a scegliere: potrà compiangersi della povertà dello spirito che gli è stata trasmessa, voltando le spalle al mondo e a sé stesso, o potrà prendere in mano la propria vita e forgiarla dandole forme e regole che sarà lui a creare…”
Quando finisce di parlare del vento comincia soffiare nell'oscurità, e il fuoco si spegne. Poi il Sole compare dietro alle spalle della donna, che svanisce lasciando distinguere all'orizzonte le rovine di una città.
Sopra le rovine il cielo è grigio, ma senza che ci siano nuvole. Sospesa in aria compare una sfera di luce bianca; la sfera si apre, e dal suo interno escono due fili di luce che lentamente si intrecciano tra loro e si moltiplicano. La luce continua a svilupparsi nel cielo per molto tempo, aumentando sempre di più i propri fili.
Ora si è fermata: c'è un gigantesco albero, sospeso sopra le rovine della città – un albero le cui radici tendono verso il cielo.
All'improvviso delle nubi nere si formano nel cielo, e si addensano dove le radici dell'albero sono più alte...
Ma il sogno è già finito.


PARTE QUINTA: UMANI


“Considerate il potere: bello come una follia, e allo stesso
tempo scomodo e pesante come una veste di pietra.
Perché volerlo? Cosa cercarvi, se ha senso
l'idea di trovarci qualcosa? Da dove giunge – a
cosa porta?
Ricordatevi questo: avrete potere su una cosa quando
avrete la capacità di distruggerla.”
- lezione di Arti Politiche, Vecchia Accademia

Diario di Tess Omlady Dar, governatore della Città Nuova. Giorno tredici – Anno cinquantasette dalla fondazione.

Sono passate quasi due settimane da quando il consiglio mi ha affidato i pieni poteri, ma già comincio a sentire un peso nel cuore ad ogni decisione che sono chiamata a prendere, ad ogni sentenza che pronuncio; tra me lo chiamo il “prodotto di scarico” del potere, ma non è una cosa di cui intendo fare confidenza ad alcuno. Non mi voglio permettere di perdere il controllo sulle responsabilità che ho – non posso. E’ curioso come nell’emergenza di problemi le persone perdano ogni ambizione di grandezza e siano d’un tratto ansiose di avere qualcuno a cui fare riferimento.
Qualcuno mi ha confidato che la mia nomina era già nell’aria da tempo, per la precisione da quando avevo attuato la mia politica di controllo sul sorgere di nuove ideologie – gli ultimi eventi nelle periferie della città avevano solo accelerato le cose. Vero o no, gli altri membri del consiglio hanno presto mostrato la debolezza della loro indole quando non si è più trattato semplicemente di stabilire la distribuzione dell’energia nelle fabbriche: una cosa che non mi avevano insegnato alla Vecchia Accademia, ma che ormai ho imparato da sola, è che il vero governo è quello che si esercita nelle situazioni più gravi. Le zone della città colpite dagli ultimi attacchi esplosivi, più numerose nelle aree periferiche, sono ormai in via avanzata di ricostruzione; due delle zone più centrali sono già state ripopolate.
Tuttavia i seguaci del Culto di Davatha non sono tipi da adagiarsi per troppo tempo: ho motivo di credere che i loro prossimi obiettivi potrebbero essere degli accumulatori. I corpi di guardia che ho fatto costituire sanno fare il proprio dovere di pattuglia, ma intendo aumentarne il numero.
Il Culto di Davatha è diventato negli ultimi tempi molto forte, molto più di quanto potessi immaginare quattordici mesi fa, e la sua popolarità tra la cittadinanza temo stia aumentando. Non ha certo aiutato la situazione la decisione inequivocabilmente insana che il consiglio prese l’anno scorso di imporre alle famiglie una tassa sul terzo figlio, per “far fronte all’attuale crisi produttiva”. Ogni mio tentativo di opposizione, motivata dal fatto che quella tassa era un suicidio politico, fallì e il consiglio fu accusato di voler re-instaurare l’antico regime dei Maestri. Dopo ciò, ogni possibilità di dialogare con gli estremisti è sfumata, e la mia decisione di dieci giorni fa di togliere quella tassa è passata come inosservata – non che mi aspettassi il contrario, comunque.
Quegli pseudo idealisti vorrebbero riportare la gente nel deserto a vivere di nomadismo, come, stando a loro, era il vero progetto di Davatha. Mi chiedo su cosa si basino per fare tali affermazioni…
La città è crollata sotto i suoi stessi principi, tralasciando il senso della nostra storia passata e confondendo la tolleranza con la giustificazione dell’ignoranza e della prepotenza. Come posso io, che ho nelle mani le sorti di una popolazione intera, mostrarmi aperta verso chi senza voler sentire ragioni mina le strade e incendia gli edifici: può essere stato questo, mi chiedo, il progetto di Davatha? Può essere questa la seria volontà di qualsiasi persona, passata presente o futura che sia?
Il mio compito è quello di difendere la verità e soprattutto di proteggere la città: non permetterò che mi si impedisca di farlo, soprattutto ora che stiamo aprendo contatti con una popolazione finora a noi sconosciuta.
Sono fiduciosa di poter instaurare rapporti duraturi con essa, ma se disgraziatamente questo non dovesse essere non voglio trovarmi a dover affrontare due fronti, uno esterno e uno interno.
Intendo invitare ufficialmente un ambasciatore del Regno di Bahd nella nostra città al più presto possibile, per mostrare il nostro sorriso migliore e allo stesso tempo per capire di che gente si tratta; a quanto pare il loro territorio non dista di molto dal nostro, ma è dovuto accadere che un nostro convoglio si perdesse affinché, per puro caso, venissimo in contatto con loro per la prima volta. E' da escludersi che i Maestri - il cui territorio era peraltro ancora più a sud - fossero a conoscenza di questo popolo, impermeabili com'erano a tutto ciò che fosse estraneo al loro mondo. Essi, gli abitanti del Regno di Bahd, affermano di non aver mai saputo niente di noi – tuttavia, se sono grandi ed evoluti come dicono di essere, potrebbero averci individuati già da anni, e aver passato tutto questo tempo a controllarci. La vicinanza tra noi e loro potrebbe risultare un problema, se decidessimo di sfruttare le sorgenti che abbiamo trovato verso nord, così vicine al loro territorio. Non intendo rendere partecipi i membri del Consiglio o altri di questi miei pensieri, ma non intendo nemmeno ignorarli – dovrò stare molto attenta a ciò che accadrà nel prossimo futuro.
Questa sera, guardando il tramonto, il ricordo di Aèl mi è comparso nella mente incredibilmente vivo, come non mi succedeva da tempo – probabilmente perché da tempo non vedevo un tramonto bello come quello.
Mi chiedo cosa penserebbe se potesse vedere ciò che la città è diventata negli ultimi sei anni, da quando se ne è andato – o cosa avrebbe pensato. Confesso che sempre più spesso mi coglie l’idea che lui sia ormai morto, e nella mia mente si forma l’immagine del suo corpo senza vita che poco alla volta viene ricoperto dalla sabbia.
Eppure, nonostante questi pensieri, sento che dentro di me, giù in profondità, è sempre presente la convinzione che lui stia ancora vagando nel deserto in cerca del nostro futuro; quella stessa convinzione dice che lui prima o poi tornerà da noi.
Certo mi aiuterebbe a sentirmi meno sola, se fosse ancora qui, e forse non dovrei portare tutto io il fardello che ho ora sulle spalle.
Non ho più diciotto anni come quando entrai nell'amministrazione della Città Nuova, e non ne ho più nemmeno ventuno come quando mi sono sposata – ora sono una madre, oltre che la governatrice di migliaia di persone, e le mie responsabilità sembrano crescere di giorno in giorno, insieme al numero di occhi puntati su ogni mia azione. Manat mi dice sempre che devo solo chiederglielo, e lui e io scapperemo con i bambini tra le dune il più lontano possibile da qualsiasi forma di civiltà – effettivamente riesce a farmi sorridere quando nei miei momenti meno felici me lo ricorda, ma preferirei che non lo ripetesse tanto spesso.

La mia giornata ormai è finita: è tempo di prepararmi per la prossima.

Dovunque tu sia, Aèl, ti possano raggiungere i miei pensieri.


PARTE SESTA: NEMICI


“...pertanto noi dichiariamo loro guerra, in riguardo alle loro risorse, alle loro forze armate e alla loro società civile.
Non accetteremo cessazione alcuna delle ostilità se non alla completa terminazione della loro autonomia e potenzialità aggressiva. Obiettivo primo della campagna è e sarà la salvaguardia delle nostre priorità. Fintanto che ciò non sarà garantito, ogni loro abitante sarà da considerarsi ostile e ogni loro struttura un possibile bersaglio.”
- dalla dichiarazione di guerra alla
Città Nuova, firmata dal sovrano di
Bahd nella primavera dell'anno 60

Archivio storico della Città Nuova. Sezione dedicata alla guerra contro il Regno di Bahd. Testimonianza di un veterano raccolta dopo l’armistizio.

“Quando scoppiò la guerra, una delle prime cose che la governatrice ordinò fu di costruire degli avamposti nell’area immediatamente esterna alla Città Nuova. Le forze armate furono organizzate nel più breve tempo possibile, raccogliendo tutti i giovani possibili tra quelli che avevano già completato l'accademia […] io, che avevo completato gli studi solo un anno prima, fui arruolato come ausiliario di artiglieria e fui spedito in un avamposto dell’area nord-orientale, uno dei più lontani. Avrei voluto essere assegnato alla difesa interna della città, ma avevano già i numeri. […] Subimmo il primo attacco dopo due settimane dal mio arrivo – ricordo che era sera. Un’ esplosione squarciò il bunker centrale, incendiando in breve l'intero avamposto. Stavamo tentando di organizzarci, quando improvvisamente uomini vestiti di nero sbucarono correndo da ogni lato intorno a noi. Avevano soprattutto armi da taglio, ricordo che gli spari che sentii venivano tutti dalle nostre armi. Il nostro comandante era morto nell’ esplosione […] eravamo tutti terrorizzati, senza nessuna idea su cosa fare. Tentammo di combattere, sparando e urlando da tutte le parti, ma la nostra inesperienza pagò presto il dazio: muovendosi in mezzo a noi velocemente come non avevo mai visto ci divisero, creando piccoli gruppi isolati in cui la confusione era totale. Ci arrendemmo dopo pochi minuti, con dieci dei nostri a terra insieme a uno, forse due dei loro. […]
Ci fecero marciare tutta la notte, tenendoci puntate addosso le nostre stesse armi. […]
Alla fine arrivammo ad una specie di campo mobile, dove fummo rinchiusi in un recinto di quattro lati. Ci tennero lì per oltre un giorno, distribuendo razioni di acqua ogni otto ore circa. […]
“Io tornerò a casa”. Era la seconda volta che lo ripeteva quella mattina. Mi sporsi per guardarlo: Myas era due file più avanti, in testa al gruppo. A fianco a me c’era Tyal, il portaordini, simile ormai ad un bastone con due occhi. Il Sole bruciava alla nostra destra – eravamo trentotto in tutto, vestiti degli stracci consumati che indossavamo quando ci avevano catturati. Alle spalle avevamo quasi trenta ore passate senza cibo dentro ad un recinto di metallo: il Sole, quella era l’unica cosa di cui non venivamo mai privati. Mi guardai le mani, senza riuscire a vederle del tutto – da qualche ora piccoli lampi avevano cominciato ad apparirmi davanti agli occhi, coprendomi la vista. Puntai lo sguardo in avanti, verso la colonna di rottami e vecchi veicoli che si stendeva verso l’orizzonte: i lampi dell’inedia si mescolavano negli occhi con i riflessi del metallo sotto la luce del Sole. Gli uomini cominciavano ad agitarsi, qualcuno sussurrava, qualcuno cercava posizioni impossibili per dare tregua ai muscoli delle gambe pur rimanendo in piedi; anche Tyal per un momento si aggrappò al mio braccio, strizzando gli occhi come se stesse per svenire. Myas era l’unico a non mostrare segni di cedimento: rimaneva fermo al suo posto, stringendo di tanto in tanto i grossi pugni; era il più alto e robusto del gruppo, e a guardarlo nello stato in cui io e gli altri versavamo in quel momento (stato da cui lui però non sembrava essere affetto) dava l’impressione di essere un gigante.
Aspettavamo in piedi ormai da ore – quando sarebbe finita?
Poi il soldato arrivò – cappello con visiera, uniforme con lo stemma della famiglia reale, folti baffi spioventi –, piazzandosi davanti a noi a gambe larghe. Scese il silenzio, ogni movimento si fermò, e il soldato cominciò a graffiare l’aria con la sua voce simile ad un ruggito: “Ben ritrovati, lucertole rinsecchite! Vi state godendo il soggiorno? Tutto offerto da sua altezza il re di Bahd, non dimenticatevelo!…purtroppo però ho una cattiva notizia: il nostro campo non può tenervi tutti. E’ pur vero che avremmo potuto farvi fuori subito e mandare le vostre teste alla vostra governatrice, ma – rise, grattandosi l’avambraccio – mentre quella strega di voi se ne frega, noi vogliamo dimostrarvi che siamo uomini di cuore…”. Mentre parlava, mi accorsi sforzando lo sguardo che degli uomini armati si stavano posizionando, ad una certa distanza, paralleli alla colonna di rottami, quattro da un lato e quattro dall’altro. “Quello davanti a voi – il soldato puntò il pollice alle proprie spalle – è quello che noi chiamiamo “corridoio dell’espiazione”. Gli uomini che vedete, paralleli ai fianchi del corridoio, sono i “giudici”. Alla fine del corridoio c’è una bandiera – chi la raggiunge potrà rimanere con noi come prigioniero. Quando sentite lo sparo cominciate a correre: i giudici hanno trentasette colpi in tutto, voi siete trentotto, quindi presumo che almeno uno di voi dovrebbe farcela. Attenti a non inciampare!”. Il soldato fece una risata orribile, sputò per terra e si allontanò.
Eravamo tutti immobili come sassi.
Avrei dovuto correre, pensai mentre cercavo di tenere a fuoco la vista, correre velocemente e sperare di non essere preso. Avrei dovuto tenere la testa bassa, sfruttare il riparo fornito dai rottami…mi sembravano tutti pensieri assurdi, dal momento che faticavo a stare in piedi – sarei svenuto dopo tre passi, pensavo. Nel silenzio totale che ci circondava, mi sembrò di sentire ancora una volta Myas sussurrare qualcosa sulla sua casa. Provai a pensare alla mia, di casa, ma non ci riuscii – nella mia testa c’era solo il corridoio di rottami, e il ghigno con i baffi del soldato. Cominciai a tremare dal collo alle ginocchia, senza riuscire a controllarmi. [...]
Poi un piccolo tuono scoppiò nell’aria, seguito da un tonfo sordo sulla sabbia. Pochi passi davanti a me un corpo giaceva a terra su un fianco: Myas era immobile, il cranio aperto in due.
Per un istante nulla si mosse nell’aria. L’istante dopo si scatenò l’inferno.
Trentasette uomini correvano nella sabbia, inciampando, spingendosi, sputando, inoltrandosi sempre di più tra lamiere arrugginite e acciaio contorto.
Io correvo, correvo, la testa che sentivo alleggerirsi ad ogni passo tenuta più in basso possibile, correvo con i piedi e con le mani, correvo con le ginocchia, mentre davanti a me vedevo uno, due, tre uomini cadere a terra morti e diventare ostacoli da evitare. La mia vista cedeva intanto sempre più il posto ai lampi, ma non me ne rendevo conto. Io correvo, correvo. un proiettile sibilando mi strisciò sul mento, e presto sentii il sangue colarmi sul collo. Correvo. “…quella strega di voi se ne frega…”. Correvo. Ad un certo punto qualcosa mi cadde sulla schiena, qualcosa di pesante, che mi schiacciò al suolo senza fiato. Vidi su di me gli occhi di Tyal. Dimenandomi istericamente mi tolsi il suo cadavere di dosso, mi alzai usando i gomiti e ricominciai a correre. La bandiera – non distinguevo più i colori, ma riuscii a distinguere l’asta. “…presumo che almeno uno di voi dovrebbe farcela.”. Correvo, ma mi sembrava quasi di volare. [...]
Nell’ultimo tratto rotolai letteralmente sulla sabbia, il mento che continuava a sanguinare, finché non sentii le mie costole sbattere contro un palo piantato nel suolo. Respiravo a fatica. Non sentivo più urla intorno a me, e anche gli spari sembravano essere cessati. Provai a distinguere qualcosa intorno a me: vidi tre sagome di uomini, tutte sdraiate o in ginocchio. Avevamo tutti una mano sull’asta della bandiera. Rivolsi lo sguardo al cielo. Sentivo il mio corpo sempre più lontano…
Un’ombra comparve davanti ai miei occhi: non riuscivo più a distinguere i contorni di ciò che vedevo, ma sentii una voce che sembrava distare molto più di quell’ombra che vedevo davanti a me. Era la voce del soldato con i baffi.
“Allora, voi quattro: cosa volete per cena?”
Mi sembrò di sentire una risata, poi svenni. [...]
Passai il resto della guerra in una enorme prigione ai confini del regno, condividendo una cella stretta come una tomba con altri due uomini della mia stessa squadra. Fu un incubo di sporcizia e di angoscia, che in meno di un anno uccise entrambi i miei compagni di cella. [...] Io mi sforzavo di resistere con ogni fibra martoriata del mio corpo, aggrappandomi a tutti i ricordi e i pensieri felici che trovavo nella mia testa. Un ricordo in particolare permise alla mia ragione di non svanire: il ricordo di quel giorno in cui da bambino incontrai il profeta Aèl, e lui mi incaricò di sorvegliare la sua casa in sua assenza. Allora era stato un gioco, ma ora, chiuso in quella cella, divenne improvvisamente la mia ancora di salvezza: decisi che sarei tornato ancora una volta a vedere quella casa.
Divenne un desiderio sempre più bruciante, e con esso aumentava la mia determinazione a sopravvivere. Questo pensiero, questa piccola scintilla nella testa, mi permise di vincere la follia e di resistere fino al giorno in cui, mesi dopo la fine della guerra, fummo liberati.
[...] quando feci ritorno alla Città Nuova, e dopo anni rividi la strada in cui ero cresciuto, scoprii che la casa di Aèl era stata tra i primi edifici ad essere distrutti durante il bombardamento della città. Non ne rimaneva quasi più niente. Poco tempo dopo il mio ritorno la popolazione cominciò ad abbandonare pian piano le periferie per spostarsi nell'area centrale: così feci anch'io, vivendo nei primi tempi in una casa che condividevo con altri veterani.
Non sono più tornato a vedere quella strada.”


PARTE SETTIMA: POST


“ E' incredibile ciò che mi circonda.
Se i muri delle case e le strade stesse potessero
assumere altra forma, sarebbe quella di un unico,
inerte, grande corpo senza vita dallo sguardo sbarrato.
Questa città aveva un'anima propria – noi
siamo stati capaci di lacerarla e di spargerne
i brandelli sulla sabbia senza ritegno.
Se guardo negli occhi di questa gente
vedo solo – il vuoto..”
- dal diario di uno storico del
Regno di Bahd, in visita alla
Città Nuova nell'anno 102.

Rimanevano in piedi solo due muri portanti, oltre alla scalinata semi crollata che terminava nel nulla. Tutto il resto erano macerie e pietre scheggiate, spazzate ogni tanto da folate di vento cariche di sabbia. Questo era, secondo la tradizione, ciò che rimaneva della casa del profeta Aèl.
Il ragazzo guardò per qualche istante ancora quei resti privi di vita e di scopo, poi se ne allontanò. Decise di addentrarsi tra i vicoli più piccoli, e dopo essersi spostato dal viso abbondanti ciuffi di capelli rossi imboccò il primo che si apriva alla sua destra.
Quella parte della Città Nuova era disabitata da tempo, e non si faticava a notarlo, pensò camminando tra gli edifici. Le pareti un tempo bianche erano ora perlopiù scheletri di pietra, esposte senza pietà all’opera del Sole e del tempo; le strade stesse, in quella zona, erano ridotte in uno stato tale da essere praticabili solo a piedi, e non senza difficoltà.
Si accorse di non provare tristezza in mezzo a quei resti, ma solo un remoto senso di solitudine. Un raggio di luce attraversava obliquamente uno squarcio che una volta era stato una finestra in un muro: ciò che vi poteva scorgere attraverso era la cupola squarciata dell’Accademia, che vista così sembrava un quadro in una cornice di macerie. Ad un certo punto un pezzo di un muro di fianco a lui crollò al suolo, come una scultura di sabbia investita alla sua base, ricoprendo l’area di una densa polvere bianca. Tossendo, il ragazzo se ne allontanò camminando a tentoni, e cercò alla meno peggio di ripulire la lunga veste scura che lo copriva dal collo alle caviglie. Si accorse di trovarsi in una strada più ampia ora: in fondo alla sua destra poteva scorgere alcuni uomini che si spostavano da un blocco di costruzioni ad un altro, portando sulle spalle e tra le braccia quelle che sembravano vecchie attrezzature industriali.
Proseguendo, la strada sotto ai suoi piedi si faceva più uniforme e agevole – capì che si stava avvicinando alla zona centrale della Città Nuova, quella ancora abitata. Ne ebbe la conferma quando riconobbe di stare percorrendo la vecchia strada principale, un tempo cuore pulsante del traffico cittadino. Ora si vedevano solo poche persone camminare cupe ai suoi lati, e non c’era presenza di veicoli. Seguì la strada camminandovi nel mezzo, consapevole dell’attenzione che attirava su di sé; si fermò quando arrivò davanti ad un piedistallo di metallo scuro, posto nel punto in cui la strada principale incrociava i binari ormai fuori uso che un tempo trasportavano materiali da una fabbrica all’altra. Su un lato del piedistallo era stata iniziata ma non conclusa una frase incisa, mentre sopra il piedistallo era stata eretta la statua in pietra di un uomo anziano con dei lunghi capelli. Gli altri lati del piedistallo, che in tutto ne aveva sei, non erano stati lavorati a dovere e portavano segni estesi di ruggine.
“Non tornare finché non li hai riportati dove li hai presi!”.
Si voltò di scatto verso destra, da dove aveva sentito quella voce:una ragazza con corti capelli neri raccolti da un lato e vestita di una tunica rossa stava ritta davanti alla porta di un edificio; stava guardando con espressione severa un ragazzino che si allontanava con aria sconfitta, reggendo dei piccoli oggetti nelle mani. Il ragazzo osservava incuriosito la scena, senza accorgersi che la ragazza aveva cominciato ad osservarlo.
“Salve!” lei gli disse, facendosi notare da lui.
“Buon pomeriggio” rispose il ragazzo con voce cortese.
Lei sembrò essere divertita dai suoi modi educati: ”Spero di non averti spaventato prima – mio fratello ha il brutto vizio di rubacchiare nei cantieri. Sei nuovo, del posto?”
“Sono arrivato questa mattina da Bahdlama con un cargo – abbiamo fatto sosta al Porto delle Sorgenti, dopo di che io sono sbarcato alla periferia sud della città.”
“Ma guarda, dritto dritto dalla capitale…”. La ragazza, che lo guardava sempre più incuriosita, si era spostata dalla porta dell’edificio e gli si era avvicinata. “…E perché saresti venuto qui, se posso?”
Lui rispose mantenendo un tono garbato: “Sto cercando di raggiungere il vecchio palazzo governativo, o per lo meno ciò che ne rimane.”
La ragazza, che lo aveva già squadrato da capo a piedi per almeno tre volte complete, colse l'occasione immediatamente: “Si trova più a nord, fuori dalla zona abitata. Non so chi o che cosa ci potrai trovare, ma se lo desideri ti ci posso accompagnare.”
Il ragazzo tacque per un breve istante osservandola, poi rispose: “Ti ringrazio.”
La ragazza sorrise e gli fece strada seguendo il percorso dei binari. Oltrepassarono una schiera di bassi edifici ingialliti, dopo i quali si apriva un piccolo spiazzo in cui dei ragazzini stavano giocando attorno ai resti di un vagone.
“Pensandoci bene, non so ancora il tuo nome…” disse lei, rallentando per permettergli di mettersi al suo fianco.
Il ragazzo rispose a voce bassa: “…Davatha.”
La ragazza lo guardò per un attimo con gli occhi sgranati, ma recuperò in fretta la sua prontezza di spirito: “Non è proprio un nome come un altro, il tuo. Il mio è Hana. Sai, Davatha, che questa città una volta ha conosciuto un gruppo di pazzi che portava il tuo nome? Esattamente si chiamava…”
“Il Culto di Davatha.” La ragazza alzò lo sguardo verso di lui.
“Precisamente. Erano degli squilibrati convinti di essere idealisti: durarono per poco, ma riuscirono a far parlare di sé. Tant’ è che la gente ancora li ricorda. Mi chiedo se i tuoi genitori pensassero a loro, quando ti hanno dato il nome…” disse queste parole con una nota di sospetto nella voce.
“Certamente no” rispose lui serio, per poi accorgersi che lei stava ridendo; sorrise allora anche lui, riconoscendole la vittoria.
Lasciarono i binari, dirigendosi verso quello che era stato un agglomerato industriale – da tempo si erano addentrati nella periferia.
“Abiti sola con tuo fratello, Hana?” chiese lui, mentre camminavano nell’ombra di un altissimo serbatoio.
“Sì, da quando nostra zia è morta. Comunque riusciamo a cavarcela anche da soli: io lavoro in una serra, mio fratello va a scuola e le pulizie di casa ce le dividiamo.”
“Quanti anni hai?”
“Non molti in meno di te, per quanto tu possa pensare” rispose lei, con tono volutamente provocatorio “ne ho diciannove.”
Uscendo dall’area industriale si trovarono in uno spazio più ampio, in cui gli edifici lasciavano il posto a basse condutture e valvole che percorrevano il terreno. Lei lo guidava sicura, come seguendo una pista che conosceva bene. “Ormai non manca molto. Prima, davanti alla mia casa…quando ti ho visto sembravi assorto di fronte alla statua di Aèl – noi a dirti la verità chiamiamo quel monumento “l’uomo sasso”. Ti piaceva così tanto?”
“Non particolarmente” rispose lui serio “guardandola pensavo solo che è l’unica cosa che mio padre abbia saputo dare alla Città Nuova. E non è nemmeno completata.”
“Tuo padre?!” esclamò lei “Tuo padre ha fatto quella statua?…”
“Non di persona – la fece commissionare a qualche incompetente a Bahdlama, pensando che sarebbe stata un primo passo per la rinascita della Città Nuova. Non so nemmeno se l’abbia mai vista. Per conto mio, questa è la seconda volta che vengo qui in tutta la mia vita: sono nato e cresciuto nella capitale, come mio padre.”
La ragazza lo guardava sempre più contrariata. “Tuo padre era per caso funzionario responsabile di questa città per conto del re?”
“No di certo; diciamo che però la Città Nuova è una questione di famiglia – mia nonna ne è stata governatrice, prima e durante la guerra.”
A quel punto Hana si fermò. Davatha smise a suo volta di camminare, la guardò sorpreso e si accorse dell’espressione impietrita sul suo volto.
“Tu…tu sei Davatha Ryn Tess, il nipote della governatrice Tess!” Non c’era più alcuna ironia nelle sue parole.
Davatha rispose asciutto: “A dire il vero, quando mia nonna è morta non era già più governatrice. Comunque sì, sono io.”
Hana indietreggiò da lui, senza cambiare espressione del volto: “Tu vieni qui…e ti fai guidare da me?! Cos’è, uno scherzo? Credi che qui siamo così stupidi da non sapere cosa succede nel mondo? Dov’è la tua scorta armata?…”
“Sinceramente non ne ho mai avuta una…” rispose pacato lui.
Davatha allora parlò con calma: “Senti Hana – sono qui solo e non ti voglio prendere in giro: ho bisogno di arrivare al Palazzo Governativo, e senza una guida mi sarebbe effettivamente complicato. Hai intenzione di aiutarmi – per favore?”
La ragazza rimase a guardarlo in silenzio per un po’, sembrando combattuta tra l'idea di lasciarlo solo, come punizione per averla ingannata, e l'interesse che lui le suscitava; dopo qualche istante distese i muscoli del viso in un sospiro, sistemò le pieghe del suo abito e con un mezzo sorriso disse: “Andiamo…“erede”.”
Si rimisero in cammino, questa volta uno dietro all’altro.
Dopo un percorso cosparso di macerie che un tempo erano state edifici, salirono sulla cima di una piccola collina fatta di rottami, dove Hana infine si fermò.
“Quel rudere laggiù” disse, indicando un largo edificio a base rettangolare che tra le poche tracce rimaste di intonaco bianco portava grossi segni di esplosioni “è il Palazzo Governativo. Ora dimmi la verità: non sei venuto qui per riprenderti l’uomo sasso, vero?”
Davatha guardò in silenzio lei e poi il paesaggio intorno a loro; trasse un lungo respiro, poi disse: “Le storie dicono che quando Aèl tornò dal suo pellegrinaggio, prima di morire rivelò tutto ciò che aveva scoperto unicamente a mia nonna. Mi chiedo se le parlò anche di ciò che ci circonda adesso.”
Hana fece una breve risata: “Beh, mi chiedo cosa rivelerei io dopo anni passati a vivere nel deserto. Con o senza l’aiuto di profeti, tua nonna ha comunque saputo salvare la Città Nuova, facendola diventare protettorato del Regno di Bahd e ponendo fine alla guerra – si è trovata da sola a dover garantire la sopravvivenza di una popolazione, e ha fatto la scelta migliore.”
“Ma non se l’è mai perdonato, e ha scelto di vivere con la sua famiglia in esilio fuori dalla Città Nuova, lasciandola completamente sotto la responsabilità del governo di Bahdlama…E i risultati sono abbastanza evidenti.”
Hana non rispose subito. Si guardò intorno anche lei, ricordando la sua infanzia vissuta tra le rovine, poi scosse la testa e disse: “La responsabilità è degli abitanti di questa città. Avremmo dovuto rimboccarci le maniche fin da subito, rendendoci conto che ci trovavamo sotto un governo che ci poneva all’ultimo posto nella scala delle priorità. Invece abbiamo aspettato e aspettato, mentre le abitazioni che le bombe avevano lacerato crollavano pezzo dopo pezzo. Ci stiamo svegliando solo ora, cominciando con il ripulire dalle macerie le vecchie fabbriche delle periferie. Il difficile è prevedere se torneranno mai a funzionare. Ma tu?…Tu cosa cerchi qui? Puoi permetterti di vivere la tua vita intera nei lussuosi e ipocriti salotti della capitale, con ogni cosa a tua disposizione. Vuoi venirmi a raccontare che avevi bisogno di vedere questa desolazione per sentirti più felice?” Davatha sorrise, pensando che una ragazza come quella non l’aveva mai conosciuta nella capitale, né tanto meno nelle altre aristocratiche città del Bahd che aveva visitato.
“Nel Regno le cose non vanno lisce come sembra: le incrinature ci sono e anche abbastanza profonde. I problemi più impellenti al momento sono quelli interni alla corte, e ci sono mille modi in cui le cose potrebbero evolversi. E di questo, al momento giusto, io intendo approfittare.”
“Approfittare? Per cosa?”
“Per ricostruire, per creare di nuovo. Se le cose andranno come prevedo, tra non molto nessuno alla capitale avrà tempo o voglia per occuparsi di un possedimento semi abbandonato come la Città Nuova. Quello sarà il momento giusto per cominciare a tagliare i ponti e mettersi a lavorare da soli – voglio organizzare la ricostruzione delle fabbriche, la ri-popolazione delle aree periferiche, voglio ridare a questa città una guida e uno scopo. Non sarò solo, avrò gli uomini e le risorse che mi serviranno – ci sono molti abitanti della Città Nuova nel Regno di Bahd, trasferitisi lì dopo la fine della guerra, che non chiedono di meglio che ridare al loro paese natio la dignità che gli è stata tolta. Ho passato gli ultimi cinque anni lavorando a questo piano, e ormai il momento che mi serve e che attendevo è sempre più vicino. La Città Nuova tornerà a vivere, e quando avremo raggiunto il nostro traguardo è probabile che non ci sarà più alcun Regno di Bahd con cui dover fare i conti. Devo solo giocare le mie carte.”
Quando smise di parlare, Davatha aveva un’espressione che per certi versi ricordava una tempesta, una delle più terribili. Per tutta la durata del suo discorso, Hana lo aveva fissato negli occhi: chiunque quel ragazzo fosse, aveva pensato, non sarebbe mai stato un tipo da salotti – non lui, non con quello sguardo.
Ora che aveva finito di parlare, gli sorrise gentilmente e disse: “Adesso devo andare, mio fratello ormai sarà ritornato. Ti auguro buona fortuna, Davatha.”
Lui le sorrise a sua volta. “Grazie per l’aiuto” rispose, mentre lei si stava già incamminando verso casa.

Cronologia

Anno -11
Plausibile data dello scioglimento
della Grande Nazione.

Anno -9
Simris Sirmis comincia l’opera di
proselitismo.

Fine anno -4
Separazione di Davatha dalla
comunità di Simris Sirmis.

Anno –3
Morte di Simris Sirmis;
fondazione della Città delle Sorgenti.

Anno –2
Creazione delle Tre Torri.

Anno –1
Cacciata di Davatha dalla Città delle Sorgenti; il governo dei Maestri viene consolidato nella Cittadella delle Tre Torri e nella Città delle Sorgenti.

Anno 0 delle Città Fedeli
Nascita della prima generazione controllata.

Anni dal 5 al 12
Fondazione della Città Bianca, e della Città Lunga.

Anno 13
Fondazione della Città della Roccia Grigia,
inizialmente un mercato e deposito a cielo aperto.

Anno 14
Viene stabilita la federazione delle Città Fedeli, il cui governo è posto nelle mani dei Maestri.

Inizio anno 15
Stesura definitiva della costituzione
delle Città Fedeli.

Anno 47
Apertura delle Miniere Basse sotto
la Città della Roccia Grigia; in un Concilio di tutti i Maestri tenutosi alla Torre Est viene stabilita e scritta la Storia ufficiale delle Città Fedeli.

Anno 89
Viene completata la raccolta di opere antiche della biblioteca della Città delle Sorgenti.

Anno 93
Ampliamento delle Miniere Basse: si
costruiscono degli insediamenti sotterranei.
Apertura delle Miniere Alte.

Anno 117
Crollo delle Miniere Basse, nel quale
vengono distrutti gli insediamenti.
I superstiti si stabiliscono permanentemente
nella Città della Roccia Grigia.
Ogni opera di scavo per il futuro viene abolita.

Anni dal 156 al 228
Si avvicendano quattro commissioni di Maestri
per studiare alcuni testi presenti nella biblioteca
della Città delle Sorgenti.

Anno 780
Nascita trenta-novesima
generazione controllata (Aèl).

Anno 798
Primi casi riscontrati della malattia.

Anno 800
Ritrovamento rovine del tempio nel deserto.

Anno 805
Cacciata di Aèl.
“Epurazione” della biblioteca della
Città delle Sorgenti.

Inizio anno 808
Arrivo di Aèl all’accampamento dei fuggitivi, accompagnato da Moad Omlady.

Anno 0 della Città Nuova (anno 809 delle Città Fedeli)
Fondazione Città Nuova.

Anno 2
Aèl viene posto all'unanimità alla
guida della Città Nuova: viene creato
il Consiglio. Alla fine dell'anno viene ultimata la costruzione del Palazzo dell' Amministrazione.

Fine anno 5
Lay Omlady, figlia di Moad Omlady,
arriva alla Città Nuova, dove conosce Sarel Dar.

Anno 12
Costruzione prima Accademia
(poi Vecchia Accademia).

Anno 31
Nasce Tess Omlady Dar,
figlia di Lay Omlady e Sarel Dar.

Inizio anno 49
Tess Omlady Dar comincia a
lavorare al Palazzo dell'Amministrazione.

Anno 51
Inizio pellegrinaggio nel deserto di Aèl.

Anno 56
Prime manifestazioni
pubbliche del Culto di Davatha.

Fine anno 57

Nomina di Tess Omlady Dar a
governatore della Città Nuova: il
Palazzo dell' Ammistrazione viene
ribattezzato Palazzo Governativo.
Vengono stabiliti contatti con il Regno di Bahd.

Anno 59
Primi dissapori tra Regno di Bahd e Città Nuova sullo sfruttamento delle risorse idriche.

Anno 60
Durante l'estate scoppia la guerra tra la Città Nuova e il Regno di Bahd: la causa scatenante è ufficialmente l'attacco sferrato da alcuni seguaci del Culto di Davatha ad una carovana di Bahd.
Alla fine dell'estate il Culto di Davatha
viene definitivamente soppresso.
Ritorno e morte di Aèl in una sera di autunno.

Anno 63
Armistizio della Città Nuova,
che diventa protettorato del Regno di Bahd.

Fine anno 63
Tess Omlady Dar lascia la carica di governatore e si trasferisce con la famiglia nella capitale del regno, Bahdlama.
Il Consiglio riacquista i pieni poteri di
governo sulla Città Nuova, sotto la supervisione di un sovrintendente del Regno di Bahd.

Anno 65
Nasce Dian Ryn Tal, terzo figlio di
Tess Omlady Dar e Manat Ryn Siah.

Anno 83
Prima visita alla Città Nuova di Dian Ryn Tal.

Anno 85
Il Regno di Bahd assegna alla Città Nuova autonomia nella gestione delle risorse - le periferie della città vengono definitivamente abbandonate.
Il sovrintendente in carica viene fatto ritirare dalla Città Nuova.

Anno 91
Nasce Davatha Ryn Tess, primo figlio di Dian Ryn Tal e Heyda Amr.

Anno 94
Su progetto di Dian Ryn Tal viene
portato alla Città Nuova da Bahdlama
un monumento raffigurante Aèl, con
l'intenzione originaria di terminarne
la lavorazione sul posto.

Anno 101
Il sovrano di Bahd entra in conflitto con la sorella quando questa decide di lasciare la corte fino a quando suo figlio non venga riconosciuto quale unico successore legittimo al trono.

Anno 105
Morte di Tess Omlady Dar, seguita poco dopo
da quella del marito.

Anno 104
Prima crisi alla corte di Bahdlama: i pagamenti dei soldati vengono sospesi.
In autunno scoppiano rivolte nelle periferie della città.

Anno 105
Prima visita di Davatha Ryn Tess
alla Città Nuova, accompagnato dalla madre.

Anno 109
Il primo comandante dell’esercito
di Bahd, e con lui gli ambasciatori di
altre due città del regno, lasciano la
corte appoggiando la causa della sorella del sovrano.

Anno 114
Seconda visita di Davatha Ryn Tess
alla Città Nuova.

99 anni dopo...

L’incompetenza di certe persone è drammatica. Un titolo e un nome a volte sono quanto di più simile ci sia ad un decreto che autorizzi legalmente una catastrofe, se associati alla persona sbagliata. Non riusciva, per quanti sforzi facesse, a dare un tono più sereno ai suoi pensieri.
Tornò a guardare la lettera sul tavolo davanti a lui – avesse avuto uno specchio, l’immagine riflessa gli avrebbe restituito uno sguardo tra il disprezzo e la compassione.
Lesse per la quarta volta le ultime righe “...è quindi con profondo dispiacere che informo Vostra Eccellenza del nuovo crollo delle fondamenta appena concluse. Come ho già detto, nessuno è imputabile se non il fornitore del granito lavorato nel quale Vostra Eccellenza aveva riposto sì tanta fiducia. D’altronde, come avevo in precedenza fatto notare, rivolgersi per tali merci – ma in vero anche per molte altre – ai venditori di Bahd non è…”. Si fermò. Questa volta era il fornitore che veniva portato sul patibolo delle responsabilità: la volta prima erano stati gli operai che non capivano le istruzioni, quella prima ancora le tane di serpente sotterranee che destabilizzavano il terreno in superficie. Le tane di serpente erano state riempite, gli operai cambiati con altri più specializzati. Questo era stato il terzo tentativo – tre tentativi, tre progetti ogni volta diversi, tre fallimenti. Ora cosa avrebbe dovuto fare, cercare un nuovo fornitore, con tutti gli affari più importanti che doveva seguire? Tutto per aver seguito il consiglio della figlia di far edificare un nuovo tempio di Aèl al centro del quartiere incendiato. Quaranta giorni di fiamme, quasi novanta i morti, famiglie su famiglie senza una casa che andavano aiutate. Allora sua figlia aveva tirato fuori quell’ idea, per dare qualcosa in pasto agli sfollati in attesa che si trovassero i mezzi per ridare loro una casa. Senza un tetto, ma con l’anima rinfrancata.
Lei lo aveva proposto, lui lo aveva ordinato. Primo errore. Il secondo errore era stato di dare l’incarico al marito di lei, capo progettista dell’Accademia con la testa tanto gonfia quanto vuota. Se non avesse avuto vincoli familiari, e se avesse avuto tempo per cercare un altro progettista, avrebbe licenziato quell’incapace già da tempo. E i lavori non potevano nemmeno essere disdetti, ormai – ne andava della serenità di centinaia di persone, nonché della sua credibilità.
Con aria sconsolata, si alzò lentamente dalla sedia e si voltò per guardare dall’ampia vetrata alle sue spalle. L’oscurità era calata, sulla città, mentre le ultime lingue di fuoco si spegnevano sulle cime degli accumulatori industriali. Il silenzio, come sempre, seguiva fedelmente l’incedere della sua padrona la notte.
Sospirò silenziosamente, dopo di che uscì dallo studio. Le torce lungo i corridoi del palazzo erano ancora tutte accese, notò, mentre chiudeva la porta alle sue spalle e congedava il soldato che lì era stato di guardia fino a quel momento. Almeno fino al giorno dopo, voleva potersi muovere senza vedere uomini armati intorno a lui, le guardie avrebbero potuto fare il lavoro all’esterno dell’edificio. Entrò nella prima porta alla sua sinistra, che dava all’ala ovest della sua biblioteca personale – non sentiva ancora il bisogno di dormire, e decise di godersi quel momento in cui il palazzo era così beatamente deserto. Consiglieri e segretari erano tornati alle loro case da ore ormai, mentre tutta la sua famiglia dormiva (a giudicare dal silenzio) negli appartamenti al piano superiore.
L’ala ovest della biblioteca, come anche l’ala est, più che una stanza con dei libri era una montagna di libri scavata all’interno in modo da creare uno spazio vitale. Le pareti non si scorgevano dietro agli altissimi scaffali scuri imbottiti di volumi che le ricoprivano – la carta scritta si era appropriata di ogni frammento di superficie verticale di quella stanza, salve le tre porte distribuite su due pareti. Mentre il pavimento era ricoperto da un sottile tappeto del colore del cielo all’alba, il soffitto era un unico grande affresco che narrava in diverse scene la vita e le gesta del profeta Aèl (nell’altra ala colori e arredamento erano uguali, ma l’affresco sul soffitto era dedicato a Tess Omlady Dar e alla sua discendenza). Si guardò intorno lentamente, mentre si spostava al centro della stanza illuminata di una luce giallo pallido. Percorse con gli occhi gli scaffali davanti a lui, dalla loro base fino al punto in cui toccavano il soffitto. Libri, libri, fogli arrotolati, libri, fogli impilati, libri. Delle due porte sulla parete che stava guardando, quella a destra, la più piccola, conduceva ad una stanza ancora più stipata e stretta, che lui chiamava “l’angolo buio”. Lì dentro erano custodite le opere più rare della collezione, nonché da lui preferite. Aprì la porta per entrarvi, ma appena ebbe piegato la maniglia un piccolo grido quasi lo fece saltare all’indietro; quando la porta fu completamente aperta si accorse della figura al centro della piccola stanza.
“Nonno!...” esclamò la ragazza, che seduta sull’unica poltrona presente con un vecchissimo volume in grembo lo guardava con gli occhi sgranati di chi si sta riprendendo da uno spavento. Indossava una camicia da notte bianca, lunga fino ai piedi.
“Tu cosa ci fai qui?” le chiese, richiudendosi la porta alle spalle.
“Quello che credo stia facendo anche tu: aspetto il sonno.”
Sua nipote: diciassette anni di boccoli neri e cervello fino – si era sempre chiesto cosa potesse avere in comune con il padre, incapace anche di progettare una pila di detriti.
Vedendo l’interrogativo che gli nasceva in volto, lei lo anticipò sul tempo: “Non ti preoccupare, sono l’unica oltre a te ad essere ancora in giro per il palazzo. Mia sorella è a dormire, e così anche i miei cugini e la zia. La nonna stasera era stanchissima, e mi ha chiesto di darti la buonanotte da parte sua, se ti avessi incontrato, perché lei non aveva intenzione di aspettarti per dormire.”
Lui sorrise – nelle ultime settimane aveva preso il vizio di lavorare fino a tardi, molto tardi. La lettera di quel giorno, poi, gli aveva particolarmente alterato l’equilibrio.
“Cosa stai leggendo?” le chiese, appoggiandosi con la schiena alla porta.
Lei calò gli occhi sul libro che aveva ancora tra le mani: “Il libro più polveroso che abbia mai visto. A parte questo, è un saggio sui primissimi anni di storia della nostra città, quando c’era il profeta Aèl al potere. Mi ha attirato soprattutto il titolo: - La goccia tra i due fuochi: nascita e sviluppo della Città Nuova -.”
Lei alzò lo sguardo dalle pagine, e lui la guardò negli occhi.
Ricordava quel libro. Quello che non riusciva a ricordare era quando fosse stata l’ultima volta che avesse sentito qualcuno pronunciare quel nome, il vecchio nome: “Città Nuova”. Anni e anni prima, cinquanta o forse più, quando ancora frequentava l’Accademia.
“Hai notizie di tua madre?”
“Sì. E’ arrivata stamattina a Bahdlama insieme a mio padre, per andare a parlare con un certo qualcuno che produce granito lavorato – e per non dovermi riferire di persona dell’ennesimo fallimento dei lavori, pensò lui - . Mi ha scritto anche che lì ha incontrato lo zio, che in questo periodo è di stanza da quelle parti con il suo reggimento, anche se credo questo tu lo sappia già…” concluse la ragazza, con un sorriso e uno sguardo d’intesa.
Sì, lo sapeva – il suo secondo figlio, ufficiale superiore di fanteria leggera; il suo secondo figlio, che cercava la gloria servendo la propria patria; il suo secondo figlio, che sfortunatamente per i suoi sogni era nato in un tempo in cui non c’erano più nemici.
Prese gentilmente il libro dalle mani della nipote, lo guardò per qualche istante, dopo di che lo chiuse e lo ripose su uno scaffale. “Adesso è tardi anche per te, direi…” le disse, mentre le porgeva una mano per rialzarsi dalla poltrona. La ragazza accettò l’aiuto e si mise velocemente in piedi; si incamminò verso la porta, ma quando ebbe posato una mano sulla maniglia si voltò.
“Sai, pensavo, leggendo quel libro…”
“A cosa pensavi?”
“Al modo in cui sono andate le cose, a come ci siamo sviluppati – voglio dire, la nostra città ma anche la nostra famiglia. Se guardi a come tutto è cominciato: non è…straordinario?.”
Lui le mandò in risposta un sorriso, che lei ricambiò.
“Credo che tornerò qui anche domani. Buonanotte, nonno.”
“Buonanotte…”
La porta si chiuse.
Rimase fermo in piedi alcuni istanti, lasciando che i suoi pensieri divagassero. Alla fine si sedette sulla poltrona, liberando il secondo sospiro della serata – questa volta non si preoccupò di renderlo silenzioso. Massaggiandosi la fronte con le dita, mosse gli occhi distrattamente lungo le pareti della stanza, fino a incontrare l’unico spazio non ricoperto dai libri. Lì il suo sguardo si fermò. In quel piccolo riquadro di muro c’era un suo ritratto a mezzo busto, uno dei tanti che tappezzavano il palazzo. Quello in particolare, che mostrava sempre di più il contrasto con l’originale, l’aveva voluto in quella stanza riservata (ma non a prova di nipoti…) per motivi affettivi: era stato uno dei primi in assoluto ad essere dipinti dopo la sua investitura.
Alla base del quadro era stata posta una piccola piastra metallica con su incisa una scritta, che recitava:
- Davatha Ryn Tess III°, nipote di Davatha Ryn Tess “il grande”, Signore di Bahd e della città di Tessia, Primo Sacerdote del Culto Aéliàno e patriarca della famiglia Ryn Tess. -
Aveva chiuso gli occhi solo da pochi minuti, quando cominciò a sentire quel nome risuonare da un angolo lontanissimo della sua mente. Si vide avvolto nella pesante veste rossa e nera, intento a prepararsi per la cerimonia che si sarebbe tenuta il giorno dopo. Era nella stanza delle udienze, all'ultimo piano del palazzo: il balcone era a pochi passi da lui, e il coro di voci all'esterno tuonava sempre più forte. Gridavano tutti quel nome. Lui era davanti ad uno specchio: vide sé stesso indossare al collo lo stemma in metallo della sua famiglia, poi l'alto copricapo di Primo Sacerdote. Era pronto; poteva sentire il coro rimbalzare sulle pareti dell'edificio. Nel momento in cui uscì all'esterno, le voci della folla riempirono l'aria, e lui ora lo poteva distinguere chiaramente: quel nome – il suo nome.
“DAVATHA! DAVATHA! DAVATHA!”

“Viviamo nel deserto, ma non siamo polvere;
siamo sferzati dal vento e abbagliati dal Sole,
ma il calore non ci consuma e come cenere
noi non voliamo via. Noi siamo fiamme,
e come tali possiamo ardere fino
ad accecare il Sole e soffocare il vento.
In noi giace un sogno ancora incompiuto, insieme
alle speranze e ai patimenti dei nostri padri e
dei nostri profeti – e se tale è il nostro fardello,
ebbene che esso sia piuttosto la nostra forza!
Se abbiamo diritto su ciò che ci è stato lasciato,
non abbiamo forse il dovere di onorarlo
come meglio possiamo?
E allora onorandolo nei giorni a venire
ricordate queste parole, poiché da questo momento
voi vivete in me e io sono tutto ciò che voi
potete - “
- Davatha Ryn Tess, alla cerimonia
della propria investitura

STORIA DI UNA DINASTIA

Il più antico progenitore della famiglia Ryn Tess di cui si abbia notizia è Moad Omlady (29 pCN – 43), abitante della Cittadella delle Tre Torri che negli ultimi anni del regime dei Maestri fuggì nel deserto, dove incontrò, fatto storicamente accertato, il profeta Aèl. Moad Omlady apparteneva alla generazione che diede luce alla Città Nuova, sotto la guida del profeta di cui, è noto, fu grande amico in vita.
Quando fuggì dalla Cittadella, Moad Omlady aveva una figlia di sette anni allieva dei Maestri nelle Tre Torri: Lay Omlady (9 pCN – 48) trascorse almeno altrettanti anni alla Cittadella, vivendone le ultime agonie, prima di essere colpita dalla Malattia e di diventare uno dei primi allievi delle Tre Torri a fuggire. Quando alla fine dell’anno 5 Lay Omlady giunse alla Città Nuova e rivide il padre per la prima volta dopo anni, conobbe il suo coetaneo Sarel Dar (9 pCN – 48), studente della Città della Roccia Grigia arrivato poco tempo prima di lei. Poco si sa delle origini di Sarel Dar: sembra che sua madre fosse morta nel deserto nel tentativo di trovare uno dei primi accampamenti, ma è un fatto difficilmente confermabile. Nei suoi primi anni alla Città Nuova egli visse solo, fino all’anno 11 quando lui e Lay Omlady si sposarono. I due lavorarono insieme per molti anni allo sviluppo delle centrali energetiche, dedicandosi occasionalmente all’istruzione dei più piccoli (in quei primi periodi non esistevano professioni fisse nella Città Nuova). Non ebbero figli che in tarda età, quando nell’anno 31 nacque loro una bambina che chiamarono Tess Omlady Dar (31 – 105), dall’unione dei loro nomi. La piccola Tess crebbe nell’affetto dei genitori e del nonno, che tuttavia morì quando lei aveva solo dodici anni. Una delle migliori studentesse della Vecchia Accademia, durante l’ultimo anno perse entrambi i genitori nell’esplosione di un accumulatore sperimentale a cui stavano lavorando; il profeta Aèl, che era stato amico tanto di suo nonno quanto dei suoi genitori e che l’aveva vista crescere dal primo giorno, si incaricò allora personalmente di farle completare gli studi e in seguito di inserirla tra i suoi collaboratori.
Fu lavorando negli ambienti amministrativi che Tess conobbe Manat Ryn Siah (29 – 105), giovane assistente progettista anch’egli orfano di entrambi i genitori. Quando nel 57 Tess Omlady Dar fu investita dal Consiglio della carica di Governatrice, lei e Manat Ryn Siah erano già sposati da cinque anni e avevano già avuto due figli: una femmina, Ava Ryn Tal (53 – 99), e un maschio, Moad Ryn Tal (56 – 133).
Si ritiene sia stato durante gli anni del suo governo che la popolazione abbia cominciato a divinizzare la figura di Aèl, erigendogli i primi altari: questo costume assunse via via più peso presso la cittadinanza, fino a culminare con il ritorno e la morte di Aèl e durante gli anni del conflitto – pur non ufficialmente, il culto della figura di Aèl divenne pratica comune in tutta la Città Nuova.
Finita la guerra con il Regno di Bahd nel 63, Tess Omlady Dar si ritirò in esilio con la famiglia nella capitale Bahdlama, dove nel 65 partorì il suo ultimo bambino, Dian Ryn Tal (65 – 142). Tormentata per tutta la vita dai rimorsi per il suo fallimento, l’ex governatrice non ebbe a trarre soddisfazione neppure dai suoi figli: cresciuti negli ambienti della capitale, si adattarono e fecero propri stili di vita del tutto diversi da quelli sperimentati in gioventù dai loro genitori. Ava, la primogenita, si dimostrò ben presto uno spirito dissoluto e interessato solo al divertimento – passò la vita frequentando i circoli dell'alta borghesia di Bahdlama (si dice che in gioventù abbia anche fatto parte per breve tempo di una oscura organizzazione in seguito abolita dal sovrano), per poi morire precipitando da un palazzo nel corso di una festa; Moad, il medio, fu per tutta la vita un uomo debole, succube della figura di rilievo della madre, il cui unico interesse da adulto fu di collezionare antichi manufatti di poco valore che stipava nella sua casa alla periferia della capitale; Dian, il più giovane, amava coltivare ideali e sogni che considerava della massima nobiltà ma che non lo portarono mai a concludere alcunché. Egli, convinto di poter riportare la gloria alla Città Nuova, si sposò (unico tra i suoi fratelli) con una giovane appartenente ad una delle maggiori famiglie di Bahdlama, Heyda Amr (66 – 139), conosciuta negli ambienti intellettuali della città. La donna, non si sa se per convinzione o per vincere la noia di una vita troppo agiata, acconsentì a finanziare con i soldi della sua famiglia i progetti del marito per aiutare la Città Nuova, nessuno dei quali andò però a compimento. La coppia ebbe due figli, Davatha Ryn Tess (91 – 152) e Lay Ryn Tess (93 – 102). Quest’ultima, nata con una grave malformazione della pelle, morì all’età di appena nove anni, cosa che contribuì a dividere sempre più i genitori nel corso degli anni. Davatha, il primogenito, fu per tutta l’infanzia molto legato alla nonna paterna, che lo ricambiava pur non avendo mai approvato il nome che i suoi genitori avevano scelto per lui. Giunto all’età adulta, Davatha Ryn Tess mise in atto il progetto che gli avrebbe fatto guadagnare il titolo di “grande”: approfittando del crescente declino della dinastia regnante di Bahd, cominciò a far ricostruire la Città Nuova, prima le case e poi le industrie, ripopolando le zone abbandonate e imponendosi come Guida (un titolo non ufficiale) della Città Nuova. Sposatosi nel 117 con Hana Din Ruan (95 – 138), stabilì l’immutabilità del secondo nome Ryn Tess per tutta la sua discendenza (in precedenza i nomi dei nuovi nati venivano completati con parti dei nomi dei genitori o con suffissi ben-augurali). Deciso a fondare una dinastia, stabilì inoltre (senza trovare peraltro ostacoli da parte della popolazione) che la Città Nuova sarebbe stata nel tempo sottoposta alla guida dei suoi discendenti primogeniti. Quando nel 125 il Regno di Bahd vide la propria famiglia reale venire uccisa durante una rivolta e sprofondò nell’anarchia, Davatha Ryn Tess (che secondo alcuni aveva avuto parte nel fomentare la rivolta contro i regnanti) si auto-proclamò ufficialmente Signore della Città Nuova e si affrettò ad offrire gli aiuti della sua città alla popolazione di Bahd; sciolse inoltre definitivamente il Consiglio della città (un'istituzione già da tempo vuota di significati e di poteri), salvo riassumerne subito dopo i membri in qualità di suoi consiglieri personali.
Non passò molto tempo che egli decise di mettere mano all'unica cosa che in tutti gli anni trascorsi fino ad allora aveva tenuto unita la gente della Città Nuova: il culto di Aèl. Sopravvissuto nella vita della popolazione, esso venne ufficialmente dichiarato religione della Città Nuova, organizzato nelle sue forme e fornito di una gerarchia di sacerdoti.
Fu seguendo i (nuovi) riti di questo culto che Davatha Ryn Tess consacrò lo scettro che a partire da lui sarebbe stato in mano a tutti i futuri Signori della Città Nuova: si trattava di un pezzo di metallo unito ad una pietra che egli aveva trovato tra le rovine della casa di Aèl – per questo motivo, oltre che per la consacrazione ricevuta, lo scettro dei Signori della Città Nuova venne spesso definito altresì “scettro Aéliàno”.
Davatha Ryn Tess ebbe tre figli: Davatha Ryn Tess II° (118 – 179) e i due gemelli Heyda Ryn Tess (120 – 197) e Sar Ryn Tess (120 – 193), entrambi destinati a diventare insegnanti dell'Accademia.
Quando il primogenito Davatha Ryn Tess II° prese il potere alla morte del padre nel 152, ciò che rimaneva del territorio di Bahd era del tutto soggetto economicamente alla Città Nuova; egli decise quindi di inglobare ufficialmente il Bahd nel dominio della sua famiglia. Il passaggio fu siglato in via definitiva nell’anno 159, in cui si provvide anche a ribattezzare la Città Nuova come “Città di Tessia”.
Davatha Ryn Tess II° fece inoltre riprogettare lo schema urbano della città, nonché il Palazzo Governativo, già fatto ricostruire in precedenza dal padre.
Sposatosi nel 139 con Rèla Haim (121 – 189) – una ragazza con cui era lontanamente imparentato da parte di madre, scelta per lui dal padre – ebbe da lei un solo figlio, Davatha Ryn Tess III° (143 -). Egli, primo della dinastia, si sposò nel 169 con una donna del Bahd, Tia Am Hat (145 -), ultima discendente di una nobile famiglia ormai decaduta. Salito al potere nel 179, ebbe due figli: Hana Ryn Tess (174 -), primo caso di primogenita donna della dinastia, e Thyal Ryn Tess
(177 -), destinato alla carriera militare. Entrambi, come il padre, si unirono in matrimonio a nativi del Bahd. La primogenita Hana si sposò così nel 193 con Hetbeg Sijl (173 -), progettista dell’Accademia nato a Bahdlama e cresciuto nella Città di Tessia, da cui partorì le figlie Ava Ryn Tess (196 -) e Réla Ryn Tess (200 -); il secondogenito Thyal si sposò invece nel 197 con Jathbeth Kéel (179 -), proveniente da un lontano ramo dell’antica famiglia reale di Bahd, da cui ebbe tre figli maschi: Manat Ryn Tess (199 -), Haral Ryn Tess (201 -) e Ditus Ryn Tess (204 -).

CANTI DI AÈL

Successivamente alla fine della guerra, quando le periferie della città venivano gradualmente abbandonate, il Consiglio della Città Nuova, in veste di nuovo organo governativo, scelse di assumere come nuova sede per l'amministrazione uno dei più antichi edifici costruiti lungo la Strada Principale. La cosa ebbe diverse ragioni: innanzitutto si cercava una maggiore vicinanza fisica tra il Consiglio e l'area effettivamente abitata della città. In secondo luogo il drastico calo della popolazione dopo la guerra aveva ridotto proporzionalmente il numero di personale necessario all'amministrazione della città, rendendo preferibile una sede di dimensioni ridotte.
Il Palazzo Governativo, profondamente segnato dagli effetti del conflitto, veniva così abbandonato dopo quasi settant'anni di utilizzo nei quali aveva rappresentato il cuore simbolico (insieme all'Accademia) della Città Nuova. A partire dagli ultimi anni del primo secolo venne de facto trasformato in deposito: in esso furono nel tempo accumulate la maggior parte delle attrezzature industriali scampate alla distruzione ma prive ormai di uso, dato lo stato catastrofico in cui dopo la fine della guerra versavano le fabbriche (le quali furono parzialmente svuotate dalle macerie e adibite a magazzini per le risorse alimentari).
Le cose non mutarono fino a quasi due decenni dopo quando, parallelamente alla crescente crisi interna del Regno di Bahd, la popolazione della Città Nuova cominciò a riacquistare maggior interesse nello stabilire da sé la propria autonomia: si rivolse quindi l'attenzione alle fabbriche per la loro funzione originaria, recuperando le vecchie attrezzature dalle rovine del Palazzo Governativo le cui stanze rividero così la luce dopo anni.
Al tempo non c'erano né i mezzi né la volontà per ricostruire l'edificio, ma diversi abitanti della città, soprattutto tra i più giovani, presero l'abitudine di esplorarlo, ultimo emblema di un passato sempre più pallido nella memoria. Fu in una di queste occasioni che Hana Din Ruan, visitando l'edificio insieme al fratello, scoprì in una piccola stanza all'ultimo piano una parete semi-distrutta dentro alla quale erano celati dei fogli scritti a mano. La ragazza, pur non essendo certa di ciò che rappresentassero, decise di tenerli per sé.
Non ne parlò con nessuno se non dopo alcuni anni, quando li mostrò all'auto-proclamatasi “Guida” della Città Nuova Davatha Ryn Tess, con cui era prossima a sposarsi. Egli, da subito interessatosi ai documenti, ebbe l'idea di confrontarli con i vecchi verbali manoscritti presenti nell'archivio storico della città; pur non trovando nulla che vi assomigliasse, Davatha non impiegò molto a scoprire che la paternità di quei fogli era da attribuirsi alla mano di Aèl stesso. Ritenendo la scoperta di importanza fondamentale per il suo progetto di ricostruzione, decise di diffondere al più presto la notizia dell'esistenza di quei documenti in tutta la Città Nuova. Custoditi tra i più preziosi documenti storici della città, con la salita al potere ufficiale di Davatha Ryn Tess fu intrapreso anche il loro insegnamento nella rinnovata Accademia, con il nome di “Canti di Aèl”.
Mai chiarito a pieno il loro significato, si è a lungo ritenuto di poter leggere in essi evidenti espressioni della preveggenza di Aèl,: molti furono gli studiosi che ritennero di poter individuare in quelle parole la descrizione degli eventi che sarebbero seguiti alla partenza di Aèl per il suo pellegrinaggio. Questa linea interpretativa, per un certo tempo sostenuta anche dal governo, fu tuttavia in seguito gradualmente abbandonata in favore di una lettura più semplice, volta a vedere nei Canti la manifestazione di un' insospetta vena artistico-filosofica del profeta.
Furono da tutti concordemente considerati la più alta espressione della letteratura della Città Nuova, pur rimanendo privi di una sostanziale spiegazione.

Canto primo

“Il monito- :

lungo i muri delle strade
e fuori dalle porte
portate le luci - abbassate le voci

Il problema non è
ciò che non sai
ma ciò che ti rifiuti di sapere

Bambini che corrono nei parchi
Padri che scendono la via
tutti voi - parte di ciò che non è...

Il problema non è
ciò che non sai
ma ciò che ti rifiuti di sapere - di sapere."

Canto secondo

"Il terremoto degli animi- :

lo puoi sentire nei tuoi sogni
lo percepisci nelle tue ossa
sai che sei tu ma non puoi crederlo
quindi cosa è vero e cosa è sicuro?

E' una ribellione dall'interno
che non puoi controllare né negare
E' uno scontro tra i tuoi sensi
la tua pace non è più garantita
Urli e piangi perché ora vedi dietro la tua maschera
Sta a te scegliere il sentiero per ciò che è rimasto

Conosci il prezzo, conosci il dolore
è difficile vivere senza catena
Tutto quello che senti lungo la pelle -
troppo tardi amico mio - perché ora sei dentro

Tempo su di me - e tutte le cose che vedo
So che non apparterrò mai al luogo alle mie spalle
So che è stato detto che un uomo deve morire
Per quel che ne so anche questa potrebbe essere una bugia."

Canto terzo

"L'istante del ricordo-:

così forte essi chiamano
come un' eco sopra voci silenti
Attraverso le distanze - oltre le nuvole
Così forte essi chiamano

Migliaia di muri in mezzo
Eppure così vicino che posso sentire
Ogni piccola cosa
Quando la vedo arrivare

C'è un sentiero tra le luci
C'è un albero prima dell'ultimo confine
Sopraffatto dai loro occhi
E nessuna linea sui loro visi

Solo un velo in mezzo
E tuttavia così lontano che non posso vedere
La verità dietro la scena
Che continua a girare

Voglio vivere
dove le cose diventano cielo
e le stelle
vedono i nostri passi
Dove eterni giovani sorrisi in sogno
Aspettano ancora
L'arrivo di un'altra anima

Oh - cosa il cuore è tenuto a sopportare quando è
Tempo - di capire ciò che temi dietro ai tuoi occhi

Perché siamo venuti dalle rocce
E il peso è oltre il vivere
Nel fuoco delle parole
Una lacrima basta a lenire il dolore
Per un istante mi sono voltato
E nascosto a lato della mia rabbia
Ho visto una creatura dimenticata
Che tentava di comprare delle ali."

Canto quarto

“La fine della spirale- :

Guardali arrivare
Sopra la città
Bruciate i giardini
Diffondete la voce
Trovate un significato
A tutto questo

Violenteranno il cielo del mattino
Violenteranno il cielo del mattino
Assaggia la fine ti guarderò provare
Violenteranno il cielo del mattino

Bruciate i giardini
Sopra la città
Diffondete la parola
Per tutto questo
Guardali arrivare
Trova un significato

- Loro possono amarti
Tu puoi sceglierlo
Loro possono averti
Non puoi evitarlo."
Canto quinto (senza nome)

"Andate voi che avete capito
venite voi che avete saputo
- perché qui si è celebrata l'ultima fine
e il cielo una volta ancora ha toccato la terra.

Noi siamo l'ultima soglia,
noi siamo l'ultimo vento.
Tutto è cambiato: nato - o mai esistito.

Questa è stata una storia di genti,
e il loro urlo comincia ora."

Enrico De Zottis


-Associazione Salotto Culturale Rosso Venexiano
-Direttore di Frammenti: Manuela Verbasi
-Supervisione Paolo Rafficoni
-Racconto di Enrico De Zottis
-tutti i diritti riservati agli autori, vietato l'utilizzo e la riproduzione di testi e foto se non autorizzati per iscritto

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