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Una piccola foglia gialla - Seleide

Era autunno, il tempo dopo l'estate e prima del gelido inverno. Era la stagione in cui i frutti del sole e del calore producono qualcosa di duraturo e di utile. Stagione poetica e contraddittoria in cui la morte apparente degli alberi è addobbata di splendidi e vivi colori.
Intorno alla panchina della fermata dell'autobus le foglie si rincorrevano in un turbinare di sgargianti ritagli di stagione. Allegre e disordinate erano le prime cadute dagli alberi del viale. Il vento soffiava forte e percuoteva le guance fredde dei passanti intenti ai loro pensieri e alle loro abitudini. Tra le fronde ingiallite dei tigli il cielo appariva eccessivamente sereno e il sole si rifletteva sui muri con prepotenza. Tutti assaporavano intensamente quel calore sapendo che presto l'apparente calma di quei primi d'Ottobre sarebbe stata inesorabilmente scossa dai temporali.
Sulla panchina si era seduta solo una giovane donna che accarezzava i lembi della sua giacca firmata con un gesto assente. Ostentava impazienza mentre aspettava l'arrivo del mezzo che l'avrebbe portata ad un appuntamento nel suo ufficio. Chiudendosi freddolosamente il colletto della giacca era pervasa da una forte inquietudine. I suoi capelli castani messi in piega di recente erano scossi dal vento e anche la sua anima pareva altrettanto in fremito.
Estrasse dalla sua elegante borsetta un attestato di merito. Quel foglio le aveva procurato la promozione che andava adesso a ricevere. Leggendolo si sentì gonfiare il cuore d'orgoglio: il suo superiore l'aveva descritta come "una giovane promessa vivace e dinamica" sempre "attenta e scrupolosa" e con "un forte senso di responsabilità". Finalmente aveva raggiunto l’incarico importante e di prestigio che inseguiva da mesi. Respirò profondamente, chiudendo gli occhi, per soffermarsi un attimo in quel precario stato di soddisfazione. La realizzazione delle sue ambizioni costate anni di studio e sacrifici era ormai prossima.
Alla sua destra si stava avvicinando un uomo anziano dall'andatura incerta. Con fatica si sedette sulla stessa panchina. Il vestito chiaro rifletteva la luce del sole e i capelli grigi davano un'aria solenne alla sua figura. Rivolto appena uno sguardo all’abbigliamento ricercato della giovane, la stava fissando in volto con l’espressione attenta e perplessa di chi ha perso qualcosa e non riesce a ritrovarla.
In un primo momento lei cercò di ignorare questa insolenza. Si sistemò le pieghe del vestito e con una mano ravvivò i capelli.
Sentiva ancora su di sé gli occhi dell'estraneo. Strinse forte tra le dita sottili il manico di pelle della borsa per dissimulare l'imbarazzo e gli si rivolse aggressivamente.
”Mi dica pure!” esclamò con un’enfasi poco cortese.
Per tutta risposta l'uomo si limitava a osservarla con i suoi grandi occhi verdi attorniati da piccole rughe senza età. Uno sguardo sereno e saggio con lampi di fanciullesca vivacità era rivolto ai suoi profondi occhi scuri truccati con cura.
Le automobili continuavano a passare e coprivano con il rumore gli echi del vento che si intrufolava nelle fessure delle case.
“Come fa?”
La frase pronunciata dal vecchio interruppe quel silenzio forzato.
"Prego?"
"Come ci riesce?"
"Non capisco, scusi si spieghi meglio"
"Ha ricevuto qualcosa di bello, vero?" le disse indicando con la delicata mano la borsa di pelle.
Gettato uno sguardo alla sua borsa la giovane rispose piano: "In un certo senso sì… Ma come lo ha intuito?"
Il vento aveva rallentato la sua corsa mentre il sole primeggiava impavido sull’ombra.
Una piccola foglia cadde sul grembo della professionista sfiorandole la guancia. Di scatto si ritrasse infastidita e scacciò con un rapido gesto quell’elemento estraneo dal suo vestito.
L'uomo si chinò a raccogliere la foglia. Tenendola in mano continuava a farla ruotare senza dire una parola. Poi improvvisamente gliela rese porgendola con delicatezza.
"Deve essere pazzo"
Il pensiero fu formulato in fretta per mascherare una crescente inquietudine e un familiare senso d'insoddisfazione che emergeva. La sua mano aveva accolto meccanicamente la foglia secca e la custodiva per non farla volare via. Con un gesto automatico sfiorò la superficie liscia della borsa per cercare conforto nella burocrazia di un sogno realizzato.
"Signorina, non così, non è il modo giusto."
Sfuggì un sospiro sotto la chioma castana così ben pettinata.
"Sta sbagliando" le disse ancora.
La donna si voltò e in quegli occhi di bambino intravide antichi sentimenti trascurati.
Esasperata da sensazioni che non riusciva a controllare scoppiò: "Cosa cerca? Cosa vuole da me?"
"Saliamo gradino su gradino" scandì lentamente la sua voce profonda.
Da lontano appariva la sagoma arancione dell'autobus.
"Saliamo con fatica e impegno"
Alcune persone si accostarono al margine della carreggiata per segnalare all'autista la loro presenza.
"Continuiamo a salire fino a giungere ad un pianerottolo su cui riposare"
Il vecchio prese un forte respiro e si volse a guardare un immaginario orizzonte.
"Ed è qui la vera sfida"
Anche i giovani occhi scuri cercavano di scorgere qualcosa oltre gli edifici.
"Se ci perdiamo a contare gli scalini fatti, se ci accontentiamo, gli voltiamo le spalle e rischiamo di non vederlo più."
"Che cosa?" La domanda era sorta spontanea. Il suo bel viso era trasformato dalla curiosità infantile, intensa e sincera, e cercava risposte nell'orizzonte che si perdeva nei contorni sfumati dalle lacrime.
"Il motivo per cui abbiamo iniziato a salire".
Ed ecco era arrivato l’autobus e con un disordine di voci e rumori aveva interrotto la conversazione. Lei era salita trascinandosi la borsa di pelle e il suo prezioso documento, ma allontanandosi continuava a seguire con gli occhi la verità seduta ancora su quella panchina. I suoni si confondevano nei suoi pensieri e tra le dita stringeva ancora una piccola foglia gialla.
Era autunno.

Seleide


-Associazione Salotto Culturale Rosso Venexiano
-Direttore di Frammenti: Manuela Verbasi
-Supervisione Paolo Rafficoni
-Racconto di Seleide
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