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Hasek - Il buon soldato

Se pensiamo ai grandi diffamatori della guerra e dei militari, l’immagine va subito al cinema, a partire da “Mash” di Altman, o “Il dottor Stranamore” di Kubrick. Tutti hanno in comune il grande capostipite: Sc’veik, il “buon soldato” di Hasek. Ne ho terminato il primo volume qualche giorno addietro. Si tratta di un librone infinito, 800 pagine di allegre atrocità di militari ottusi e loro scaltri sottoposti. L’autore non sembrava neanche intenzionato a portarlo a termine, ce lo dice la struttura stessa dei racconti, che seguono a malapena un filo narrativo, come un collante, per tenere assieme tutti i dettagli escogitati dall’uomo per sottrarsi all’atroce “dovere” della guerra. Proprio nel corso della quale Hasek s’era beccato la TBC che lo porterà sotto terra. Dal che sembra proprio di poter arguire questo: l’autore s’era investito del compito, trascendentale alla propria vita, di illustrare la verità e calunniare le menzogne architettate dagli Stati e dai loro “cervelloni”, intorno al “bagno rigeneratore” della guerra. Il bagno è solo di sangue e non si rigenera alcunché, bensì degenera il male che già rechiamo in seno. Dovrebberlo ben stamparselo nella crapa gli zucconi “superdotati” che straparlano di “guerre giuste”…
Questo è quanto, fino al suo ultimo fiato, Hasek tenta di trasmetterci: non ci credete alle panzane che vi raccontano per trascinarvi nella “gloria” del massacro: non ci sono eroi - non siamo eroi, nessuno di noi –; c’è solo l’interesse, l’abiezione, l’imperdonabile nequizia di una razza che quanto più si innalza, tanto più sprofonda nella propria turpitudine: quella nostra, la razza umana. Sc’veik non crede a nulla: finge di credere in ciò che gli viene ammannito d’autorità. Obbedisce in maniera ottusa, pedissequa, “robotica” agli ordini. Tuttavia, come i suoi commilitoni più colti e intelligenti, tradisce una fondamentale autocoscienza del soldato in guerra: quella di andare a bere appena possibile. Abbiamo così una rassegna esauriente di tutte le bettole di Praga ai tempi della “grande guerra”. Così che sembra quello l’unico e vero dovere di ogni “buon soldato”: ubriacarsi fino a schiattare.
Da un altro lato Hasek ci introduce anche ad una conoscenza “difficile”, quella dell’uomo cèco, resa difficile sia dalla lingua che dalla distanza. La sua narrazione risulta bensì così razionale e lineare; il gioco delle azioni-reazioni è talmente ben congegnato e logico, che ci viene il dubbio se sia davvero così difficile comprendere quella cultura. Qualche tempo fa chiesi ad una amica praghese di illuminarmi appunto sul carattere locale, cioè com’erano i cèchi, e lei rispose (in tedesco): - Sie sind dumm… ehm… dumm-intelligent, ja, schon, dumm-intelligent, wie Sc’veik – Ossia: - Sono stupidi.. mmh… stupidi-intelligenti, ecco, come Sc’veik -. Già, ma così fan tutti, verrebbe di dire. E sta forse in ciò la universalità del successo di questo libro.
I cèchi, o almeno i praghesi, somigliano soltanto un pochino ai viennesi, così mi han detto. Etnicamente, ciò deriva dalla frammistione secolare della componente cèca con quella austro-tedesca: una convivenza che ne ha reso le due capitali ambedue particolari nei rispettivi ambiti etno- linguistici. E proficue. Tutta la più eminente e fondamentale cultura novecentesca ci è passata attraverso. Anzi, c’è da rimpiangere che, grazie a Hitler, i tedeschi siano un po’ scomparsi dalla scena praghese, il che è un peccato, perché se Praga è ricca di bellezze e di cultura è proprio grazie al rapporto tra le due componenti. Il che riporta bene in luce la fondamentale e strepitosa idiozia d’ogni qualsivoglia dottrina razzista.
Da tutte queste informazioni ricaviamo la sintesi di un popolo magari venato di qualche linea di malinconia, la musica di Smetana, per esempio, ma fondamentalmente allegro e accomodante, buon ospite di chi accoglie e all’occorrenza ineccepibile compagno di bevute. Sc’veik mette in continuazione alla berlina i Tedeschi, specialmente gli ufficiali, ma è bonario nel suo sarcasmo “pacifista”. Sbeffeggia un po’ tutti e non si sbilancia sui Russi (che in quel conflitto erano i “nemici”), salvo avvertire che, se si cade prigionieri, subito dire in russo: siamo fratelli cèchi, non tedeschi, per salvaguardarsi la pellaccia. Poi i Tedeschi prima e i Russi poi ne schiacciarono la libertà e i diritti. Chissà Sc’veik come avrebbe sbertucciato gli Stalinisti… Ancora oggi, quando guardano ai negozietti e ai mercatini dei russi, pur liberi di commerciare sulla libera piazza di Praga, sfugge ai praghesi una guardata ironica e commiserante, mentre mormorano: Ah sì, quelli sono i russi…
 
 
 

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